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Traditori e difensori nel sentimento di Patria


La Patria, secondo il dizionario Hoepli, è quel paese che, per motivi geografici, storici, culturali e sim., è considerato come proprio dal popolo che l’abita o l’ha abitato.

In tal senso si distinguono i Popoli senza patria, cacciati dalla loro terra da popoli invasori, e la Patria d’elezione, luogo in cui un individuo o un gruppo scelgono consapevolmente di appartenervi e restare, o al contrario anche di andare via.

Patria o Muerte

Patria o Muerte

Quindi, da questa prospettiva, la Patria è un sentimento morale di alto rango che può anche andare oltre la sinonimia del concetto di Nazione, in quanto essa riguarda appunto motivazioni di contiguità geografica, di continuità storica e di simiglianza culturale che hanno permesso fruttuose relazioni interculturali tali che hanno arricchito entrambe le parti, in cui per ogni contesto si specifica sempre un’origine e un margine in cui le radici di quelle informazioni vanno ad integrarsi in quel contesto locale.

Detto questo, la Patria è quindi un sentimento che accomuna secoli di storia diretta e/o indiretta anche tra remote regioni come ad esempio è avvenuto tra l’Asia Orientale e il Mediterraneo lungo le grandi strade calcate dai mercanti su quella grande e affascinante strada denominata come la Via della Seta.

Come anche, sempre nello stesso senso, si sono avute relazioni storiche importanti fra grandi personaggi come Alessandro Magno, che dalla Macedonia raggiunse i margini occidentali della penisola della grande India, e come la dinastia di Genghis Khan che dalla Mongolia attraversò per secoli l’intera Asia attraversando l’attuale steppa russa e arrivando fino alle porte di Vienna. 

Entrambi correlati da leggendarie imprese realizzate e spinti da volontà divine, questi due eroi culturali erano persone accomunate dalla grande apertura alle culture altre e dal rispetto delle popolazioni e delle tradizioni locali, al punto che entrambi si espressero come vettori storico-culturali che furono sedotti da queste terre e dalla ricchezza delle loro tante culture, al punto che di Genghis Khan, ad esempio, si parla di ‘sinizzazione della cultura mongola’, proprio per testimoniare la grande ammirazione di Temujin per il popolo Han e le loro tradizioni, al punto che, in un paese in cui i Buddhisti avevano goduto di grandi favori precedentemente, i poveri monaci Taoisti dotati allora di templi allo sfascio e di grande essenzialità, vennero sostenuti direttamente dal governo del Gran Khan, quello stesso governo che destò tanto fascino su Marco Polo nei suoi Viaggi del Milione.

Senza addentrarci in mille altre vicende di relazioni interculturali, come i grandi viaggi di Zheng He, possiamo dire con G.B.Vico e i Taoisti che la storia è storia, e in quanto tale passa e finisce ripresentandosi sotto altre forme, ma ciò che resta sono proprio quei fattori culturali che si diffondono lungo kilometri e che collegano grandi distanze ed identità ‘apparentemente’ diverse.

Dello stesso si può dire delle terre d’Africa che, fino a prima dell’avvento, o se preferite, del mal-vento colonialista delle monarchie occidentali, avevano sempre avuto moltissime relazioni di scambio economico, politico e culturale con le terre d’Asia e le terre dell’Europa Magna, tenendo presente anche la funzione antropologica che la storia dell’Islam ha svolto come cesura fra tutti e tre i continenti del Mondo Antico: Asia, Africa ed Europa.

In tutte queste vicissitudini, il ponte dell’Eurasia è comunque una via importante e ricca di culture chiare come il Sole, in cui la via della seta è il vero protagonista antropologico di tutto il Mondo Antico.

Infatti, come abbiamo appena riscontrato la viva solarità di vicissitudini storiche e di millenarie relazioni interculturali, allo stesso modo non possiamo certo dire le stesse cose per il fenomeno antropologico del colonialismo, in quanto manifestazione di morte, di distruzione e di deculturazione delle Tradizioni Locali.

