Vincenzo Di Maio's Blog

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WAKEISEIJAKU – Armonia Rispetto Purezza Tranquillità

Parole sagge di un’antico maestro del Tè sono secondo l’autore del sito di Teavigo, da cui riutilizziamo il significato del testo giapponese in seguito riportato, WA che è l’armonia, KEI che è il rispetto, SEI che è la purezza e JAKU che è la tranquillità, laddove in cinese rispettivamente sono la Yōng, il Fèng, la Chúndù e la Ānjìng.

C’è da dire che questi fonemi con i corrispettivi ideogrammi provengono dalla cultura giapponese anche se, per quanto io sappia è il carattere Ai che denota il significato di armonia.

Infatti secondo la spiegazione riportata da Wikipedia del significato di AIKIDO, arte marziale giapponese fondata da Ueshiba Morihei, esso viene espresso dalla congiunzione di tre caratteri sino-giapponesi: 合 (ai), 氣 (ki), 道 (do) la cui traslitterazione è:

1. 合 (ai) che significa “armonia” e nel contempo anche “congiungimento” e “unione”;

2. 氣 (ki) è rappresentato dall’ideogramma giapponese 氣 che, nei caratteri della scrittura kanji, raffigura il “vapore che sale dal riso in cottura”. Significa “spirito” non nel significato che il termine ha nella religione, ma nel significato del vocabolo latino “spiritus”, cioè “soffio vitale”, “energia vitale”. Il riso, nella tradizione giapponese, rappresenta il fondamento della nutrizione e quindi l’elemento del sostentamento in vita ed il vapore rappresenta l’energia sotto forma eterea e quindi quella particolare energia cosmica che spira ed aleggia in natura e che per l’Uomo è vitale. Il 氣 “ki” è dunque anche l’energia cosmica che sostiene ogni cosa. L’essere umano è vivo finché è percorso dal “ki” e lo veicola scambiandolo con la natura circostante: privato del “ki” l’essere umano cessa di vivere e fisicamente si dissolve;

3. 道 (dō) significa letteralmente “ciò che conduce” nel senso di “disciplina” vista come “percorso”, “via”, “cammino”, in senso non solo fisico ma anche spirituale.

Quindi 合氣道 (ai-ki-do) significa quindi innanzi tutto «Disciplina che conduce all’unione ed all’armonia con l’energia vitale e lo spirito dell’Universo».

Ueshiba Morihei, il fondatore dell’aikido, usava dire che l’aikido anela sinceramente a comprendere la natura, ad esprimere la gratitudine per i suoi doni meravigliosi, ad immedesimare l’individuo con la natura.

Quest’aspirazione a comprendere e ad applicare praticamente le leggi della natura, espressa nelle parole “ai” e “ki”, forma l’essenza ed il concetto fondamentale dell’arte dell’aikido.

AI KI DO

AI KI DO

Tornando ai significati nell’atto di preparazione del Tè, secondo Sen no Rikyū, monaco buddhista giapponese zen riformatore della Cerimonia del Tè che codificò in maniera definitiva nella forma wabi-cha, afferma che:

« Il cuore della Cerimonia del tè consiste nel preparare una deliziosa tazza di tè; disporre il carbone in modo che riscaldi l’acqua; sistemare i fiori come fossero nel giardino; in estate, proporre il freddo; in inverno, il caldo; fare tutto prima del tempo; preparare per la pioggia e dare a coloro con cui ti trovi ogni considerazione»

Ma la vera la culla del Tè, nonchè un paese dalle antiche tradizioni nell’uso del tè é la Cina, e oggi il tè non è più soltanto una bevanda dissetante, ruolo principale che ha ricoperto fin dalla sua scoperta ma, cosa più importante, permette di soddisfare alcuni bisogni spirituali, di offrire la propria amicizia e di esprimere sentimenti personali.

Le opere cinesi sul tè sono innumerevoli, ma è fondamentale menzionare l’opera di Lu Yu (733-804) che influenzò profondamente la produzione e la popolarità del tè cinese.

