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AIKIDO


AIKIDO – To-Shin Do
*Credo in me stesso. Sono sicuro di me. Posso raggiungere i miei scopi.
*Credo in ciò che studio. Ho disciplina. Sono pronto ad imparare e avanzare.
*Credo nei miei maestri. Mostro rispetto a tutti coloro che mi aiutano a progredire.

“Lo scopo dell’Aikidō è di allenare la mente e il corpo, di formare persone oneste e sincere.” (Morihei Ueshiba)

AIKIDO: la pratica, le origini e le regole
di Tada Hiroshi, Fondatore e Direttore Didattico dell’Aikikai d’Italia
Tratto da: http://www.aikikai.it/aikido/index.htm

La pratica
A prima vista l’Aikido si presenta come un elegante metodo di ricerca dell’equilibrio fisico e psichico mediante la pratica controllata di antiche tecniche di derivazione marziale, finalizzate alla neutralizzazione, mediante bloccaggi, leve articolari e proiezioni, di uno o più aggressori disarmati o armati. Sintesi ed evoluzione di antiche tecniche mutate dal ju-jutsu classico, dal kenjutsu (la tecnica della spada) e dal jojutsu (tecnica del bastone), l’Aikido trova la propria originalità ed efficacia in una serie di movimenti basati sul principio della rotazione sferica.

Contrariamente ad altre arti marziali incentrate sui movimenti lineari (avanti, indietro, in diagonale) , le tecniche dell’Aikido si fondano e si sviluppano infatti prevalentemente su un movimento circolare il cui perno è colui che si difende. In tal modo egli stabilizza il proprio baricentro, decentra quello dell’avversario attirandolo nella propria orbita, e può sfruttare a proprio vantaggio l’energia prodotta dall’azione aggressiva fino a neutralizzarla.

Il metodo di pratica dell’Aikidō si basa principalmente su di un particolare metodo di attacco, venutosi a sviluppare dai “kata”, che viene praticato attraverso movimenti che seguono un ritmo potente e dinamico. In base a questo metodo di attacco, si prevede che il partner con cui si pratica “riceva” il movimento con il proprio corpo (ukemi) affinché la forza centrifuga possa agire.

La cosa più importante in questo tipo di pratica è che si venga a creare una totale assimilazione (unione) con il partner, piuttosto che proiettarlo o immobilizzarlo. Dal punto vista tecnico, ciò implica che occorre trattare con cortesia ed attenzione le braccia ed il corpo del partner, come se fossero la propria spada o la propria lancia (similmente a ciò che rappresenta il pennello per un pittore o un calligrafo oppure il proprio strumento per un musicista).

Grazie a questo metodo di pratica, che a prima vista si discosta dai metodi delle altre forme di budō, è possibile sviluppare un tipo di allenamento di base che permette di affinare il principio dell’animo che non si confronta, concetto fondamentale nel budō giapponese, e di effettuare il controllo dei sensi. Se contemporaneamente abbinato allo studio pratico dei sistemi di respirazione orientali, questo metodo di pratica diviene un metodo molto avanzato di pratica del fluire del ki che, armonizzando il movimento al flusso dei sensi ottenuto mediante gli esercizi di respirazione, diviene così ciò che viene chiamato zen in movimento.

L’Aikidō non è semplicemente un modo per capire “come effettuare delle tecniche” ma è piuttosto un particolare metodo di pratica che permette di tradurre in realtà il principio secondo cui se ci si muove in uno stato di “mushin” (non-mente) le tecniche nascono in modo spontaneo, e si trasformano all’infinito che un tempo costituiva il fine ideale ricercato dalla maggior parte degli specialisti di arti marziali (bujyutsuka).


Le origini

La filosofia alla base dell’insegnamento e le tecniche del Maestro Ueshiba Morihei, il fondatore dell’aikidô, differirono grandemente a seconda delle epoche di evoluzione della sua pratica.

Primo periodo: Era Taishō (1912-1926)
Praticò numerose forme di bujutsu e raggiunse l’illuminazione spirituale attraverso la pratica religiosa.
Insegnò Daitōryū Aikijujitsu e in quest’epoca impostò la pratica sui kata.
Fra le scuole di jujitsu, oltre a quelle che si basavano principalmente sul combattimento corpo a corpo e sul combattimento a terra, ne esistevano anche alcune che avevano tramutato i movimenti e le tecniche di spada in tecniche di taijutsu, la scuola di Daitōryū di Aizu fu una delle più rappresentative.