Al contrario di quanto usualmente si crede, dal punto di vista antropologico, la fenomenologia del colonialismo non appartiene soltanto alla ‘feudocrazia’ delle monarchie occidentali, coincidenti con la successiva scoperta del Nuovo Mondo, in quanto essa è la reiterazione di tendenze culturali precedenti che mostrano gli Antichi Romani, o per meglio dire una parte di essi, come predecessori del colonialismo moderno e pre-moderno, in quanto la reale identità del colonialismo si connota come opera di conquista di terre lontane mediante l’inculturazione forzata di una lingua e di determinate usanze mirate ad evirare ogni correlazione con le culture precedenti oppure a trasformare esse in una identità nuova ma pur sempre deculturata.

La deculturazione è un atto pienamente volontario, nè involontario e nè accidetale, dove l’arrivo degli stranieri, anzichè un riconoscimento delle legittimità locali (come invece è successo per Alessandro Magno e Genghis Khan, NdA), produce un annientamento, una riconversione oppure anche uno stravolgimento culturale diretto verso i testimoni antropologici di una cultura, detentori dei veri saperi locali, per arrivare a sostituire e/o ad intossicare le culture locali deviandole dalla conoscenza del vero sapere, sostituendolo con fattori culturali che, seppur possano mantenere delle esteriorità particolari, di fatto sono totalmente stravolte interiormente e/o viceversa per quanto riguarda, ad esempio, la reazione antropologica del popolo Azteco-Maya nei confronti dell’evangelizzazione forzata in cui mantenendo apparentemente l’iconografia coloniale, di fatto mantenevano anche determinate usanze della propria cultura originaria che gli antropologi hanno definito come ‘sopravvivenze culturali’.

Fenomenologie di questo tipo possono essere inserite in una gamma che va dallo ‘intossicamento interiore’ con il mantenimento di apparenze esteriori, fino al completo etnocidio’, che rappresenta la distruzione di un gruppo etnico e/o del suo patrimonio culturale, una gamma che comprende al suo interno sia il genocidio e sia l’ecocidio, laddove quest’ultimo rappresenta l’invasione di pratiche malsane di cattivi costumi che comportano l’importazione e/o l’esportazione di agenti elementari che sconvolgono gli equilibri di ecosistemi a più livelli.

In questo modo possiamo definire che il colonialismo, in qualità di fenomenologia antropologica, si distingue in Pre-colonialismo, prima della scoperta del Nuovo Mondo, in Colonialismo storico, inerente a quello operato dalle monarchie feudali dell’Occidente, in Colonialismo economico, quello che erroneamente viene definito imperialismo (in quanto essa era una etimologia che inglesi ed alleati avevano utilizzato per definire l’opera continentale della liberazione Napoleonica dell’Europa, NdA), in Colonialismo culturale, concernente l’opera di divulgazione e diffusione dell’educazione positivistica e della forma mentis occidentalista (mediante lo studio all’interno dei paesi colonizzatori e all’apprendimento di fattori culturali come il marxismo, il liberalismo, ecc., NdA), in Colonialismo politico, inerente alle alleanze strategiche trasnazionali tra partner interni a due diverse nazioni e/o culture (una deformatrice e l’altra conformatrice, NdA), in Neo-colonialismo, che riguarda l’apparente decolonizzazione del mondo nel secondo dopoguerra ad opera di ulteriori infiltrazioni sociali (forse non a caso mentre il mondo si decolonizzava il PIL interno in Occidente aumentava e i paesi poveri divennero ancora più poveri, NdA), in Post-colonialismo, che riguarda la completa colonizzazione dell’immaginario e della mentalità mediante imposizione cognitiva di prodotti, servizi e simboli non appartenenti alla cultura locale (e ‘forse’ antropologicamente non-appartenente a nessuna cultura, NdA), un post-colonialismo che comunemente viene anche definita come fenomeno di deculturazione all’interno del vampirismo capitalista della globalizzazione conformata nel monopolarismo culturale anglo-americano.

Tralasciando lo studio e la definizione particolare di ogni forma di ‘trasmutazione camaleontica’ della fenomenologia antropologica del colonialismo lungo la linea del tempo, come anche dei fattori storici che hanno spinto verso la mutazione, mi soffermerei molto su alcuni aspetti del pre-colonialismo, in quanto essi riguardano fenomeni storico-sociali complessi inerenti sia l’Antica Babilonia, sia la Grecia Antica, sia l’Antica Roma e sia il Cristianesimo delle origini, elementi controversi che arrivano a comprendere quella fase fumosa della storia che va sotto il nome di Medioevo quale origine della feudocrazia, elementi controversi che vanno spiegati all’interno di una griglia comparativa che confucianamente distingue fra Integrità morale e Corruzione dei costumi, fra Salubrità e Tossicità, fra Virtù e Vizio, fra Armonia e Caos, fra Costruzione e Distruzione, fra Cooperazioni e Conflitti.