Per tutta la sua vita quest’uomo ha adorato il tè e il suo Libro del tè è celebre nel mondo, al punto che il suo importante contributo per lo sviluppo del tè in Cina e nel mondo gli fece ottenere il titolo onorifico di «Immortale del tè».

Il Libro del tè è un’opera in tre volumi di dieci capitoli che presenta in modo approfondito la coltura, l’evoluzione, la situazione dell’epoca, la tecnica, il servizio e la teoria del tè e che descrive perfettamente l’unione della situazione sociale e dei sentimenti umani e l’atmosfera cordiale e amichevole che si crea grazie alla cultura del tè in cui l’essere umano vive in perfetta armonia.

Fra l’altro la cultura del tè riflette le relazioni di complementarietà reciproca tra le scuole confuciane e taoiste, elemento che poi si traspone a suo modo anche nel buddhismo chan della Cina, quella stessa forma di buddhismo che in Giappone arrivò per mare grazie a monaci zen del calibro di Sen no Rikyū, una relazione complementarietà che rimanda nuovamente al profondo significato della dottrina SanJiao.

Il confucianesimo creò i riti del tè, fatto che permise anche al mondo della politica cinese di accogliere la cultura del tè, laddove il taoismo vi introdusse l’arte, aprendole così anche degli orizzonti artistici.

Unione Uomo e Natura

Unione Uomo e Natura

La cultura tradizionale cinese sottolinea in modo marcato l’unione tra essere umano e natura, e la teoria cinese del tè si ispira a delle idee di Laozi e di Zhuangzi, preconizzanti che il cielo e l’essere umano non sono che uno e che il materiale e l’immateriale si unificano.

Usualmente quando si parla della cultura del Tè si pensa naturalmente alle sue relazioni con il buddhismo, che raccomanda vivamente di bere del tè.

Dalla sua introduzione in Cina, il buddhismo si radicò poco a poco formando un sistema religioso dalle caratteristiche cinesi che sarebbe divenuto una delle componenti importanti della cultura ideologica della società cinese antica.

Sotto i Tang il buddhismo era prospero, i bonzi percorrevano tutto il paese e degustavano tè, mentre i templi buddhisti ne favorivano la piantagione, fatto questo che senza dubbio incoraggò la diffusione del tè come bevanda e lo sviluppo della sua cultura.

Ed è la sua diffusione come bevanda che permise al tè di divenire un elemento fondamentale della cultura di questa società.

Materiali per cerimonia del Tè

Materiali per cerimonia del Tè

Se la Cina è il paese natale del tè, è anche il paese della poesia, perché molto presto il Tè divenne fonte d’ispirazione per i poeti cinesi.

Nel corso di 1700 anni, innumerevoli letterati e poeti composero poemi dedicati a questa bevanda e queste poesie sono considerate importanti poiché presentano sotto differenti aspetti la raccolta, il trattamento, le caratteristiche del tè ed anche la sua influenza sulla vita spirituale e materiale dell’uomo.

Le relazioni tra la poesia cinese e la cultura del tè potrebbero risalire all’apparizione della prima raccolta di poemi cinesi.

I poemi più antichi su questo argomento scoperti sinora si trovano in opere della fine della dinastia dei Jin Occidentali (265-316) e dell’inizio della dinastia dei Jin Orientali (317-420), come Chafu (Poesie in prosa rimata sul tè) di Du Yu.

La raccolta del Té

La raccolta del Té

Molte sono le canzoni basate sulle varie attività inerenti al Tè, anche se i libri di storia ne parlano pochissimo, e ad oggi, si conoscono solamente le danze de La Lanterna della raccolta del Tè, una delle coreografie folkloristiche dell’etnia Han e diffusa nelle province del sud.

In generale, in questo balletto vi sono un uomo e una ragazza con dei nastri colorati appesi alla vita. L’uomo ha un bastone corto che rappresenta un bilanciere mentre le ragazze con la mano sinistra tengono un cesto da tè e con la destra un ventaglio. Essi cantano danzando per illustrare il lavoro delle fanciulle in una piantagione di tè.

