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WUSHIDAO & BUSHIDO: principi, fondamenti e applicazioni


Come abbiamo già descritto nell’articolo del 13 gennaio 2011, la Via del guerriero è uno stile di vita che, per vicissitudini storiche diverse, accomuna in particolare due e più territori che appartengono alla grande ed estesa terra dei Dragoni Celesti: l’Estremo Oriente.

Il sostrato di base che si sviluppa in più direzioni e forme, come anche di stili di combattimento, riguarda un aspetto trascurato da almeno una parte dei maestri di arti marziali in Europa, ovvero la disciplina, l’etica e la morale che va sotto una parola che in italiano mal traduce il senso profondo di tale complessità comportamentale, quasi come se essa fosse soltanto il mero apparire di facciata: la famosa etichetta aristocratica moderna e medievale.

Se consultate un moderno dizionario di italiano alla voce etichetta, vedrete che la parola va a denotare direttamente “un cartellino che si attacca su bottiglie, scatole e sim., con una breve indicazione del contenuto”, una pietosa situazione che mal traduce il senso ma che se andiamo a scavare nelle stratificazione delle significazioni sovrapposte lungo la storia cognitiva di questa parola, vediamo che essa rappresenta anche cose come “l’etichetta di identificazione: foglietto di carta, cartoncino o film plastico applicato su prodotti e imballaggi per indicarne dati di rintracciabilità”, oppure una “etichetta discografica, un’impresa commerciale che si occupa della produzione di materiali audio”, una rigenerazione semantica che continua nello spazio e nel tempo arrivando all’informatica, laddove nei linguaggi di programmazione “è un gruppo di caratteri identificatori di un record, una posizione oppure l’istruzione di un programma”.

Tutti questi fattori, che si accomunano per indicare fattori di utilità materiale privata dello spirito intrinseco, oppure anche di connotazione convenzionale di un gruppo di fattori sempre utilitari ma identificatori, ciò che conta non è il mezzo ma il fine, ciò che conta non è il giusto ma è l’interesse.

Ad un certo punto, all’interno della stratificazione semantica abbiamo trovato una significazione assonante, che però neanche lontanamente può rappresentare il reale significato estremorientale della parola etichetta, sia per ragioni tecniche che per ragioni storiche e culturali.

Quest’assonanza semiologica sta nel senso del reale significato dell’etichetta, intesa espressione dell’educazione etica che in occidente si è espressa nell’ambito gnoseologico del galateo, quell’usuale costume utilizzato dall’aristocrazia monarchica occidentale dell’epoca moderna, un significato che secondo Wikipedia la terminologia di galateo definisce

“l’insieme di norme comportamentali con cui si identifica la buona educazione, un codice che stabilisce le aspettative del comportamento sociale, la norma convenzionale. Sinonimi sono etichetta e bon ton. Il nome galateo deriva da Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa Aurunca che ispirò a monsignor Giovanni della Casa quel celebre libro del viver civile, il Galateo ovvero de’ costumi, primo trattato sull’argomento pubblicato nel 1558. In molti paesi il termine impiegato è connesso con l’italiano etichetta, lo spagnolo etiqueta e il francese étiquette. È molto suggestiva, anche se non corretta, l’etimologia popolare della parola etichetta come diminutivo di etica, ramo della filosofia che si occupa di ciò che è buono, giusto o moralmente corretto: viene infatti spontaneo pensare che si tratti di una sorta di “etica minore” applicata non ai grandi problemi della vita morale ma ai semplici problemi della vita di ogni giorno. In generale, si può dire che il galateo è un codice non scritto, anche se può in alcuni casi dar luogo a codificazioni scritte.”

Secondo questa definizione, il galateo non descrive altro che la teorizzazione di determinate norme sociali che regolano il comportamento personale nell’ambito delle quotidiane relazioni sociali, una cognizione che fa di esso un elemento per esprimere una sorta di diminutivo dell’etica, che invece in questa logica teorica rappresenta un ramo di dissertazioni opinionistiche definite dall’altisonante appellativo di pompose discussioni barocche e manieriste, dissertazioni che a quel tempo andavano sotto l’elgida della filosofia moderna, o se preferite di una dilettuosa retorica sofista, quasi come se l’etica, sia essa maggiorata o  diminiuta, fosse null’altro che l’oggetto e il soggetto di intense diatribe elaborate da sofisticati ipotetismi egoici tra chi esprimerebbe il giusto e chi, invece, pretende di essere più giusto dell’altro.