In questo modo possiamo individuare una linea storico-geografica di spostamento degli ‘abissi’, conformati in imbuti di assoggettamento vampiristico, che va dalla valle del Tigri e dell’Eufrate e arriva fino alla costa nord-atlantica del Nuovo Mondo.

In pratica abbiamo a che fare con un determinato comportamento che, all’occhio clinico e acuto, possiamo intravedere tra i mattoni della storia occidentale un collante che si reitera nel tempo, si produce e si riproduce, generando cloni esponenziali come un ‘virus nel sistema’ che continuamente genera e rigenera trappole di crash sistemico per poi arrivare quasi automaticamente a nuove formattazioni in cui il virus trova sempre terreno fertile per riprodursi, trova sempre nuove cooptazioni corruzionistiche in un continuum storico senza eguali.

All’interno delle miriadi di conoscenze simboliche del Taoismo si può arrivare a conoscere un aspetto interessante che riguarda la definizione della cultura semente dell’ovest, come se si volesse definire un aspetto naturale di evoluzione storico-sociale in cui si intravede nell’est la cultura ovarica di compenetrazione armonica di un amore cosmico e divino (cfr. Taoismo, di Bianchi Ester, Dizionari delle Religioni – Edizioni Electa) [almeno così scrive l’autrice, NdA].

Il problema è che, se queste affermazioni sono vere, nella naturale evoluzione delle cose qualcosa forse è andato storto per qualche ragione, una constatazione dove le ipotesi possono schizzare come un eruzione vulcanica, ma dove la connotazione antropologica di un certo comportamento tossico e vampirista all’interno della normale evoluzione delle cose in Occidente sembra essere il fattore di un particolare aspetto che segue un filo rosso che attraversa millenni di storia successivi a quel ‘comune denominatore antropologico’ insito nella conoscenza di antico momento che viene anche definito come diluvio universale (altri denominatori comuni nelle tradizioni antropologiche locali sono la proibizione dell’incesto e determinate costanti etiche e morali, ecc., NdA), un fatto diluviano che sembra sia stato appurato e verificato anche da alcuni geologi contemporanei.

Fatto sta, anzichè perderci nei meandri della mente è sempre meglio vedere alla realtà così com’è in quanto, come afferma il grande Buddha nel Dhammapada, la riflessione e lo studio senza la pratica della meditazione non è soltanto fuorviante ma addirittura nociva.

Pertanto scavare in basso può anche essere utile a condizione che si guardi sempre il Cielo più grande, tenendo sempre a mente la vera Virtù nella costanza di realizzare una Mente Pura nella retta parola, nella retta azione e nel retto pensiero.

A volte in questo marasma mentale ed intellettuale è importante tener sempre presente il vizio di forma dell’intellettualismo che comporta la sedimentazione di solchi cognitivi che possono farti smarrire, ma seguire la Via della Rettitudine comporta prima o poi l’uscita dai meandri di qualsiasi grotta, compresi gli abissi del più profondo inferno.

Ciò che conta è il qui e ora, è l’amore per la persona amata, è la condivisione dei risultati con i propri familiari, è il confronto continuo con le persone giuste e con i luoghi sani di ogni dove.

L’atto di contestualizzare come insegna il grande Confucio è importante perché permette sempre di non smarrirsi mai nell’assolutismo raziocinante della più cieca e bieca meccanica di una estenuante ricerca di spiegazioni che si rivelano essere conformazioni astratte.

Ma purtroppo a volte affondare le mani nei luoghi più bassi e dimenticati ci permette di scindere e distinguere il puro dall’impuro trovando le perle dimenticate del nostro cuore.