Il teatro che evoca il raccolto del tè è nato direttamente dai canti e dalle danze sul tè; la sua nascita risalirebbe al periodo tra la metà e la fine della dinastia Qing.

All’inizio il teatro era simile alla danza del raccolto del Tè e tre persone recitavano ruoli differenti: quello del giovane, della ragazza e del clown.

Teatro Tradizionale Cinese

Teatro Tradizionale Cinese

Pur mantenendo la tradizione cantata e danzata del raccolto del Tè, il teatro si è ispirato ad altre forme teatrali che gli hanno permesso di offrire uno stile particolare e un colore folkloristico.

Molte opere teatrali cinesi, sia con temi antichi che contemporanei, hanno scelto come tema di fondo o principale delle attività legate al Tè.

Dal punto di vista cerimoniale molti sarebbero i rapporti tra la cerimonia nuziale e il Tè erisalirebbero all’epoca in cui la sua degustazione divenne popolare.

L’introduzione e l’integrazione della cultura del Tè nella cerimonia nuziale sono legate ai costumi che si sono formati in modo naturale durante la degustazione del tè con l’apparizione dei rituali al momento del servizio.

Per i cinesi, i caratteri del Tè sono i più importanti: purezza e fermezza, caratteri che corrispondono alla fedeltà coniugale e diverse sono le leggende popolari degli Han e di altre etnie cinesi presentano l’amore attraverso l’intermediario del Tè.

Purezza e fermezza del Buddha

Purezza e fermezza del Buddha

I Cinesi danno molta importanza alla cortesia nel momento in cui le persone fanno visita e offrire una tazza di Tè per accogliere i visitatori è un rito tradizionale.

Lasciare ripartire qualcuno senza avergliene offerta una tazza viene considerato un’offesa.

Un tempo, i poveri che non potevano comperare del Tè offrivano dell’acqua bollita tenuta al caldo, soprannominata “Tè bianco”.

Inizialmente, per degustare il Tè, si utilizzavano degli utensili comuni, ma con il diffondersi di questa usanza, apparve un servizio speciale da Tè, composto da teiera, tazze da Tè, vassoio ecc., ed il servizio da Tè cinese ha una lunga storia ed è legato allo sviluppo del vasellame.

Un tempo, il Tè era considerato una specie di verdura che si cuoceva comunemente in un utensile ordinario ma con il formarsi di una nicchia sociale oziosa, si incoraggiò la degustazione del Tè e del vino, moda che diede origine a una nuova domanda per il servizio da Tè, per cui apparvero utensili speciali che servivano a conservare, cuocere e degustare il Tè.

Sotto i Ming e i Qing la cottura del Tè si semplificò progressivamente, gli utensili utilizzati ugualmente, ma tale semplificazione d’altro canto richiese la qualità del servizio da Tè, soprattutto quello della teiera e della tazza.

Una buona teiera rifletteva bene il tempo, la moda e cultura dell’epoca ma a metà della dinastia Ming, per mettere in infusione del Tè era consuetudine utilizzare una teiera di terracotta rossa o di porcellana e ancora oggi un servizio da Tè è solitamente fabbricato in terracotta o in porcellana, ma si utilizza anche vetro, metallo, bambù, giada o agata.

Cortesia cinese

Cortesia cinese

La fama dei Tè corrisponde sovente alle condizioni geografiche, storiche e culturali, e dipende inoltre dalla forma particolare, dal colore, dal sapore e dal trattamento speciale delle loro foglie.