Evitando ogni specifico approfondimento dell’origine occidentale dell’etichetta, di una pura ed evanescente apparenza definita da un forzoso conformismo sociale privo di fondamento, nonché soggetto alle più ampie discussioni tra ricchi signori dai nobili natali, dissertazioni che anzichè esprimere la pratica dell’esempio insito nell’umana essenza, tende invece a celare la oscura cupidigia umana coperta dalle mura domestiche e da tutti i luoghi lontani da occhi indiscreti.

Perchè in Occidente il valore dell’etichetta, soprattutto tra uomini e donne di rango elevato, tra aristocratiche soggettività protesi in cose assurde, magari anche sconce ed addirittura indicibili, ha sempre denotato dei comportamenti convenzionalmente non conformi alla reale normatività sociale della c.d. etichetta, in quanto ha sempre nascosto la reale identità comportamentale di soggetti accovacciati nella penombra, esprimendo comportamenti inusuali e amorali dietro le quinte del palcoscenico della realtà, dietro le tende dell’impersonificazione teatrale dei ruoli sociali che, anzichè modellarsi ai dettami etici della società, non corrispondevano affatto all’elevazione sociale che mostravano in società.

In fondo tra ieri ed oggi non è cambiato molto se non il fatto che tutti i servi delle corone monarchiche, come anche di precisi e particolari interessi, hanno culturalmente massificato i vizi di quella folle aristocrazia negriera, dei comportamenti che oggi si sono diffusi quasi ovunque all’interno di quei ceti sociali che i ricchi liberti nobiliari chiamano ancora plebei, una specifica fascia sociale tutt’oggi esistente in veri e propri ‘orrori domestici’ celati dietro convenzioni sociali, dietro l’interpretazione di ruoli, dietro intese correlazionali, se non proprio di vere e proprie contrattazioni di relazioni depravate tanto bilaterali quanto multilaterali, fra membri di più soggettività sociali apparentemente sconnesse, quanto anche riscontrabile negli stimoli emulativi di una alterata coniugazione di coppia che, per ammazzare il tempo, va alla ricerca di nuove emozioni che possano farli sentire vivi, almeno una volta al dì.

Da qui possiamo certamente notare come la salubrità ipotetica di queste aristocrazie monarchiche occidentali non soltanto sono tuttora vive e vegete, quali discendenze generazionali dirette ed appollaiate sulla modernità di macchine che hanno sostituito cavalli e nocchieri, ma addirittura vanno ad incrementare esempi ed emulazioni che moltiplicano tutti i Vizi del Capitale Post-moderno, viziosità comunicate alle masse attraverso forme di comunicazione pubblica mediata da i più disparati ritrovati tecnologici, in cui questi pupazzi dell’intrattenimento testimoniano la loro immagine come guide da emulare, quasi come se pretendessero di distinguersi come santi mediatici da imitare.

Senza andare a scomodare i rotocalchi rosa di quelle tante copiose riviste, quali prodotti editoriali conformati in aggregati sociali complessi che vanno dal paparazzo fino ai Corona delle agenzie di giornalismo scandalistico, ritroviamo una fenomenologia sociale dove lo scandalo diventa quasi una norma sociale, come se fosse la vera legge, mentre il diritto arranca tra la fallacia e l’inefficacia di strutture che mancano di quel mordente posseduto in passato dallo jus latino, quanto da quella sed lex dura lex che distingueva la magistratura romana di istituzioni come l’imperium.

Nello scandalismo moderno la piccola plebaglia non solo vede, ma apprendere, imita, sogna i loro stessi sogni e non i propri, immagina le avvincenti vicende di questi ‘capri espiatori’ delle proprie frustrazioni, un incolto popolino che  magari riproduce a propria volta, attraverso la pubblicizzazione di vizi e virtù ad uso e consumo di questo baraccone di fenomenali e pietosi umani alla deriva, dei pagliacci che intrattengono le persone in show e spettacoli da stra-pazzo, una situazione in cui la televisione è il cuore centrale da cui si diffonde e si esprime questo immane mondo, nella prospettiva di un oblò dentro ad una nave che lentamente affonda con tutto l’equipaggio, una mono-finestra ‘uguale per tutti’ che, anche se cambi canale, sei sempre sintonizzato sullo stesso edificio, anche se magari apparentemente collocati in qualche appartamento più a sinistra.

