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Introduzione al Taoismo


Il Taoismo (o Daoismo, come vorrebbero fosse scritto dai sinologi contemporanei) è un sostrato culturale che si incastona come una gemma unica e preziosa lungo tutto l’arco della storia della Cina, compresa quella precedente al c.d. periodo delle ‘cento scuole’, in quanto si sviluppa nella pratica  quotidiana di personaggi del calibro di Lao Zi e di Zhuang Zi ma dalla assunzione di antiche conoscenze.

Come lo stesso prof. Pasqualotto afferma nell’articolo posto in evidenza qui sotto, il Taoismo sarebbe il Dào Jiā cinese che sarebbe una speculazione simbolico-concettuale che si amalgama e continua nella pratica religiosa (il Dào Jiào), anche perchè letteralmente verrebbe tradotto in ‘Sapienza del Dao’.

Tempio di WuDang Shan

Quindi abbiamo il Dào Jiā e il Dào Jiào che si sosterrebbero a vicenda in quanto il primo è il sostrato culturale del secondo, ma è anche vero che questa distinzione è molto meno netta di come appare in quanto è più che altro frutto di una necessità antropologica (o se vogliamo di un vizio antropologico) della cultura euro-occidentale che tende a distinguere le cose portandole all’estremo, come anche alle estreme conseguenze interpretative, assolutizzanti e dogmatiche.

Così possiamo dire che abbiamo a che fare con una pratica di vita quotidiana che si esprime in una gamma di casistiche applicative che vanno dall’ascetismo puro del santo ritirato in montagna fino alla vita sociale dell’uomo comune inserito nelle comunità locali.

Infatti oggi queste due tendenze massime si esprimono nella pratica personale dell’antica arte del Qi Gong in un ritiro spirituale di lunga durata, nella pratica del monachesimo del Wǔdāng Shān, nella pratica del sacerdozio monacale del Quan Zhen e nella pratica dell’ortodossia dei preti appartenenti allo Zheng Yi.

Tornando alla comprensione della complessità di tale impostazione sapienzale, possiamo analizzare nel dettaglio la configurazione di quelle due composizioni ideografiche sopra citate.

Abbiamo quindi una interrelazione fra l’espressione Dào Jiā e l’espressione Dào Jiào.

Dao Character

Sia la prima che la seconda si compone del carattere Dào (道), che significa strada, via; ma anche specificando una via fluviale, un sentiero terrestre o addirittura celeste; come anche significa corso (di un fiume, ecc.), canale; ma allo stesso tempo anche modo, metodo; e quindi anche morale, moralità; ma anche dottrina, principio; come ancora può stare a significare lo stesso Taoismo; o ancora una setta dottrinale; come anche concezioni semplici come il verbo dire, parlare; od anche credere, e quindi supporre.

Fra l’altro sulla concezione di Dào ci sono moltissime altre interpretazioni sinologiche che si possono trovare nel Tao Te Ching di Lao Tsu edizioni URRA, curato in una visione comparativa e complessa dal dottor Shantena Augusto Sabbadini che ha lavorato come fisico teorico all’Università di Milano e all’Università di California, dove ha contribuito alla prima identificazione di un buco nero, un esperto che negli anni ’90 insieme al sinologo Rudolf Ritsema ha messo a punto un’innovativa traduzione dell’I Ching.

Ma il suono fonetico di Dào si traduce anche nel carattere di Dào (到) che invece significa, in prima declinazione, arrivare, raggiungere; in seconda verso, in direzione di; in terza riuscire in un intento; e infine in quarta declinazione considerato, attento.

Abbiamo ancora da definire sia l’espressione Jiā che l’espressione Jiào.

Il carattere di Jiā (家) da solo significa famiglia, come casa, od anche come persona o famiglia che esercita una certa attività, oppure come esperto in un certo campo, se non proprio come scuola.

Come abbiamo detto prima il Taoismo, quando si è strutturato come dottrina, si trovava contestualmente nella Cina del lungo periodo delle ‘cento scuole’ e proprio per tale ragione Jiā ha più che altro il significato di scuola, anche se le altre significazioni non sono improprie ma convergenti nella stessa significazione.

L’altro carattere, invece, è Jiào (教) che in trascrizione Pinyin lo si può leggere anche con il suono di jiāo, ovvero un accento più morbido e prolungato.