In epoche differenti sono nati differenti Tè celebri: il Tè verde Longjing, prodotto nel villaggio vicino al Xihu (Lago dell’Ovest), ad Hangzhou, considerato in Cina come uno dei paradisi sulla terra; il Tè nero dei monti Wuyi, la cui varietà più celebre è il Tè Wulong, uno dei tre grandi tipi di Tè nel mondo; il Tè Yunwu dei Monti Lushan, caratteristico dei Tè di alta montagna e che presenta grosse foglie verdi che emanano un aroma fragrante; il Tè verde Biluochun di Suzhou, coltivato nelle isole del lago Taihu e colto all’equinozio di primavera; è conosciuto per la finezza del suo trattamento e lo stile particolare del suo colore, del suo aroma e del suo sapore.

Altri tipi di Tè sono ugualmente rinomati, quali il Tieguanyin di Anxi, un’altra varietà di tè Wulong, il Maofeng, dei monti Huangshan, il Qihong, dell’Anhui, il Focha, di Putuo, uno dei quattro monti sacri del buddhismo cinese.

 

CHA NO YU – Cerimonia Giapponese
“Fai una deliziosa ciotola di Té.
Disponi la carbonella in modo da scaldare l’ acqua.
Arrangia I fiori come lo sono nei campi.
D’ estate, evoca la freschezza; d’inverno, il calore.
Precorri in ogni cosa il tempo. Preparati alla pioggia.
Dedica ai tuoi ospiti la massima attenzione.”

Le sette regole del Té secondo Sen Rikyu (1522-1591)
da “Piccola Enciclopedia del Te’ – Ed. Rizzoli

CHA NO YU - Cerimonia Giapponese

CHA NO YU - Cerimonia Giapponese

La cerimonia del te’ giapponese, di origine buddhista, si chiama  Cha no yu ovvero ‘acqua calda per il té’ e ancora oggi viene praticata con perfezione da alcune persone, e rappresenta l’ arte e lo stile di vita giapponese .

Secondo la regola, viene svolta in un padiglione riservato ad essa, il ‘chashitsu’, che è un locale arredato in maniera molto sobria a cui si accede da un giardino generalmente molto coreografico.

CHA NO YU

CHA NO YU

Al suo interno, in centro, c’è il focolare su cui viene posto il bollitore dell’acqua e in questa stanza, con un lungo rituale fatto di movenze lente e studiate, si prepara e si offre agli ospiti il Té Matcha, che è Té in polvere ottenuto da foglie di Gyokuro.

Questo viene preparato nella tradizionale ‘cha-wan’, la tazza per il Té, con l’ apposito ‘cha-sen’, un frustino in bambu che agita il preparato dopo essere stato prelevato in giusta dose con il ‘cha-saku’, il cucchiaio, dalla ‘cha-ire’, la scatola per il Té.

Assaggiare il Matcha è forse l’unico modo per capire veramente qual’è il gusto del Té, essa è una bevanda densa da colore vivo della giada, un sapore intenso perché dettato da elementi ancora ben presenti, come la clorofilla, nelle foglie coltivate appositamente e difese dalla luce del sole.

La cerimonia del Té è la quintessenza della perfezione dei gesti e dell’armonia del momento e trasporta i partecipanti in un mondo parallelo di piena contemplazione.

 

KUNG FU – Cerimonia Cinese

KUNG FU - Cerimonia Cinese

KUNG FU - Cerimonia Cinese

Il Té rappresenta un elemento molto importante per i cinesi che gli attribuiscono anche alcune simbologie, in quanto forma dell’essenza stessa della natura, arrivando addirittura a rappresentare anche i 5 elementi: Terra, Acqua, Legno, Fuoco, Metallo.

La Cerimonia del Té Kung Fu, detta Gongfu cha, implica un modo molto raffinato di bere il Té e arriva dalla regione del Fujian, nota per la sua produzione di foglie di grande pregio.

Abitualmente viene realizzata utilizzando foglie di Té di grande qualità, come ad esempio il Ti Kuan Yin, e degustando l’infusione con tazze di piccolissime dimensioni.

KUNG FU

KUNG FU

Questa è praticamente considerata la cerimonia cinese del Té.

Il termine Kung Fu ha due significati: il primo è legato all’ omonima arte marziale e, quindi, ad una certa disciplina, mentre il secondo indica una attività meticolosa svolta per un lungo periodo.