Non vi sto parlando di spettacolarizzazione della politica di Guy Debord, ma bensì della spettacolarizzazione dei vizi capitali, in-sane e lussuose abitudini che la nostranità élitista dei nostri post-moderni aristòcrati non fanno altro che reiterare continuamente come la tela tessuta da un ragno che incessantemente dispone filamenti su cui ingabbiare prede a buon mercato, una fenomenologia complessa che non esclude nessuna componente subculturale della società contemporanea, una dimensione che poco a poco potrebbe anche arrivare alla legittimazione dell’illegittimabile, un processo di opinionizzazione etica che nel suo relativismo manca di oggettività, in quanto l’apparenza dell’etichetta potrebbe anche nascondere l’impossibile.

E’ interessante notare come le post-moderne abitudini di nascondersi tra l’essere e l’apparire abbia radici molto precedenti e soprattutto insite in certe fasce di cordate sociali, filoni relazionali che nel caso delle aristocrazie monarchiche, ancora oggi perdurano nell’apparenza mediatica delle attuali discendenze nobiliari.

Un’altro interessante elemento di continuità storica mostrato sotto le scandalose forme di illecite condotte sessuali, se non addirittura forme anche peggiori delle precedenti, riguarda la particolarità di determinati esponenti del clero nel periodo medioevale, laddove un certo Salinbene de Adam, un frate minore che assolse il compito di essere uno storico italiano del XIII° secolo con la sua ‘Cronica’, riportando di aver sentito almeno “cento volte” i sacerdoti italiani citare il proverbio latino «si non caste, tamen caute» (se non castamente, almeno con cautela), una situazione ambigua tanto quanto quella citata da Baldassarre Castiglione (XV-XVI secolo) che, nel suo ‘Libro del Cortigiano’, affronta l’immoralità di certi chierici:

«e poi allegano una certa autorità di suo capo che dice “Si non caste, tamen caute”; e par loro con questa medicare ogni gran male e con bona ragione persuadere a chi non è ben cauto che tutti i peccati, per gravi che siano, facilmente perdona Idio, purché stiano secreti e non ne nasca il mal esempio».

Come si sa “le bugie hanno le gambe corte tanto quanto la gramigna ha radici profonde”, ma ciò che a noi interessa in questo momento non è comprendere la genealogia complessa di questo ambiguo fatto sociale insito nel conformismo del mostrarsi radicato nell’ipocrisia di spiriti ammalati, ma piuttosto soltanto di mettere in chiaro, di rendere intellegibile, la radicale differenza insita fra l’occidentale versione della fenomenologia sociale dell’etichetta sociale, piuttosto che le caratteristiche tipiche della tradizione estremorientale in genere.

Tralasciando le correlazioni multilaterali strutturate da bilateralità multiple, che disegnano una ragnatela di significati analoghi che lascian discontinue tracce lungo un ipotetico percorso spazio-temporale, abbiamo forse capito sia che l’etica non è affatto un opinione, ma è espressione viva di tradizioni antiche che in Italia risalgono ad un complesso periodo che riporta la nostra mente alla genealogia del cristianesimo che si diffonde ad opera di uomini che attraversano classi e caste sociali, una dimensione spazio-temporale dove l’etica subisce contraccolpi durante la convivenza con scioccanti contraddizioni sociali, inerenti tanto alla fase decadente dell’impero romano quanto alla corrispettiva fenomenologia emergente della monarchia vaticana, un’altissimo medioevo che ci addentra in un periodo cupo e controverso, e forse probabilmente anche peggio di questa nostra post-modernità tribale.

Differentemente dall’etica e dall’etichetta occidentale, i fondamenti della Via del Guerriero non sono discussioni teoriche di sofismi che gravitano intorno alla ricerca delle migliori dissertazioni intorno all’etica, all’etichetta o foss’anche al galateo, ma sono applicazioni pratiche di continue esercitazioni di convergenze fra corpo anima e cervello, dove non c’è spazio per le diatribe perchè sono norme sociali intellegibili dove il mancato rispetto dell’armonia sociale è fonte di complesse dinamiche di controllo sociale.

