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Quando la cecità degli interessi particolari non porta soluzioni


È risaputo che nei paesi dove regna l’individualismo dell’homo oeconomicus si può soltanto ascoltare l’egoismo delle proprie posizioni di privilegio post-coloniale.

Questo artificio di matrice anglosassone (alcuni ritengono che sia Stuart Mill il primo a formulare tale pensiero NdA) pone l’uomo come un concetto astratto, svincolato dal proprio ambiente sociale e tendente unicamente al soddisfacimento dei bisogni materiali, un soggetto ideale per i meccanismi economici del capitalismo storico, ovvero l’invenzione di un essere dotato di perfetta razionalità dove conta soltanto l’interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali.

L’homo oeconomicus basa le sue scelte sulla valutazione della sua personale “funzione d’utilità”, un essere amorale che ignora qualsiasi valore sociale, o vi aderisce solo se vi intravede il proprio tornaconto. Molte sono le critiche a tale fittizio assunto dell’economia classica e alcuni ritengono che una tale ipotesi circa gli uomini sia non solo irrealistica ma anche immorale, in quanto induce a formare uomini disumanizzati.

Nel G20 di Parigi, del trascorso 19 e 20 febbraio 2011, l’homo oeconomicus ha trionfato ancora, in quanto anzichè trovare soluzioni reali verso le cause fondamentali del problema, si è preferito bloccare ogni possibile misura fondamentale che possa migliorare il sistema finanziario internazionale.

Come leggerete nei seguenti articoli tratti rispettivamente dalla rivista web Peace Reporter e dal giornale indiano The Hindu, c’è chi preferisce dissociarsi dalla presa di coscienza rispetto alle proprie responsabilità in un mondo in crisi.

Forse pochi sanno che lo stesso giorno in cui Mubarak ha consegnato le dimissioni in Egitto, contemporaneamente la borsa di Wall Street ha registrato un ‘anomalo’ innalzamento degli indici di Borsa.

Come anche non a caso qualcuno, dal versante oltreatlantico, si è ripetutamente affacciato alla finestra mediatica per difendere i rivoltosi egiziani e che, vista la stranezza di tale sbilanciamento finanziario, potremmo dire che in qualche modo mettere in crisi gli altri porta ad incrementare le casse di stato di questo paese d’oltreoceano.

Non voglio dire che i rivoltosi siano collusi con gli statunitensi ma di certo possiamo dire, insieme al ministro indiano dell’economia, che l’impennata al rialzo sui prezzi dei beni di prima necessità non ha riguardato soltanto la fascia del Maghreb ma è stato il frutto di qualche speculazione finanziaria e che, sicuramente, se questo aumento dei prezzi dei beni di prima necessità è avvenuto ovunque vuol dire che forse le proteste hanno sbagliato soggetto a cui rivolgersi, e che quindi probabilmente i capi di stato di Tunisia ed Egitto (ricordandoci anche che ogni paese è un contesto precipuo a sè stante NdA), come sempre accade in un mondo in cui la politica è vittima delle economia globale, non sono le cause reali dei malesseri di quei popoli.

Forse non a caso Tony Cartalucci sostiene addirittura che ci siano dei finanziamenti statunitensi dietro ai fomentatori delle proteste in Egitto, e se questo è vero vuol dire che anche in altri contesti sta avvenendo qualcosa di simile, sempre facendo le giuste distinzioni tra un caso e un’altro.

Fatto sta che la situazione politica mondiale è nient’altro che la risultante di post-colonialismo che non è altro che una trasformazione del neo-colonialismo, proveniente a sua volta dal colonialismo del XVI° secolo in una edizione rivisitata.

Anche quella fase che a detta di alcuni è stata definita come imperialismo non è stato altro se non ancora una nuova forma del vecchio colonialismo che, tra il 1871 e il 1914, ha riguardato l’azione dei governi coloniali tesa ad imporre la propria egemonia sui paesi colonizzati per sfruttarli anche dal punto di vista economico, assumendone il pieno controllo monopolistico delle fonti energetiche e delle esportazioni, soprattutto dei capitali.

La storia contemporanea è una storia complessa che, oltre alla individuazione di regole che hanno determinato il senso della storia, necessita altrettante eccezioni che mostrano il volto reale degli avvenimenti accaduti.

Alcuni conoscono lo stile colonizzatore angloamericano, definito dagli esperti come la politica estera dello stile denominato ‘stick and dollar’, ovvero corruzione per entrare e se non basta l’aggressione diretta.