Ottimali per lo svolgimento della cerimonia del Kung Fu sono le straordinarie terrecotte di Yi-Xing appoggiate sul tradizionale vassoio in legno traforato per la raccolta dell’ acqua.

Per prepare bene il Gongfu Cha, bisogna portate ad ebollizione l’acqua e riempite la teiera, e attendete un paio di minuti.

Con la teiera vanno riempite in senso orario le varie tazze, fino allo svuotamento totale e nel caso in cui avanza dell’acqua fatela cadere nell’apposito contenitore.

Dopodiché svuotate la prima tazza nella seconda, e via dicendo, fino a passarle in rassegna tutte.

L’acqua sarà sempre fatta cadere nel contenitore e sarà servita a scaldare le tazze, così si arriva a mettere nella teiera le foglie di Té (oolong).

Si versa l’acqua sulle foglie e si riempite la teiera, lasciando in infusione per qualche istante, ripetendo il riempimento delle tazze come in precedenza con la teiera.

Arrivando a svuotare le tazze dal loro contenuto, questo primo Té non va bevuto, ma con le stesse foglie all’interno, riempite di nuovo la teiera e attendete per il tempo necessario all’ infusione.

Con il Té ottenuto riempite le tazze e abbiate l’accortezza di versare un dito di liquido in ogni tazza e fare più giri di riempimento per consentire a tutti di avere la stessa concentrazione di infuso, arrivando così a bere il vostro infuso, accompagnandolo con delle mandorle salate.

KONGFU

CHA - Té (Giapponese)

Tornando alle quattro parole fondamentali che, secondo Sen RiKyu, rispecchiano il più profondo significato della cerimonia del Té, cerchiamo di analizzare le stesse parole dalla prospettiva semantica dei caratteri cinesi.

Se facciamo una comparazione con il dizionario di cinese-italiano online di Infocina.net, vediamo che alla parola armonia riporta soltanto yōng 雍 mentre per la fonetica cinese del suono wa riporta wā – 蛙 che è rana, wá – 娃 che è bimbo, wā – 挖 che è il verbo scavare, wà – 瓦 che significa coprire (di tegole) e wà – 袜 che significa calza o calzino, ma in nessuno dei casi sembra che riporti una benchè minima corrispondenza con il senso della parola armonia (ma se vogliamo azzardare un’arbitraria connessione potremmo forse dire che l’armonia è una rana che gracchia come un bimbo che scava le buche coprendo il tetto come l’aderenza di un calzino? Sembra senza senso. NdA).

Se riportiamo la parola rispetto il dizionario invece usa fèng – 奉 che significa presentare con rispetto, dare in omaggio, ma anche ricevere, riverire, venerare, credere, professare, servire e attendere, mentre per kei non riporta nessuna significazione fonetica.

Con la parola purezza ci riferisce che esso corrisponde a chún dù – 纯度 ovvero alla composizione di due caratteri insieme che singolarmente chún – 纯 significa puro, genuino, non mescolato, mero, solo, esclusivo, ma anche esperto, perito, versato, se riferito ad una persona, mentre dù – 度 significa grado, intensità,  ma anche limite, occasione, volta, situazione da passare nel trascorrere del tempo, laddove per sei non riporta alcuna significazione fonetica.

Alla parola tranquillità riportiamo invece il carattere ān jìng – 安静, che significa anche quiete, pace, di persona tranquilla, silenziosa, quieta, che singolarmente ān – 安 di persona quieta, tranquilla, calma, che tranquillizza anche gli altri, che li calma, accontentandosi di essere qui e ora, in questo momento come salvo, sicuro, capace di generare potenza, recuperando la forza, laddove invece jìng – 静 rispecchia e rafforza l’essere tranquillo, sereno, calmo, pacato, silenzioso e ancora quieto, in cui per jaku non riporta significazioni.

In questo modo possiamo mettere a confronto i significati generandone di nuovi attraverso la loro coniugazione, della congiunzione dinamica dei loro significati.