Anche se ciò che viene riportato successivamente sono norme riportate in testi fondamentali delle arti marziali, esso si rivela essere piuttosto un codice non scritto praticato costantemente dentro e fuori dal dojo, dentro e fuori dal luogo in cui avviene quel profondo rapporto tra maestro e allievo, la pratica costante di un comportamento marziale che rispetta onorevolmente il prossimo tanto quanto altrettanto viene rispettato, una situazione dove l’abuso della magnanima gentilezza altrui non permette la prosecuzione dell’affronto, in quanto le stesse relazioni mutano il legittimo contesto della tutela sociale del popolo, tanto quanto della dignità e l’onore dello stesso guerriero.

Fortunatamente anche in Europa abbiamo esempi di antiche tradizioni marziali, di pratiche arti di combattimento come anche di tutti i valori ad essi sottesi, attualmente rinchiusi e compartimentati nell’onorevole quotidiano lavoro dell’onestà marziale e intellettuale delle forze armate.

L’origine delle arti marziali si perde lungo il tempo e lo spazio ma ognuna riporta qualche collegamento storico con la terra madre Asia, tanto quanto la grande madre Cina, quale area di antiche e virtuose relazioni territoriali di matrice confuciana, dove il rapporto tra maestro e discepolo è uno dei cardini pratici di tutto l’Estremo Oriente.

Quindi come già riferito nel già citato vecchio articolo, il Wushidao e il Bushidō rappresentano una stessa sostanza secondo forme diverse, letteralmente una disciplina marziale, un’etica militare (Wu e Bu), dove il concetto di essere (Shì e Shi), si fonde significando l’opera quotidiana e la missione sociale del guerriero combattente (Wushì e Bushi), un senso di giustizia che tutela gli indifesi quanto gli innocenti, che nella complessa significazione della Via intesa come condotta di vita che porta lungo un sentiero (Dao e Dō), vanno a tradursi nella lingua italiana con la locuzione de ‘la Via del Guerriero’.

Rispetto, salute e dignità.

Buona lettura!

Vincenzo Di Maio

 

CINA – Zhong Guo


FONDAMENTI DELLE CINQUE VIRTU’ CONFUCIANE

(Wuchang, 五常)

1.  Ren (仁, benevolenza, umanità, bontà),  l’essere umano, la persona, ognuno, tutti, talento, genio, seme di un frutto, manifestazioni intrinseche dell’uomo elevato racchiuse in un solo carattere.
2. Yi
(义, giustizia, rettitudine, equità), il giusto, l’equo, il vincolo dell’amicizia, l’adozione della saggezza, il risultato del lavoro dell’uomo elevato.
3. Li
(礼, ordine, regole di condotta, ideale), il rito, la pubblica cerimonia, la cortesia, la gentilezza, il garbo, il dono, la missione operativa dell’uomo elevato.
4. Zhi
(智, saggezza, intelligenza, ingegno), l’essere saggio, intelligente, ingegnoso, il rendere chiaro, il portare consapevolezza, l’applicazione pratica dell’uomo elevato.
5. Xin
(信, verità, tener fede alla parola data, sincerità, coerenza), il vero, il certo, il reale, la fiducia, la credibilità, il credere negli altri, il professare una fede, un credo, una lettera, una corrispondenza, un’informazione, un messaggio, una notizia, la miccia, lo stoppino della candela, la luce dell’inizio, il prodotto derivato dal coerente lavoro quotidiano dell’uomo elevato, come dello stesso wushi, del guerriero.