Il Buddha

Il Buddha

E per queste ragioni è importante capire i meccanismi che ostacolano la manifestazione di una Mente Pura, come anche di tutta la grandezza dello spirito, e forse in tal senso va ricercato il significato di ‘Ama il tuo nemico’  di Yeshua (Gesù per i cristiani, Issah per i musulmani, NdA) ovvero nella comprensione più profonda di quali sono i meccanismi che bloccano il profondo risveglio dell’anima, quegli stessi meccanismi che il ‘demone Mara’ ha utilizzato per ostacolare la vera illuminazione di Siddharta Gautama detto il Buddha, ‘ostacoli frattali’ continuati anche dopo il suo stesso Risveglio.

Pertanto, scendere ai livelli dei nemici della vera umanità mediante la logica è soltanto uno strumento per conoscere come sgominarli in ogni direzione, ma è tutt’altro che un fine, in quanto probabilmente come afferma implicitamente la logica Taoista, la ragione tende sempre a portare verso l’autodistruzione in quanto creatore e moltiplicatore automatico di logica strutturata in errori esponenziali mentre invece, come affermano anche i Veda indiani, il cuore è la sede della vera intelligenza proprio perché assimilato alla dimora dell’Intelligenza Universale (forse non a caso etimologicamente esistono delle divergenze di significato tra la parola ragione e la parola intelligenza, NdA).

Oggi, all’interno di ciò che connota l’Occidentalismo c’è un fenomeno poco conosciuto oppure ignorato che va sotto il nome di Feudocrazia.

Essa corrisponde all’espressione sostanziale di quel fenomeno che, probabilmente, ha permesso ai censori e ai senatori romani di distruggere l’impero e di reintegrarsi all’interno di quell’ondata di cambiamento culturale proveniente dal cristianesimo originario, una situazione contestuale e vibrazionale che, se risultasse vera e comprovata, spiegherebbe molti misteri e intrighi che poi nell’alto medioevo ha permesso alla discendenza di questi ricchi possidenti di trasformarsi in signori feudali, dove le monarchie occidentali di quell’epoca, come la Francia di Pipino il breve, non sono altro che un allargamento territoriale dei feudi minori che, al contrario di quanto si possa pensare risulterebbero in tal senso, di gran lunga diversi culturalmente dalla concezione imperiale di Carlo Magno, e di Federico Barbarossa dopo di lui, in quanto essi cercarono, non solo di unire terre antropologicamente omogenee (come quelle dell’Europa continentale accomunate tutte dall’uso della lingua latina, ad esempio, NdA), ma anche di ristrutturare il territorio secondo leggi omogenee e uniformi al fine di dare pari dignità agli uomini eliminando la tirannia feudale.

Com’è andata a finire poi la storia lo sappiamo tutti, in quanto le spinte unificatrici della sacralità imperiale andarono smarrite, sopraffatte e semanticamente usurpate dalla sovraimpressione cognitiva delle monarchie dei grandi feudatari e, come affermava il filosofo tedesco Karl Jaspers con la sua concezione storica di periodo assiale, se dopo un periodo di smarrimento generale in Asia come in Europa, è normale che il ricomponimento territoriale delle spinte imperiali in Europa non riuscì a ricomporsi? E se si, perché?

Non possiamo e siamo in grado di saperlo senza le opportune prove, né se Jaspers aveva ragione e né tantomeno se quelle domande sono pertinenti oppure no, ma l’unico fatto certo sta in questa ‘anomalia antropologica’ dell’Europa rispetto al resto del mondo, in quanto la pratica delle nefandezze a-morali sulle popolazioni locali ha una sua specifica connotazione che appunto abbiamo individuato come ‘fenomenologia del colonialismo’ e come ‘vampirismo antropologico’, come anche nell’ipotesi intrigante di una strutturazione che potrebbe rivelarsi vera, ovvero l’espressione della feudocrazia come un’altra tipologia di costante storica.

Questa particolare costante storica è un sostrato strutturale leggibile tra le righe della storia, e che attualmente è ricoperto dalla democrazia, su cui tra l’altro molte sarebbero le cose che co sarebbero da dire su questo vero mito di falsa giustizia.

Forse non a caso Jean-Jacque Rousseau sostiene che:

..una vera democrazia non è mai esistita e mai esisterà. E’ contro l’ordine naturale che il grande numero governi e che il piccolo sia governato. [..Le condizioni necessarie per la democrazia sono piccole dimensioni, grande semplicità di costumi, eguaglianza di condizioni e poco o niente lusso. In pratica,] se ci fosse un popolo di dèi, si governerebbe democraticamente. Ma un governo così perfetto non è fatto per gli uomini.