GONG - KONG (Cinese)

GONG - KONG - KUNG (Cinese)

Jaku Wa Sei Jei

JAKU WA SEI JEI

In Giapponese Wa Kei Sei Jaku, che sono armonia, rispetto, purezza e tranquillità, formano i quattro principi fondamentali di Cha no yu, dell’acqua calda per il Té, meglio conosciuta come ‘Cerimonia del Té’, come affermato dal grande maestro Sen Rikyu (1522-1591).

Essi sono i principi che i praticanti del rito del tè si sforzano di integrare nella propria vita quotidiana, rispecchiando lo spirito e animo puro a cui si riferisce Sen Rikyu.

Pur non essendo veri e propri Zengo, frasi proverbiali dello Zen, queste quattro semplici parole suggeriscono uno stato d’animo che può essere raggiunto con l’assiduità di molta pratica.

Wa (armonia) è il massimo ideale per gli esseri umani. È l’interazione positiva tra padrone di casa e ospite durante una cerimonia del Té oppure tra persone in qualsiasi situazione della vita. Il Té implica la condivisione di momenti sereni tra padrone di casa e ospite, ed essa non è un’attività solitaria. L’armonia si estende alla natura, agli elementi tangibili come gli utensili per il Té, agli oggetti di uso quotidiano e alla vita stessa, in quanto solo “la vera armonia porta la pace”.

Kei (rispetto) è la capacità di comprendere e accettare gli altri, anche coloro che potrebbero non essere d’accordo con noi. Chi è gentile e umile con il prossimo ottiene rispetto. Attraverso il Té, il padrone di casa pensa all’ospite e l’ospite al padrone di casa. È questa continua condivisione e considerazione che rende la cerimonia del Té un incontro a cui si ripensa con piacere. Idealmente tutti coloro che si trovano nella stanza da Té sono allo stesso livello sociale. È importante trattare tutto e tutti con lo stesso rispetto, trattare gli utensili di varia qualità allo stesso modo. Il prezzo di un oggetto non dovrebbe dettare il modo in cui viene trattato. Così facendo si può riuscire ad avere un cuore puro e un rispetto sincero.

Sei (purezza) è la capacità di trattare sé stessi e gli altri con cuore puro e aperto. È l’essenza dell’insegnamento del tè. Questa purezza non è la pulizia assoluta dell’ambiente, ma soltanto un cuore puro, perchè solo con un cuore puro si possono realizzare armonia e rispetto. Quando il giardino del Té è pulito, il cuore e l’anima di una persona sono anch’essi purificati. Quando una persona indossa abiti puliti, questa purezza inoltre è tangibile. Un cuore puro non viene ostentato, ma è naturale. L’ideale di purezza di Sen Rikyu era l’aspetto naturale del giardino dopo essere stato pulito, con alcune foglie dell’albero cadute sul muschio appena curato.

Jaku (tranquillità) è il punto nella formazione e nella pratica in cui si raggiunge un livello di altruismo. Da un lato rappresenta l’obiettivo ultimo, dall’altro corrisponde a un nuovo inizio. Un vero maestro raggiunge questo massimo livello e poi mette in pratica gli ideali di armonia, rispetto e purezza, ricominciando da capo con un cuore fresco e illuminato. A questo punto è possibile realizzare le infinite possibilità della vita.

N.B.: Questa video riporta invece la cerimonia cinese del Tè.

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9 aprile 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura | , , , , | Lascia un commento

Poesia TANG: Mattino di primavera – Bai Ju Yi

MATTINO DI PRIMAVERA

E’ primavera, dormi e non senti il mattino arrivare.

Ovunque odi uccelli cantare.

Nella notte giungono rumori di pioggia e di vento.

Chissà quanti fiori farà cascare?