I NOVE PRINCIPI FONDAMENTALI DEL WUDE

1* Rispetto della dignità umana: il praticante di arti marziali cinesi deve rispettare la vita umana, perché il Wushu trae origine proprio dall’esigenza di proteggere la vita umana.
2* Centralità dell’etica e dei principi morali:
i principi morali forniscono le basi per il mantenimento di relazioni stabili tra gli uomini, e quindi tra l’uomo ed il contesto sociale. Chi vuole apprendere il Wushu deve rispettare questi principi.
3* Fondamento della condotta morale: mentre si apprendono le abilità marziali, si devono anche coltivare le qualità morali; il senso di giustizia, la diligenza, la persistenza, l’onestà e l’impegno a lavorare duramente.
4* Rispetto per l’insegnante e cura reciproca:
bisogna impegnarsi duramente in tutto ciò che il Maestro insegna, così sia il maestro che l’allievo devono prendersi cura reciprocamente nell’ottemperanza dei propri ruoli e fare tesoro della relazione che si instaura tra di loro.
5* Modestia e ardore:
colui che studia le arti marziali dovrà cercare di migliorare la propria abilità e rifiutare di diventare arrogante e fare mostra della propria bravura per sminuire gli altri. Si deve imparare gli uni dagli altri per migliorare ed essere uniti e collaborare insieme.
6* Liberarsi dall’invidia e dai rancori:
nell’apprendimento del wushu, si punta all’auto-difesa e a migliorare le proprie condizioni fisiche. Non si dovrebbe mai contendere con qualcuno seguendo i propri rancori o per intimidire il più debole. Non si devono utilizzare le capacità marziali per essere prepotenti o per reagire alle provocazioni.
7* Persistere e perseverare: la pratica delle arti marziali è un duro compito che richiede tempo e sforzi notevoli. Costanza e persistenza sono necessarie. Bisogna studiare e provare a comprendere pienamente i significati intrinsechi e essenziali di ogni sequenza. La vera essenza e del Wushu può essere appresa solo attraverso la resistenza e l’agire i movimenti corporei.
8* Giustizia e rettitudine:
nella pratica marziale del wushu la giustizia è la via maestra della vita di un discepolo e l’espressione della rettitudine personale è il cardine su cui si fonda il principio di giustizia, come anche di essere sempre un punto di riferimento per il popolo sia offrendo sicurezza e tranquillità come anche diretta salvaguardia degli indifesi.
9* Umanità, saggezza e verità: l’impegno nella vita dell’eterno apprendimento del wushi sta nel conseguimento dell’elavazione spirituale, attraverso il perseguimento della saggezza per il raggiungimento e il rispetto della verità. Lo spirito del Wushu è espressione di elevazione morale e pertanto emerge come servitore della umanità.

LE SETTE VIRTU’ MARZIALI DEL WUSHI

(Wu you qi de – 武有七德)

1) Jin bao (禁暴, trattenersi dalla violenza), il resistere e il sopportare, il contenersi, il trattenersi dall’essere improvviso e violento, crudele, selvaggio e feroce, come irascibile, irritabile e iracondo per non sporgere, per non deprecare, per non rovinare, l’azione etica di evitare la violenza come anche di non subirla.
2) Ji bing (戢兵, cessare le ostilità), il finire, il portare a termine, il terminare l’uso dell’arma, dell’esercito, dell’armata, delle forze militari, del combattimento, l’azione etica di portare a conclusione le ostilità come anche di non fomentarle.
3) Bao da (保大, proteggere la grandezza), il difendere, il salvaguardare, il conservare, il mantenere, il garantire, l’assicurare, il farsi garante, avallante, l’utilizzare il dovuto per proteggere il grande, lagrandezza, la misura, la dimensione, ciò che completa, il maggiore (di età), il Vostro pieno, l’azione etica di preservare e difendere le cose prioritarie.
4) Ding gong
(定功, successo stabile o tranquillo),  la tranquillità, la calma, la stabilità, il fissare, lo stabilire, il determinare, il portare ordine senza alcun dubbio, ma con certezza del merito, dell’onore, del servizio, del compimento, del buon risultato, dell’abilità di raggiungere un obiettivo, l’azione etica di acquietarsi placidamente portando ordine senza esitazione fino al successo del risultato ottenuto.
5) An min (安民, tranquillizzare o salvare il popolo), portare quiete, tranquillità, calma, serenità, accontentandosi di essere al sicuro, accontentando il popolo al folclore civile, alla civiltà, l’azione etica di togliere cattivi pensieri portado la calma e la sicurezza della quiete.
6) He zhong
(和众, numerose amicizie), conciliarsi, riconciliarsi, diventare amabile, affabile, gentile, in armonia, buoni rapporti, relazioni paritarie, essere amico, l’azione etica di valorizzare profondamente il senso amicizia, e dei rapporti con gli amici, come anche delle relazioni paritarie e concilianti in genere.
7) Feng cai
(丰财, ricchezza abbondante), essere ricco, abbondante, copioso, ma anche generoso, arricchendo ed aiutando ad arricchirsi tutte le persone che ti circondano, attraverso lavori, opere, attività, insegnamento, elargizione di beni, di ricchezze, di denaro, l’azione etica di arricchirsi come di arricchire l’intera integrita della propria comunità di appartenenza, del proprio villaggio, della propria città.