Comunque sia, nella prima forma di pronuncia significa corso di studio, come anche religione e nella forma di verbo si può tradurre in far fare, oppure lasciar fare, od anche permettere (una realizzazione).

Invece, nella seconda forma di pronuncia significa istruire, oppure erudire, e quindi elevare lo spirito, se non proprio significa insegnare, ovvero segnare dentro, dare alla luce.

Compresa tale complessità di significazione possiamo comprendere quanto  le stesse significazioni del prof. Pasqualotto apportate nell’articolo qui di seguito riportato siano, seppur innovative, ancora limitanti e limitate ad una staticità concettuale che protende alla creazione di caterigorie assolute, che è uno dei soliti vizi dell’approccio conoscitivo eurocentrico.

Infatti nell’articolo, viene utilizzata la parola ‘filosofia, che lo stesso autore utilizza in modo critico in quanto è una tipica categoria dogmatica di origine ellenica che in particolare è composta da philéin (φιλεῖν) e sophìa (σοφία) che etimologicamente significano amore per il sapere, o più in generale amore per il pensiero, che dal punto di vista psicologico e cognitivo l’amore per il pensiero si manifesta come attaccamento al pensiero, come attaccamento ad una reificazione dell’astrazione non concreta, non pratica, che in termini psicopatologici possono diventare forme di idiosincrasia schizofrenica.

E quindi è implicitamente proteso a diffondere una struttura mentale improntata all’attaccamento che in psicanalisi è una delle cause che impediscono la conduzione di una vita normale.

Tai Ji Quan

Quindi in termini soggettivi stiamo parlando di un doppio legame, un doppio vincolo di Batesoniana memoria dove l’astrazione (la madre) si può insinuare in una contraddizione con la realtà (il figlio) generando forme di schizofrenia più o meno pesanti, più o meno evidenti, che in termini collettivi di aggregazione sociale diventa una forma di alienazione sociale in relazione alla realtà pratica del quotidiano, ovvero di estraneamento dalla realtà secondo deformazioni cognitive.

Considerando tale dimensione in termini antropologici, relativi ad una cultura che proviene dalla valle del Tigri e dell’Eufrate passando per gli arcipelaghi ellenici fino all’attuale configurazione mondiale del post-coloniasmo nella struttura della globalizzazione economica e culturale, possiamo vedere come tale dimensione la si possa riscontrare anche nel nostro quotidiano.

Quindi, se filosofia è un termine che può indicare una forma di attaccamento e di estraniazione dalla realtà ciò non vale affatto per  il Taoismo e la saggezza orientale in genere (ad es. il buddhismo, il confucianesimo).

Infatti per tale ragione penso che forse il termine italiano, ed in genere occidentale, più adatto all’impostazione conoscitiva del Taoismo sia sapienza, in quanto più vicino alla conoscenza pratica e diretta dell’esperienza dei contadini e degli agricoltori che non alle speculazioni filosofiche e astratte di tipo occidentale.

Ma al di là di ogni speculazione anti-speculativa, quale potrebbe essere paradossalmente proprio questo scritto, è importante tener presente che anzichè teorie razionalistiche, come direbbe Aldo Tagliaferri, il taoismo esprime una forma di empirismo radicale, dove l’esperienza pratica e diretta è la guida di tutto il vissuto.

Detto questo vi lascio all’interessantissimo scritto sotto riportato, che davvero è di vivo interesse.

Buona lettura!

Vincenzo Di Maio

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Tratto da SHIATSU IN RETE
(articolo del prof. Giangiorgio Pasqualotto, tratto dalla rivista Shiatsu Do n°35 dicembre 2005)


Ci sono alcune cose semplici da dire sulle terminologie. Taoismo, come Buddhismo e Induismo, sono parole inventate dagli europei, ma in realtà la parola esatta per dire taoismo in cinese è Dào Jiā, che [si tradurrebbe in] taoismo filosofico, perché in realtà bisognerebbe distinguere il taoismo filosofico dal taoismo religioso.

Dào Jiā significherebbe letteralmente sapere del Dao, o sapienza del Dao o, se vogliamo, con una parola totalmente occidentale di origine greca filosofia del Dao. Anche qui, per abituarsi alla pronuncia esatta, Dao e non Tao, anche se fino a pochi anni fa la traslitterazione in tutte le traduzioni europee si trovava Tao. Anche il testo TaoTeChing si dovrebbe dire DaoDeJing.