Jean-Jacques Rousseau

Jean-Jacques Rousseau

Qui Rousseau è chiaro e intellegibile, e si potrebbe dire che ‘forse’ il suo senso reale della democrazia forse consiste non tanto in una forma di governo, come sosteneva Pericle, ma in una forma di struttura sociale in cui non si necessitano troppe discussioni in cui poter verificare l’ostentazione continua di battaglie egoiche tra interessi diversificati e ben distinti, ma nel senso di una azione condivisa in cui ognuno comunque svolge la propria funzione al proprio posto.

Ora non mi sembra il caso di aprire un ‘processo alla democrazia’ ma è piuttosto importante notare come questa manifestazione antropologica sia il vestito più adatto per la feudocrazia moderna, in quanto essa è inerente alle forme di colonialismo e post-colonialismo come anche alla reale strutturazione di interessi particolaristici palesi e occulti.

Altro fattore certo è la struttura del mondo moderno in cui il capitalismo storico è l’altro sostrato che si frappone come il maglione al cappotto, quella stessa concezione che secondo Immanuel Wallerstein è l’attuale assetto del sistema-mondo, ma che a suo dire tutto è riportato ad esso in modo assolutistico e raziocinante, senza tener conto delle differenze antropologiche e culturali presenti da contesto a contesto.

Di certo è che la conformazione geografica del mondo si struttura per centri, periferie e semiperiferie, sia a livello internazionale fra gli stati nazione, sia a livello intranazionale (fra regioni ricche e regioni povere), sia a livello intraregionale fra metropoli, città e campagna e sia a livello intracittadino fra quartieri di centro e quartieri di periferia…

In questo assetto planetario a livello mondiale, queste ‘reti territoriali’ fra centri e periferie che si sovrappongono come strati di vestiti per coprirsi dal freddo la feudocrazia domina mediante ‘lobbing negative trasnazionali’ che producono e riproducono una incessante accumulazione di captali che rendono i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, laddove la famosa definizione sociologica di classe media tende sempre più a scomparire allo stesso modo delle fruttuose relazioni internazionali a livello globale.

Queste reti complesse, che in alcuni casi sono apparentemente scollegate (come la grande finanza globale e i rapporti con le banche vaticane, ovvero il caso di Roberto Calvi, ad esempio, NdA) possono essere forse intraviste in alcune ferite che lasciano intravedere questo feudalesimo mai scomparso.

Alcuni erroneamente sostengono che la struttura di questo sistema-mondo a reti sovrapposte sia conformato come una piramide che detiene il suo apice nella city di Londra, ma in realtà la struttura reale di tale conformazione, siccome si manifesta come un continuo drenaggio di flussi di capitale verso l’area anglo-americana, in realtà essa assume più la struttura di un imbuto, che abbiamo definito di ‘assoggettamento vampirista’ proprio in virtù del fatto che il continuo consumo di surplus drenato dalle estreme periferie verso i centri, via via superiori (o se preferite inferiori, NdA), scende come vino travasato dalle botti alla bottiglia del solito ubriacone insaziabile, lasciando le periferie al secco, proprio come fa un imbuto.

Sfortunatamente il drenaggio non appartiene soltanto alla dimensione finanziaria dei capitali ma anche in ricchezza non-monetaria come il ‘capitale umano’ istruito in loco e sostenuto educativamente, finanziariamente e culturalmente dai familiari per poi perdersi nei centri di ricerca universitaria all’estero e  in tal senso complessivo, quindi, l’Europa continentale si mostra attualmente come un ulteriore colonia internazionale non-cosciente del capitalismo storico anglo-americano.

E’ interessante notare come piccole ‘sopravvivenze culturali’ del medioevo come principati e micro-stati, svolgano la funzione di facilitazione del drenaggio di denaro come anche di stoccaggio dello stesso all’interno di giochi di prestigio creati mediante società off-shore e istituti bancari privati collocati fuori dalle normali normative anti-corruzione, tali che permettono e favoriscono il riciclaggio di denaro sporco e l’anonimato dell’identità reale dei possessori effettivi.