Lo stesso che gli inglesi hanno utilizzato per entrare nell’impero africano degli Ashanti, una battaglia lunga 99 anni che il vasto popolo degli Asantee ha combattuto coraggiosamente, ma che i continui tentativi di corruzione degli inglesi sono poi riusciti a dividere la popolazione dal basso, permettendo di entrare e di invadere l’impero.

Un’altro caso recente è Saddham Hussein, lo spietato dittatore dipinto dai media internazionali come un sanguinario, ma che in realtà era un cane americano fino a qualche giorno prima dell’invasione in Kuwait.

Altri esempi sono la corruzione di Al Queda, che altro non è se non ciò che resta dei Mujaheddin addestrati e finanziati dagli americani nella loro politica anti-sovietica, gli stessi che oggi gli statunitensi hanno proclamato come nemici globali.

E ancora, come dice Pierre Faillant de Villamarest, il caso simile meno conosciuto di tutti è il partito nazista di Adolf Hilter, finanziato da facoltosi americani nella sua fase di ascesa al potere (gli stessi che hanno finanziato anche i bolscevichi NdA), per poi vedersi distrutto dalle armate degli stessi che lo hanno aiutato a dominare i tedeschi.

Fatto sta che, per certi versi, sembra un copione ben preciso, un processo sociale che si potrebbe generalizzare in un certo modo, ed applicare a qualsivoglia contesto: 1. prima finanziare un ‘agente di destabilizzazione sociale’ in un paese di particolare interesse; 2. poi dopo la fase di destabilizzazione, una fase di ‘annientamento politico’ sia esso formale e/o sostanziale; 3. una nuova fase di ‘riassettamento del sistema politico’ secondo dettami di favoreggiamento e collusione politica di determinati notabili locali inseriti all’interno della matrice destabilizzante; 4. ‘creazione di ponti economici’ mediante investimenti presentati sotto forma di aiuti internazionali, ma che in realtà sono degli indebitamenti a lungo termine per le popolazioni locali e degli incrementi a lungo termine nella bilancia dei pagamenti della matrice finanziaria appartenente al paese destabilizzatore, una fase quest’ultima che ricalca grandemente lo storico ‘Piano Marshall’ per l’Europa dilaniata dalla seconda guerra mondiale, un piano di ricostruzione che in realtà ha prodotto forti guadagni per gli americani ed un indebitamento che, ad esempio, per noi italiani è all’origine dell’annoso problema del debito pubblico.

Questo è in sintesi il motore fondamentale del ‘vampirismo capitalistico’ di paesi morti dai debiti ma ancora viventi, stati parassiti che sopravvivono grazie ad una continua ricerca di sangue fresco regalato da ignare vittime ingannate (non soltanto gli Stati-Nazione ma anche intere aziende, piccole imprese, coltivatori diretti, risparmiatori, ecc. NdA), per poi essere immolate al vitello d’oro dell’incessante accumulazione di capitale realizzata da oscuri, anonimi e semisconosciuti ‘regnanti occidentalisti’ di questo inferno economico globale.

Come diceva il buon Giambattista Vico, la storia si ripete seppur seguendo forme diverse e, per pensarla come i Taoisti, soltanto guardando oltre l’apparenza delle forme si può cogliere l’essenza del reale.

La cecità degli interessi particolari è capace di chiudersi in un ripido vortice di puro egoismo, e di certo continuare a dialogare con questi due simili mostri, apparentemente definiti alla pari di ogni nazione, non so fino a che punto possa servire.

Giudicate anche voi!

Buona lettura.

Vincenzo Di Maio

Il G-20 economico-finanziario non serve a niente

Articolo del 21/02/2011 tratto da Peace Reporter

G20

G20

I Paesi ricchi non si mettono d’accordo sui criteri per monitorare gli “squilibri globali”. Ma questi sono comunque l’effetto, non la causa della crisi.
È di Christine Legarde, ministro delle Finanze francese, il miglior commento sul comunicato che ha chiuso il summit parigino dei ministri finanziari e dei governatori del G-20, l’esclusivo club dei venti Paesi più ricchi del pianeta. Alla domanda “che cosa significa?“, madame Legarde ha risposto: “Significa quello che significa, così come una rosa è una rosa”.

In pratica, il summit ha delineato “linee guida indicative” (non obiettivi vincolanti e condivisi) per stabilire degli “indicatori” che dovrebbero a loro volta spiegare quali sono gli squilibri economici globali. Tali indicatori dovrebbero poi comprendere sia gli squilibri commerciali, sia risparmio e debito privato, sia – ma solo in seconda istanza – il tasso di cambio delle monete nazionali.