Il Dào Jiā, filosofia, sapienza, via filosofica del Dao, si distingue dal Dào Jiào, o taoismo religioso. Anche questa è una distinzione che abbiamo fatto noi europei, poiché in cinese questa suddivisione è molto meno netta e non viene quasi mai usata. Su cosa si basa questa distinzione? Il Dào Jiā, o taoismo filosofico, fa riferimento a 3 testi che sono: il Daodejing, il Zhuang zi e il Liehzi.

Zhuang zi significa letteralmente maestro Zhuang zi, però in cinese una parola che indica il maestro può anche indicare l’opera di quel maestro, e quindi Zhuang zi è sia il maestro sia gli scritti di quel maestro. Liehzi è il nome di questo grande maestro, ma è anche la raccolta dei detti del maestro Liehzi.

Questi sono i 3 testi fondamentali del taoismo filosofico. Occuparsi invece del taoismo religioso (Dào Jiào) sarebbe un’impresa sterminata, dato che il canone del taoismo religioso è di 14.000 volumi. In realtà questo enorme canone taoista raccoglie testi che sono di tutto lo scibile, e non solo di religione, ma di medicina, botanica, zoologia, cosmologia, geologia, mineralogia, farmacologia etc. ed è il sapere universale della Cina classica. Quindi all’interno potremo trovare dei trattati che parlano di come si preparano i farmaci in base alle erbe e in base ai metalli, come vi troviamo la terapia da fare con questi farmaci etc.

Il più grande esperto europeo è K. Schipper che ha pubblicato molto tempo fa in Francia un libro che è stato tradotto in italiano e che si intitola “Il corpo taoista”, opera a cui faremo riferimento perché è un testo fondamentale per capire il concetto di corpo taoista, che non è il semplice corpo fisico, individuale di uomini e non e nemmeno il corpo generale del genere animale ma è il corpo cosmico, cioè il corpo dell’universo, ovviamente con all’interno delle differenziazioni, tanto è vero che il sottotitolo di questo famoso libro è “Corpo taoista: corpo fisico, corpo cosmico”. Vedremo che differenza c’è tra il corpo fisico degli individui e il corpo cosmico.

La più grande esperta mondiale del taoismo religioso, è stata A. Seidel, tedesca, che ha scritto un piccolo libro ma importantissimo “Il taoismo come religione non ufficiale della Cina” (ed. Cafoscarina – Venezia). Contrariamente a quanto siamo stati abituati a pensare per moltissimi anni, A. Seidel dice che la vera religione di fondo, lo sfondo religioso cinese, dalle origini ad oggi compreso il maoismo, lo sfondo più importante della Cina è il taoismo e non il confucianesimo.

Questo lo dimostra con documenti alla mano, ma si può capire questa centralità del taoismo leggendo anche altre opere di uno dei più grandi sinologi, il francese F. Jiullien il quale ha dimostrato, o meglio ha tentato di dimostrare, che in realtà lo sviluppo teorico del confucianesimo ha dentro di sé moltissimi elementi taoisti che i confuciani hanno preso, assorbito, rielaborato ma che non sono propri del confucianesimo.

Quindi, il confucianesimo, è vero che è stato determinante, ma lo è stato grazie a ciò che ha assorbito dal taoismo. Perciò se si vuole verificare l’importanza del taoismo alla base di tutta la sua concezione del mondo, ma soprattutto della religione cinese, vanno tenuti presenti questi due autori.

Ora delimiteremo il campo sui testi taoisti filosofici. Il testo a cui si farà riferimento più frequentemente è appunto il Daodejing. Le due traduzioni, che sono le principali e attuali traduzioni di cui disponiamo in italiano: una è quella del 1977, curata da Fausto Tomassini e pubblicata dalla Utet, e l’altra che è più problematica è edita dalla Adelphi.

In realtà sono tutte e due carenti e attendiamo da anni una nuova traduzione in italiano, importantissima, perché non è tratta da altre traduzioni come quella della Adelphi, ed è fatta da un grande sinologo che è Attilio Andreini dell’università di Venezia, e l’edizione dovrebbe essere della Einaudi di Torino. Non avendo attualmente Andreini, utilizzeremo il Tomassini, il cui grande vantaggio è di riunire in un volume le traduzioni di tutti e 3 i testi: il Daodejing, il Zhuang zi e il Liezhi.