GIAPPONE – Nihon

I SETTE PRINCIPI DEL BUSHIDO GIAPPONESE

* 義, Gi: Onestà e Giustizia – Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell’onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
* 勇, Yu: Eroico Coraggio – Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.
* 仁, Jin: Compassione
– L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.
* 礼, Rei: Gentile Cortesia – I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.
* 誠, Makoto oppure 信, Shin: Completa Sincerità – Quando un Samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.
* 名誉, Meiyo: Onore
– Vi è un solo giudice dell’onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.
* 忠義, Chugi: Dovere e Lealtà – Per il Samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

I CINQUE ANELLI DEL BUDO

Estratti de ‘La Via del Pennello e della Spada’ tratta da Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi

TERRA: Per un guerriero che segue la Via di Heiho deve tener conto dell’onore e del dovere quali cardini dell’anello Terra, per lui è necessario fissare la mente nell’essenza di Heiho, costruendo così uno spirito indomabile e una volontà di ferro, fino a giungere al punto di dimostrare tali doti in ogni sua azione, perchè il vero sentiero di Heiho è tale da potersi applicare in ogni momento e in ogni situazione.
ACQUA: Quale fonte di ispirazione per chi cerca la vittoria attraverso la Via di Heiho, l’acqua rappresenta l’essenza del fluire e della completa adattabilità del guerriero, una capacità che si acquisisce attraverso la profonda meditazione sui concetti della Via di Heiho, al fine di non fraintenderne i principi fondamentali e quindi di confondersi andando completamente fuori strada, in quanto solo con l’incessante esercitazione di una pratica senza tregua si potranno scoprire molte cose inerenti alla Via.
FUOCO: L’essenza del combattimento è da paragonare al fuoco, perché affrontare un nemico in un combattimento reale, in occasioni in cui c’è in gioco la vita, si affronta un momento in cui o si vive o si muore, e gli insegnamenti della Via di Heiho sono validi per mirare alla vittoria, pur combattendo con un numero imprecisato di avversari secondo il suo principio che “se uno vince contro dieci, mille possono vincere contro diecimila”, un lavoro realizzato anche allenandosi da soli tutti i giorni con la spada, eseguendo gli aspetti mentali degli insegnamenti si può comprendere la strategia per vincere anche diecimila avversari.
ARIA:
L’Aria esprime la volontà di conoscenza attraverso il confronto delle altre tradizioni di Heiho, dove alcuni predicano tecniche di forza, altre vantano la praticità della spada kodachi e altre ancora che promuovono un gran numero di tecniche di tachi, come anche che in molte scuole sconosciute si racconta che vi siano tradizioni segrete, mentre nella Via di Heiho non c’è nulla di nascosto, perchè in Heiho non si fanno mai distinzioni tra cose palesi e cose segrete, perchè la semplicità dell’insegnamento della vera Via va giudicato dall’intelligenza dell’allievo, aiutandolo a riconoscere i difetti, e facendolo gradualmente penetrare nello spirito di Heiho, togliendogli ogni dubbio dal suo cuore.
VUOTO:
Il Vuoto espone la Via di Heiho nel Niten Ichi-ryu, nell’uso di una scuola con due spade, quel Vuoto espresso da Ku che essendo tale indica il nulla, ciò che non si può conoscere, anche se molte volte il nostro “non conoscere” deriva dall’ignoranza e dalla pigrizia, mentre per un bushi conoscere a fondo la Via di Heiho significa studiare anche le altre discipline, il comprendere chiaramente il proprio dovere senza avere brama di ambizioni, affinare la saggezza e la forza di volontà, sviluppando l’intuizione e l’attenzione, che sono le attività che portano alla comprensione del vero Ku, perchè la vera Via e vede la realtà del mondo dalla giusta prospettiva, accorgendosi e ammettendo la lontananza delle proprie vedute rispetto alla realtà della Verità, a causa dei pregiudizi che si possedevano, giungendo così alla corretta considerazione che prende a riferimento la sincerità di spirito e l’onestà interiore praticando Heiho quotidianamente, sforzandosi di percepire correttamente e chiaramente la realtà, facendo del Vuoto l’essenza della vera Via, e della propria Vita l’essenza di Ku, l’essenza del Vuoto.