Ora, parafrasando un vecchio proverbio, la domanda chiave è “è l’abito che fa il monaco o è il monaco che fa l’abito?”

I Taoisti e i maestri Zen probabilmente risponderebbero ‘il cielo è blu’.

Quindi, in sintesi, l’elemento più importante del sistema-mondo moderno è l’egocentrismo egoistico fomentato culturalmente dalla feudocrazia all’interno di un circolo vizioso alimentato dai media che direttamente, indirettamente e involontariamente producono e riproducono tale fenomeno come una matrice negativa e dissolutiva dove la competizione per l’accaparramento degli oggetti spinti ad essere desiderati diventa fattore manifestato nel consumismo più bieco  e negli sprechi di materiali non reimpiegati e non redistribuiti a fasce più basse.

Questo ‘virus antropogico’ , di conseguenza, tende a sovraimporre, a distruggere e ad uccidere la Tradizione delle culture locali (similmente a ciò che è inizialmente avvenuto nella Yugoslavia post-muro, ad esempio, NdA), mediante simili dinamiche, cercando di uniformare il mondo a quel materialismo bieco radicato in istituzioni sociali dove l’arbitrarietà egotica di gruppi o di singoli sopravvale il senso di responsabilità sociale, in quanto esso è il fattore cardine che antropologicamente connota le culture tradizionali e dove gli statiunitensi ne rappresentano quindi una non-cultura priva di radici che, nella ricerca di esse, tende a distruggere ogni correlazione con l’alterità.

Infatti negli ambienti sociali anglo-americani lo stato di connotazione peculiare di tale conformazione è di fare ‘insalate arbitrarie’ dove il senso non esiste ma è dominato soltanto dall’ego che riconverte valori etici e morali in composizioni di tornaconti economici e materiali, dove soccombe la diversità culturale ‘apparente’ di zoppi che hanno imparato a zoppicare perchè hanno frequentato altri zoppi.

Lasciando ora questo mondo dove il sentimento della collettività e il senso di appartenenza antropologica non esiste, per ritornare al nostro Mondo Antico dove il senso di Patria c’è e che a volte, proprio in virtù di assolutizzazioni dovute a corruzioni antropologiche e ad intromissioni occidentali, fino a ieri è arrivato ad esprimere delle forme distruttive e competitive, di certo non possiamo dire altrettanto per la funzione svolta dai valori etici e morali che esprimono tutt’oggi il senso del rispetto e della cooperazione fra soggetti diversi.

Il senso di Patria è un sentimento importante che, come abbiamo inizialmente affermato, definisce un’identità territoriale che, per motivi geografici, storici e culturali, è considerato come propria appartenenza dal popolo, o dai popoli, che l’abitano e/o che l’hanno abitato.

Partire da questo sentimento significa non soltanto connotare un territorio descritto dalle configurazioni cartografiche del territorio che il Pianeta Terra comunica verso gli uomini integri e integrati, ma anche identità culturali omogenee e correlate dalla condivisione di secoli di storia determinati da continui scambi culturali.

Oltre agli ‘agenti elementari’ che sostengono una Patria, ci sono anche i traditori di Patria, che sono persone che pur di affermare i propri interessi, le proprie correlazioni trasnazionali e le proprie posizioni sarebbe capace, non soltanto di tradire la sua nazione, ma anche di rinnegare sua madre.

In tal senso è interessante notare l’integrità del grande Genghis Khan, che giustiziava anche le spie che tradivano i suoi stessi avversari.

Se una persona appartiene ad una terra è soltanto quella terra che deve difendere in tutta la sua contiguità geologica, biologica e antropologica.

Perchè tradire comprova la disumanità di un essere spregevole, anche quando poteva essere un vantaggio.

Infatti il tradimento della propria Patria è l’atto più basso dell’uomo da poco, quello che Confucio chiamava Xiaoren e che Totò avrebbe chiamato Quaqquaraqqua

E proprio per questo è importante capire da che parte del fronte stare.

Buona Salute.

Vincenzo Di Maio

10 marzo 2011 - Posted by | Ascoltare, Azioni, Cultura, Guardare, Idee, Notizie e politica, Scienza | , , , , , ,

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