L’impressione è quella di una tempesta in un bicchiere d’acqua. O meglio: che non si voglia parlare dei problemi veri.

Non si fa alcun riferimento alla riforma del sistema finanziario internazionale, con il ruolo spropositato di quegli istituti privati che sono le agenzie di rating e la perdurante presenza dei prodotti derivati nei mercati.

Raggiunto telefonicamente da PeaceReporter, un trader finanziario che chiede di restare anonimo ha così commentato gli esiti del summit: “Tutte le misure decise sono acqua fresca, perché vengono puntualmente bloccate da Usa e Gran Bretagna, che non intendono frenare l’attività delle banche e le loro pratiche speculative”.

Chiediamo un parere a Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica Economica Internazionale all’Università di Bologna, docente di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano.

La ricerca di indicatori per i cosiddetti “squilibri globali” è cosa recente?

No, se ne parla già almeno da quindici anni a livello di Fondo Monetario Internazionale. La novità sta nel fatto che adesso sembrano essere diventati estremamente importanti. Il problema è che gli indicatori non sono sotto il controllo dei governi. Per esempio, come si fa a controllare lo squilibrio delle partite correnti (il rapporto tra importazioni ed esportazioni di beni e servizi, ndr), che riguardano sia l’economia pubblica sia quella privata?

Non si capisce quindi, una volta accertati gli squilibri, che fare. Per cui, gli indicatori hanno il merito di far capire che la crisi attuale non dipende solo dalla finanza pubblica ma, per esempio, dall’eccesso di credito negli Stati Uniti, ma non si capisce a che altro servano.

Queste schermaglie sugli indicatori degli squilibri globali quali conflitti anche politici rivelano?

Mi sembra che una delle tesi più importanti, portata avanti anche dall’Italia, sia quella per cui oltre al debito pubblico bisogna guardare anche al debito privato. Ci sono Paesi come il nostro, che hanno un debito pubblico molto elevato e che per questo motivo sono sotto osservazione. Questi sostengono, anche a ragione, che forse l’indicatore più importante è il debito privato, quello delle famiglie, perché rende il Paese più vulnerabile e fa aumentare di più i tassi di interesse. Ovviamente chi ha un basso debito pubblico e un alto debito privato, come la Gran Bretagna, è contrario.

Poi ci sono gli squilibri commerciali. La Germania ha un attivo delle partite correnti molto elevato, altri, come la Grecia, no. In realtà tutti questi elementi sono collegati, è piuttosto bizzarro privilegiarne uno o l’altro.

Ma se queste riunioni del G-20 finanziario non stabiliscono criteri e obiettivi condivisi e al tempo stesso vincolanti, a che servono?

La questione degli indicatori sugli squilibri globali è davvero la più debole. E’ però da tempo che si è diffusa l’idea secondo cui gli squilibri economici globali sarebbero la causa dei problemi all’interno dei singoli Paesi. In realtà gli squilibri sono la conseguenza dei problemi, non la causa. Sono come la febbre, che non è la causa delle malattie ma il segnale. E quindi, di nuovo, gli indicatori servirebbero a dirci che c’è un problema ma non a risolverlo.

Prima della crisi dei mutui subprime, il Fmi ha montato una grande campagna sui “global imbalance” perché temevano che lo squilibrio di partite correnti tra Stati Uniti e Cina – il deficit commerciale da una parte, le grandi riserve dall’altra – avrebbe provocato una crisi globale nel momento in cui si fosse verificata una caduta vertiginosa del dollaro. Questo non è successo, anzi. Il surplus di riserve Cinesi reinvestite nel mercato ha probabilmente fatto sì che la crisi provocata dai prodotti derivati – che avevano ricevuto valutazioni positive dalle agenzie di rating – fosse minore di quanto avrebbe potuto essere.  Adesso i “global imbalance” tornano in auge.

In realtà i problemi sono tanti: quello fondamentale è la supervisione dei mercati finanziari, che riguarda anche il ruolo delle agenzie di rating. Poi ci sono la svalutazione competitiva della moneta, l’eccesso di indebitamento senza monitoraggio, le politiche fiscali troppo espansive. Sono queste le distorsioni (americane NdA) che poi provocano gli squilibri globali. L’importante è distinguere tra la causa e l’effetto.

G-20. Gli sforzi per raggiungere un consenso sugli indici per la misurazione degli squilibri economici.