HEIHO: LA VIA CHE BISOGNA PERCORRERE DA SOLI

1. Non contravvenire all’immutabile Via: mai ostacolare i flussi della vita, ma lasciarli scorrere come acqua di un fiume.
2. Evita i piaceri del corpo:
la disciplina dello spirito nasce della massima disciplina del corpo, perchè il saggio controllo della propria vita passa dall’evitare i facili costumi dei piaceri del corpo.
3. Sii assolutamente imparziale:
la Via di un guerriero è la ricerca della massima imparzialità rispetto alle cose e alle persone anche andando contro i propri interessi, in quanto massima espressione di giustizia. 4. Non avere desideri: la pratica di un corpo integro nasce dalla purificazione della mente attraverso il distacco dai propri desideri, nella concentrazione sui propri obiettivi e nel pratica del servizio.
5. Non avere interessi:
la Via del Bushi non esprime interessi particolari ma segue il senso delle leggi e della giustizia, perchè l’interesse esprime cupidigia ed egoismo che la Via del guerriero combatte ogni giorno.
6. Non invidiare gli altri:
mai riferirsi agli altri con l’attaccamento ai propri desideri, ma guardare gli altri per imparare dai risultati ottenuti dagli altri, per avere occasione di migliorare ogni giorno sé stessi.
7. Non rattristarti nelle separazioni: quando la vita ti porta dinanzi a delle scelte anche difficili, costringendoti a separarti per qualche ragione dai tuoi riferimenti sociali non rattristartene.
8. Resta esente da rancori e animosità:
se ricevi un’oltraggio risolvilo ma qualuque sia stata la tua scelta e il tuo risultato allontanati da ogni rancore e da ogni animosità.
9. Non avere desiderio d’amore: se vedi una bella ragazza lungo il tuo peregrinare non averne desiderio alcuno, non intaccare il tuo equilibrio e la tua purezza mentale.
10. Non avere preferenze:
quando svolgi un attività segui i principi della rettitudine e non avere preferenze tra le persone, ma tratta tutti rispettosamente allo stesso modo.
11. Non ricercare la comodità personale:
evita ogni forma di comodità per non favorire la pigrizia e la disattenzione, sii sempre sveglio e attento.
12. Non concederti lussi:
il lusso è l’origine del vizio, come il vizio è l’origine della decadenza e della fine, per questo sii parsimonioso e non sprecare inutilmente la tua vita.
13. Non possedere oggetti preziosi:
non dedicare la tua vita in cose esteriori, sii essenziale e concentra le tue energie per il bene della tua vita e dei tuoi cari.
14. Non ritenere false credenze o superstizioni:
non credere a strane idee, non dare valore alle superstizioni, credi nella pratica e nella veglia dell’intuito del tuo spirito.
15. Non spendere denaro se non per la spada:
non sperperare denaro senza ragione, non consumarlo senza un fine, la spada, la disciplina e l’esempio è il tuo fine.
16. Dedicati solo alla Via, incurante della morte: pratica l’esercizio costante sul sentiero della Via, non aver cura della morte, vivi come se dovessi morire domani, esercitati come se fossi nato ieri.
17. Anche nella vecchiaia, disinteressati al possesso:
il possesso è un mezzo e pertanto così va visto, non è un fine importante e pertanto anche nella vecchiaia non ha alcun valore.
18. Rispetta gli dei, ma non pregarli:
rispetta gli dei e ricordati di loro, come del loro esempio, pratica l’esercizio della fedele lealtà verso le divinità nella pratica costante di tutti i giorni, medita e vai al tempio ma affidati soltanto ai tuoi mezzi.
19. Non lasciare mai la Via di Heiho:
nono abbandonare neanche per un momento il cammino del sentiero che proviene da Heiho, esso ti condurrà alla luce e anche se per un solo momento, lasciarlo può significare anche la tua stessa fine.