Volendo fare una precisazione di carattere terminologico su che cosa è il Dao, come si traduce e se si può tradurre, potremmo dire che molte persone che si sono occupate di taoismo ci hanno perso il sonno.

Nel carattere Dao, via, che è il Do in giapponese, vediamo che c’è il radicale di piede e poi quello di testa. Quindi il Dao viene tradotto come via, cammino ed è la traduzione ufficiale che noi di solito troviamo. Per cui Daodejing vuol dire il libro della via e della virtù (de).

Un problema interessante, che ci spiega subito la differenza tra un’impostazione occidentale e l’impostazione cinese è che via, cammino, pensiamo alla strada, o ad un sentiero, quindi qualcosa di fisico, ed anche in cinese c’è questo significato, ma ciò che è fondamentale e che viene da noi occultato è che la mentalità cinese è una mentalità attiva, pratica, non teoretica e non astratta, per cui non vede mai le cose autonomamente in sé e per sé come stati di cose, ma come processi.

Quindi via o cammino è da intendersi certamente come strada su cui si cammina, ma è da intendersi come movimento dell’andare, cioè come cammino.

(segue una conferenza del Dott. Marcello Ghilardi, da Shiatsu Do n°35 dicembre 2005)

Letteralmente Dao in cinese significa strada in senso fisico. Quasi tutte le parole cinesi e giapponesi hanno, in origine, un significato molto concreto e materiale. Però Dao ha anche un significato verbale, e significa il camminare, il percorrere, l’avanzare.

Con il susseguirsi degli strati di significato, spesso alcune parole iniziano ad avere anche un significato traslato, metaforico. Quindi Dao, da strada, sentiero, diventa Via, nel senso di disciplina. Il Dao è il processo, la Via naturale, la Via della spontaneità.

E’ il movimento processuale, dinamico, seguito da tutte le cose che sono nella Natura. E’ il grande termine di riferimento dello Yin/Yang, della cooperazione degli opposti. Questi monaci cercano nella loro indagine, nella loro ricerca e nel loro studio di cogliere l’essenza del Dao e hanno dei problemi, perché il Dao sfugge ad ogni definizione, è al di là di ogni determinazione. Tant’è che il I° cap. del Daodejing recita: “Il Dao di cui si può parlare non è il vero Dao” perché il Dao è al di là dei nomi. La Via di cui si può parlare è una Via fasulla, costruita; è qualcosa che, in realtà, non è l’essenza della Via.

Notiamo subito la sfiducia nei confronti del linguaggio e della ragione nel poter cogliere l’essenziale. Per poter cogliere il Dao non si può e non si deve parlare.

Un monaco viaggia alla ricerca di un maestro. Il nome di questo monaco, tradotto in italiano, è Intelligenza. “Intelligenza scalò il monte dell’indistinzione e incontrò Enunciato Del Non Agire (il nome di un altro monaco). Intelligenza gli fece delle domande: per conoscere il Dao che cosa si pensa e su cosa si riflette? Per restare nel Dao quale posizione si adotta? E a che cosa ci si applica? Per possedere il Dao da dove si parte? E quale strada si segue?

Enunciato Del Non Agire non dette nessuna risposta a queste domande. Non che non volesse, ma non sapeva che cosa rispondere”. Non avendo ottenuto nessuna risposta, Intelligenza tornò da dove veniva. Prese la direzione dell’acqua bianca (verso sud) e si arrampicò sulla collina del vuoto del dubbio e vide Il Pazzo Che Non Sa Rispondere (un altro monaco taoista), famoso proprio perché non ha nulla da dire (è notevole la figura di saggi molto lontani dalle nostre figure tradizionali dei maestri orientali che hanno sempre una risposta e sanno sempre che cosa dire).

Gli fece le stesse domande. Ah, io lo so – disse Il Pazzo Che Non Sapeva Rispondere – e adesso te lo dico. Ma benché volesse parlare, dimenticò quello che voleva dire. Non avendo ottenuto alcuna risposta, Intelligenza tornò al palazzo del sovrano.