Personalmente tradotto e tratto da The Hindu

PARIGI,20 Febbraio 2011.

Condividendo Opinioni: il ministro delle Finanze Pranab Mukherjee e il suo omologo cinese Liao Xiaojun in una riunione a Parigi, Sabato.

Condividendo Opinioni: il ministro delle Finanze Pranab Mukherjee e il suo omologo cinese Liao Xiaojun in una riunione a Parigi, Sabato.

Tra gli sforzi frenetici per raggiungere un accordo che fissi gli indicatori sugli squilibri economici globali, l’India, in occasione della riunione del G-20 di sabato, ha detto che non era affatto responsabile per la creazione di una volatilità dei mercati internazionali.

I ministri delle più grandi economie del mondo sono stati impegnati in colloqui per arrivare a un accordo su misura per gli squilibri economici globali, tra resistenza dura da Cina e India dicendo che non vogliono un accordo a ‘taglia unica’ per tutti.

“L’India non ha mai contribuito, e mai contribuirà, alla costruzione, o alla persistenza degli squilibri globali. Né tantomeno contribuisce alla volatilità nei mercati internazionali, compresi i mercati delle materie prime”, così si è espresso il Ministro delle Finanze Pranab Mukherjee alla riunione dei ministri delle finanze del G-20.

Il  G-20 dei paesi sviluppati ed in via di sviluppo, tra cui India, Cina, Russia, Brasile, Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia, aveva formato un gruppo di lavoro per decidere su tali indicatori.

Ci sono state proposte di indicatori quadro basati sul debito pubblico, sul risparmio privato, sui reali tassi effettivi di cambio e le riserve valutarie.

La Cina, rimanendo sulla propria posizione delle grandi riserve di valuta estera, pari a circa 3.000 miliardi dollari, e con un grande surplus delle partite correnti, è fieramente contraria a questi indicatori. Essa, invece, vuole prendere in considerazione ilsurplus commerciale.

L’India, da parte sua, ha suggerito che ulteriori sforzi da compiere per raggiungere un consenso sulle questioni controverse, dicendo che senza l’unanimità, “quella parte del comunicato può essere rinviata”.

Mr. Mukherjee ha detto ai giornalisti che ci sono degli sforzi per arrivare a un terreno comune.

In precedenza, nel suo discorso aveva detto che l’India era vulnerabile ai fattori stagionali e ai loro effetti sui prezzi dei prodotti alimentari. “Come risultato di capricci del tempo, l’India ha registrato un’elevata inflazione non sostenibile in materia di prodotti alimentari”, ha detto Mukherjee.

Il Ministro ha detto che i persistenti prezzi alti dei prodotti alimentari e delle materie prime a livello mondiale “non ci danno spazio per la lotta contro l’inflazione alimentare in India.”

L’attuale fase di crescita dell’India è stata più o meno equamente bilanciata tra consumi e investimenti da un lato, e tra la domanda interna e domanda estera, dall’altro. Tuttavia, l’India “ha la propria quota di preoccupazioni derivanti da materie prime elevati e prezzi delle attività e problemi economici di natura più strutturale che stanno alla base delle incertezze dell’economia globale”, ha detto il Ministro.

Alcune di queste incertezze derivano anche dalla aggressiva politica macro-economica rivolta verso la stessa crisi globale, ha detto.

Mr. Mukherjee ha detto che la ripresa globale è fragile e ci sono stati significativi rischi al ribasso delle tensioni presenti nella periferia dell’area dell’euro, diffondendosi in altre regioni.

Alla domanda se l’India sta seguendo gli Stati Uniti nella regolazione dei prezzi delle materie prime, in mezzo a un tale picco sul costo del cibo, il signor Mukherjee, ha dichiarato: “Noi non stiamo muovendo verso nessuno [in riferimento agli U.S.] Quello che ci interessa è che ci dovrebbe essere una crescita equilibrata”.

“Vogliamo garantire un flusso di [fondi] da paesi avanzati ai paesi in via di sviluppo per il rafforzamento delle infrastrutture nelle economie in via di sviluppo”, ha aggiunto.

Mr. Mukherjee ha detto che i rischi che ci sono stati sono dovuti a causa dei prezzi elevati delle materie prime, della volatilità dei tassi di cambio e dalla presenza di un’alto tasso di disoccupazione.

22 febbraio 2011 - Posted by | Ascoltare, Azioni, Cultura, Notizie e politica, pensieri | , , , ,

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