LO STATUTO DEL BUDO

(武道憲章, budō kenshō)

1. Obiettivo. Il budō si pone come obiettivo di coltivare il carattere, migliorare la capacità di giudizio e formare individui di valore, attraverso l’addestramento di mente e corpo con le tecniche marziali.
2. Pratica.
Durante la pratica bisogna sempre rispettare l’etichetta (礼法, reihō?), osservare i principî fondamentali ed allenare mente, tecnica, e corpo come un tutt’uno, senza perseguire mere abilità tecniche.
3. Competizione.
In occasione di competizioni o esibizioni di kata, si metterà in mostra con il massimo impegno lo spirito del budō appreso nel lungo addestramento e, al contempo, si manterrà sempre un atteggiamento misurato, senza arroganza in caso di vittoria né rimpianto in caso di sconfitta.
4. Dōjō.
Il dōjō (礼法, dōjō) è il luogo in cui si addestrano la mente e il corpo. Vi si rispettano la disciplina e l’etichetta, si osservano i principî di silenzio, pulizia e sicurezza, ci si impegna a mantenere la solennità dell’ambiente.
5. Insegnamento. L’istruttore dovrà sempre sforzarsi di forgiare i caratteri, impegnarsi ad addestrare mente e corpo, continuare ad approfondire le conoscenze tecniche, non consentire che l’attenzione si focalizzi su vittorie e sconfitte o sulla tecnica, e soprattutto mantenere un comportamento adeguato al ruolo di modello, che egli ricopre.
6. Diffusione. Quando si promuove il budō bisogna valorizzarne i principî tradizionali, esserne diretta espressione ed emanazione, contribuire alla ricerca ed al consolidamento della didattica, e contemporaneamente impegnarsi per il suo sviluppo.
7. Corretta Vittoria. Conquistare la ‘padronanza di sé stessi’ attraverso la vittoria su di sé stessi, attraversando i sentieri della conoscenza la propria natura interiore, in quanto per cambiare realmente il mondo che ti circonda occorre prima di tutto cambiare sé stessi e ciò significa che se si vuole veramente acquisire la capacità di padroneggiare ogni attacco proveniente da un potenziale avversario nel qui ed ora, occorre aver preventivamente acquisito la capacità di padroneggiare pienamente se stessi.

7 aprile 2011 - Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura, pensieri, Vuoto | , , , , , ,

1 commento »

  1. PADRONI E SERVI DI FRONTE ALL’ ARTE, NELL’ ETERNA LOTTA TRA IL BENE E IL MALE.

    “…E allora mi chiedo anche se fa qualche differenza che questo Monsieur Nessuno, cittadino globalizzato di questa nuova Europa che di Europa non ha più nulla, mostri oggi in giro la sua esistenza e il suo angosciarsi su di essa urtando goffamente un trenta metri sul molo di Portofino, oppure aspirando intellettualmente uno spinello sdraiato sul pavimento di un centro sociale . Se fa qualche differenza l’entità dei suoi asset, che abbia mille miliardi o che aspetti la pensione della previdenza pubblica. Nel primo caso comprerà opere di arte contemporanea, nel secondo andrà a vederle (forse) in qualche museo, magari con lo sconto per comitive. In entrambi i casi sarà costretto a credere che se stesso e l’opera d’arte valgano qualcosa. Il reale è hegelianamente il razionale: l’opera d’arte contemporanea è appropriata, adeguata, al suo contemporaneo fruitore…”
    ( Da “L’errore al bivio. Monsieur Nessuno e l’arte di regime” di Filippo Matteucci )

    “Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti, bensì nouveaux riches. La loro condotta non è caratterizzata da virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa cultura proletaria di massa orientata al presente, dell’opportunismo e dell’edonismo […] Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha proletarizzato le élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero e il giudizio delle masse.”
    ( Da “Élites naturali, intellettuali e Stato” di Hans Hermann Hoppe )

    “Chi gestisce la nostra società, attraverso vari sistemi palesi od occulti, riesce a dirigere la gente entro binari uguali per tutti. E’ la regola imposta del “tutti” : vestire tutti alla stessa maniera, possedere cose tutte alla stesa maniera, avere tutti un corpo alla stessa maniera, tutti uguali, tutti insieme, tutti a scuola, tutti al lavoro, tutti al mare, tutti in discoteca. Essere “popolo”, un popolo composto da tutti coloro che non hanno identità e potere: il popolo della notte, il popolo dei vacanzieri, il popolo della movida, il popolo dei fatti e “rifatti”… Ma, per chi ha coraggio, una prigione è costruita per evadere da essa.”
    ( Da “Meravigliosamente naturale. Bellezza e autenticità nell’arte e nel costume” di Leonarda Venuti )

    Commento di LEONARDA VENUTI | 13 maggio 2011 | Rispondi


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