 

Bai Ju Yi, dinastia Tang

Mattino di Primavera

Mattino di Primavera

 

 

 

CONGEDO FRA LE ERBE DELL’ANTICA STEPPA

Tratta da: Radio Cina Internazionale

 

Bai Juiyi

Bai Juiyi

Bai Juyi cominciò a scrivere versi quando aveva solo cinque, sei anni; a quindici, sedici anni, riusciva già a comporre delle belle poesie: quella che vi presentiamo ora risale proprio a quel periodo.

Si tratta di una composizione del tipo “Wu Lu”, formata da otto versi di cinque caratteri ciascuno, alcuni dei quali noti ed amati in Cina da più di mille anni.

Dal titolo “Congedo fra le erbe dell’antica steppa”, risulta chiaro che la poesia è imperniata su di un evento, cioè il congedo, e su di un elemento concreto, cioè le erbe della steppa.

Vediamo come il giovane Bai Juyi li ha legati insieme.

Il primo verso “Folta è l’erba nella steppa” è una frase molto comune, tuttavia introduce compiutamente il soggetto della poesia, l’erba di primavera, e la sua incessante capacità di rinnovamento.

Il secondo verso “Ogni anno inaridisce e poi torna in pieno rigoglio” indica la legge naturale che regola l’incessante ciclo di sviluppo dell’erba selvatica, che inaridisce in autunno e torna rigogliosa in primavera.

Tuttavia, per mettere in risalto la vitalità dell’erba, l’autore descrive questo fenomeno ciclico partendo dalla fase di inaridimento per poi introdurre quella di pieno rigoglio.

Il terzo e il quarto verso dicono:

Dal fuoco naturale è arsa
ma non estirpata,
in primavera il soffio del vento
la riporta in vita.

È noto a tutti che l’erba selvatica non può essere estirpata né col coltello né con la zappa ed è sufficiente una semplice piccola radice per farla rispuntare novella l’anno seguente.

Il poeta dice che anche se un incendio d’autunno brucia tutte le erbe della prateria dagli steli alle foglie, non riesce tuttavia ad estirparne le radici.

Quando arriva la primavera, al soffio del vento e sotto una pioggia sottile e lenta, queste riprendono a germogliare e l’erba ricresce rapidamente in tutta la steppa.

Con questi due versi l’autore vuole elogiare la tenacia e l’esuberanza delle erbe selvatiche a simbolo della vitalità perenne della natura.

 

Dante Alighieri

Dante Alighieri

A questo proposito, viene spontaneo il paragone con Dante Alighieri, che nel canto XIII del Paradiso così annota:

Ch’io ho veduto tutto il verno prima
il prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima…

 

Inoltre nell’ultimo canto del Purgatorio il famoso poeta italiano così dice di sè stesso:

Io ritornai dalla santissim’onda,
rifatto sì, come piante novelle
rinnovellate di novella fronda…

 

Da questi esempi risulta evidente quanto il tema universale del rinnovamento abbia colpito in ogni epoca la sensibilità sia dell’Oriente che dell’Occidente, sfociando in espressioni poetiche di indimenticabile profondità e bellezza.

A questo punto vorrei introdurre un aneddoto sul poeta Bai Juyi.

Pecisiamo che “Bai” è il cognome del nostro autore, il quale di nome si chiama “Juyi” che significa “abitare” è “facile”.

A sedici anni egli si recò a Chang’an, allora capitale del paese.

Per procurarsi delle valide raccomandazioni, andò a rendere omaggio ad uno studioso di nome Gu Kuang, portandogli alcune sue opere tra cui “Congedo fra le erbe dell’antica steppa”.

Gu Kuang era un poeta di grande fama; sentendo il nome “Juyi”, disse per scherzo: “Il riso è costoso nella capitale, non è facile abitare qui”.

Leggendo i due versi “Dal fuoco naturale è arsa ma non estirpata, in primavera il soffio del vento la riporta in vita”, li apprezzò moltissimo e rilevò con humour: “Con questi due versi è diventato facile abitare nella capitale”.

Questa espressione è ancora oggi molto conosciuta ed amata in Cina.