Secondo periodo: dal 1° al 17° anno dell’epoca Shōwa (1926- 1942)
Si allontanò dalla religione per diventare uno specialista di budō (arti marziali).
Dal Daitōryū Aikijujitsu si entra nell’epoca del Ueshibaryū Aikijutsu, successivamente modificato in Aiki-bujutsu e in seguito Aiki-budō. Aggiunse al Daitōryū le sue conoscenze relative alle tecniche di lancia (Sōjutsu), di cui era un rinomato esperto, creando così il metodo “uchikomi”, una sorta di “kata che vive” che viene considerato tipico dell’aikidō. Questa fu l’epoca in cui arrivó a possedere un’eccezionale forza spirituale, venne consacrato ai vertici del mondo delle arti marziali e vi esercitò la propria autorità.
Riguardo a quest’epoca, si racconta che Yamamoto Gonbê (1852~1933, Ammiraglio e Primo Ministro), assistendo ad una dimostrazione del Maestro Ueshiba, abbia detto “E’ la prima volta, dopo la Restaurazione Meiji (1868), che vedo una lancia che ‘vive’…!” e che che il Maestro Kanō Jigorō (1860~1938) del Kodōkan abbia affermato “Questo è il vero judō che ho sempre desiderato (praticare)!”.

Terzo periodo: dal 18° anno dell’epoca Shôwa (1943) fino ai nostri giorni
Nella primavera del 1943 decise di abbandonare tutti gli impegni fino ad allora presi nei confronti dell’esercito, della marina e del mondo delle arti marziali per rifugiarsi ad Iwama, nella Prefettura di Ibaragi, dove si dedicò all’agricoltura, coniugando la sua passione per le arti marziali all’amore per la terra. E’ in questa fase che si venne a creare “L’Aikidō in quanto Via di tutti coloro che coltivano il grande amore per il cielo e la terra”. E’ questa l’epoca, dal dopoguerra in poi, in cui l’aikidō fu presentato al pubblico e si venne a diffondere in tutto il mondo.

Le regole
Le norme del Dōjō
1. Conformarsi alle norme della buona educazione, osservare le regole e seguire fedelmente gli insegnamenti dei maestri.
2. Quando si entra nel dōjō, togliersi nell’ingresso cappello, guanti, soprabito, ecc., e, dopo aver eseguito il saluto in direzione del lato principale (shōmen), salutare il maestro e andare a cambiarsi nello spogliatoio.
3. Nel caso si arrivi in ritardo e l’allenamento sia già iniziato, si dovrà attendere ai bordi del tatami finché non siano conclusi gli esercizi di respirazione e torifune.
4. All’interno del dōjō osservare l’armonia reciproca e impegnarsi nella pratica con gioia e serenità.
5. Praticare con serietà e spontaneità, sforzandosi di evitare infortuni.
6. Dedicare sufficiente tempo alla pratica da soli.
7. Non criticare mai le tecniche eseguite da altri praticanti.
8. Nella pratica con le armi (jō e bokken) attenersi correttamente alle regole stabilite.
9. L’abbigliamento usato durante la pratica (keikogi e hakama) deve essere sempre pulito.
10. Prima di iniziare la pratica è opportuno togliersi gioielli, orologi, ecc., legarsi i capelli, se portati lunghi, e assicurarsi che le unghie siano corte, al fine di prevenire incidenti.
11. Al termine di ogni allenamento fare sempre le pulizie del dōjō così da permettere che la pratica si svolga in un ambiente pulito.
12. E’ proibito fumare all’interno del dōjō e non sono ammesse persone in stato di ubriachezza.
13. Nel dōjō astenersi dal fare discorsi di natura privata che esulano dal contesto della pratica e possono intrarciarla.
14. I visitatori sono invitati ad osservare l’ordine stabilito all’interno del dōjō e, dopo aver ottenuto il permesso, possono assistere agli allenamenti sedendo in seiza nel posto che viene loro indicato.
15. Quando ci si reca a praticare in altri dōjō, osservare con attenzione le regole in essi stabilite e non toccare assolutamente gli oggetti (armi, ecc.) presenti nel dōjō in cui si viene ospitati.

Etichetta: le regole da osservare sul tatami
1. Cercare di uniformare il modo di esprimersi e di comportarsi nella vita quotidiana alla pratica dell’aikidō.
2. Evitare di passare davanti alle persone.
3. Quando si apre o si chiude una porta, accertarsi che non vi siano persone nelle immediate vicinanze.
4. Nel porgere o ricevere un oggetto utilizzare entrambe le mani.
5. Se ci si rivolge ad una persona seduta sul tatami, sedersi in seiza prima di salutare, parlare o porgere qualcosa.
6. Non soffermarsi in piedi dietro ad una persona che sta seduta sul tatami (tale norma di buona educazione deriva dal fatto che in Giappone tale posizione veniva tradizionalmente assunta da coloro che recidevano il collo a chi commetteva seppuku).

9 gennaio 2011 - Posted by | Arte |

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