Qui Intelligenza fece le sue 3 domande al Sovrano Giallo. Questi gli disse: per conoscere il Dao non si deve né pensare né riflettere. Per restare nel Dao non si deve adottare nessuna posizione né applicarsi a nulla. Per possedere il Dao non si deve partire da nessuna parte né seguire alcuna strada. Intelligenza chiese allora al Sovrano Giallo: noi due lo sappiamo adesso, ma gli altri due non lo sanno. Chi ha ragione? Disse il Sovrano Giallo: Enunciato Del Non Agire è nel vero. Il Pazzo Che Non Sa Rispondere pure sembra essere nel vero. Ma voi ed io non ci avvicineremo mai alla verità. Infatti colui che sa non parla, colui che pala non sa.

Il monaco Intelligenza fa delle domande ad un altro monaco circa la natura del Dao e questo monaco non sa rispondere. La cosa curiosa è non che non volesse, ma non sapeva cosa rispondere. Spesso noi siamo abituati alla figura del maestro orientale che non risponde perché sa già che la risposta data col linguaggio delle parole è una risposta parziale. Qui invece viene detto che non sa cosa rispondere. Non è che non voglia, non è che abbia in testa un piano per far capire che c’è qualcos’altro, ma proprio non sa che dire.

Cosa significa allora, che veramente gli idioti sono i più sapienti? Forse si, o forse significa: attenzione! Un conto è studiare, un conto è approfondire qualcosa, anche intellettualmente. L’uomo è un animale che ha la ragione discorsiva tra le sue caratteristiche naturali. Quindi anche la ragione, in quanto caratteristica naturale ed umana, va coltivata.

Dire che colui che sa non parla non significa che, allora, bisogna rinunciare a qualsiasi indagine, ma significa che bisogna saperla contestualizzare, relativizzare, e bisogna saper conferire il giusto peso alle cose. Significa che non bisogna sopravvalutare le potenzialità del linguaggio. Significa che spesso è la pratica, è l’esperienza che ci dice più cose di quante ce ne dicano le parole.

Per questo il saggio si serve di un insegnamento senza parole. Il Dao non lo si può ottenere, la Virtù non la si può raggiungere. Per questo è detto: dopo che si è perduto il Dao, viene la Virtù. Dopo che si è perduta la Virtù, viene l’amore per gli uomini. Dopo che si è perduto l’amore per gli uomini, viene la giustizia. Dopo che si è perduta la giustizia, viene il rito. E’ una sorta di gerarchizzazione, di scala decrescente di valori: dal Dao alla Virtù, all’amore per gli uomini, alla giustizia, al rito.

Dietro questa scala decrescente c’è una critica nemmeno tanto velata, per i cinesi del tempo, all’etica confuciana, che metteva invece al primo posto i riti, l’amore per gli uomini (la principale virtù confuciana) e che considerava la dimensione umana pienamente raggiunta e raggiungibile attraverso uno sforzo e una accumulazione di cultura.

La ritualità era uno degli strumenti principali che l’uomo poteva utilizzare per poter veramente diventare uomo. Per la tradizione confuciana solo attraverso il rito l’essere umano riesce ad elevarsi al di sopra della sua animalità.

Quello che sembra qui è una polemica tra scuole diverse e rivali. La taoista considera il ritorno al Dao come un distacco alla dimensione culturale e sociale. Il ritorno all’origine è uno dei temi principali della concezione taoista. Bisogna staccarsi dalla cultura come incrostazione sociale, come dimensione troppo irreggimentata per riguadagnare il rapporto con la spontaneità della natura, quindi con il Dao.

I confuciani compiono un percorso che pare diametralmente opposto. Bisogna acculturarsi, studiare i testi antichi. Bisogna strutturare la società tramite rituali per poter seguire il corso della natura umana. Al di là di questa visione diametralmente opposta c’è però una base comune tra taoismo e confucianesimo.

E’ come se si seguissero due metodi diversi per tendere ad una stessa meta. E’ come se, volendo scalare una montagna, si seguissero due percorsi diversi, dal versante sud e dal versante nord, per raggiungere però la stessa vetta.

L’idea di purificazione dalla cultura e dal rito dei taoisti e l’idea confuciana di un assecondamento, di una strutturazione e di una costruzione attraverso il rito alla fine convergono.

17 gennaio 2011 - Posted by | Ascoltare, pensieri, Scienza, Vuoto | , , ,

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