Il quinto e il sesto verso dicono:

La lontana fragranza si propaga
sino all’antica strada,
la distesa di verde lucente arriva
fino alle remote città.

In questo modo, il poeta descrive la bellezza e la generosità delle erbe selvatiche che emettono la loro fragranza in ogni angolo della vecchia steppa formando un tappeto verde lucente sotto la luce del sole.

In apparenza i versi sembrano descrivere semplicemente il paesaggio di una steppa.

Ma, dopo un’accurata osservazione, ci si accorge che non si limitano a ciò: infatti qui è implicita l’allusione a qualcuno che andrà lontano lungo l’antica strada coperta di erbe selvatiche; si introduce così il momento del “congedo” accennato nel titolo della poesia, gettando la base per gli ultimi due versi.

Saluto l’amico che parte:
anche l’erba fitta è pregna
del sentimento d’addio.

Il poeta afferma che nel momento del congedo dell’amico nasce in lui una tristezza che impressiona perfino le erbe selvatiche le cui foglie sono pregne del sentimento d’addio.

Esiste una combinazione sottintesa di questi due sentimenti: il legame tra uomo e natura e il legame tra uomo e uomo.

Un elemento concreto, cioè l’erba della vecchia steppa e un evento, cioè il congedo dall’amico, vengono così perfettamente armonizzati nella poesia.

Il giovane Bai Juyi decanta l’erba della vecchia steppa nell’intento di elogiare la tenacia e la vitalità della natura.

Da ciò si possono constatare il dinamismo e la forza di carattere del poeta fin dalla sua adolescenza.

9 aprile 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare | , , | Lascia un commento

WUSHIDAO & BUSHIDO: principi, fondamenti e applicazioni

Come abbiamo già descritto nell’articolo del 13 gennaio 2011, la Via del guerriero è uno stile di vita che, per vicissitudini storiche diverse, accomuna in particolare due e più territori che appartengono alla grande ed estesa terra dei Dragoni Celesti: l’Estremo Oriente.

Il sostrato di base che si sviluppa in più direzioni e forme, come anche di stili di combattimento, riguarda un aspetto trascurato da almeno una parte dei maestri di arti marziali in Europa, ovvero la disciplina, l’etica e la morale che va sotto una parola che in italiano mal traduce il senso profondo di tale complessità comportamentale, quasi come se essa fosse soltanto il mero apparire di facciata: la famosa etichetta aristocratica moderna e medievale.

Se consultate un moderno dizionario di italiano alla voce etichetta, vedrete che la parola va a denotare direttamente “un cartellino che si attacca su bottiglie, scatole e sim., con una breve indicazione del contenuto”, una pietosa situazione che mal traduce il senso ma che se andiamo a scavare nelle stratificazione delle significazioni sovrapposte lungo la storia cognitiva di questa parola, vediamo che essa rappresenta anche cose come “l’etichetta di identificazione: foglietto di carta, cartoncino o film plastico applicato su prodotti e imballaggi per indicarne dati di rintracciabilità”, oppure una “etichetta discografica, un’impresa commerciale che si occupa della produzione di materiali audio”, una rigenerazione semantica che continua nello spazio e nel tempo arrivando all’informatica, laddove nei linguaggi di programmazione “è un gruppo di caratteri identificatori di un record, una posizione oppure l’istruzione di un programma”.

Tutti questi fattori, che si accomunano per indicare fattori di utilità materiale privata dello spirito intrinseco, oppure anche di connotazione convenzionale di un gruppo di fattori sempre utilitari ma identificatori, ciò che conta non è il mezzo ma il fine, ciò che conta non è il giusto ma è l’interesse.

Ad un certo punto, all’interno della stratificazione semantica abbiamo trovato una significazione assonante, che però neanche lontanamente può rappresentare il reale significato estremorientale della parola etichetta, sia per ragioni tecniche che per ragioni storiche e culturali.

Quest’assonanza semiologica sta nel senso del reale significato dell’etichetta, intesa espressione dell’educazione etica che in occidente si è espressa nell’ambito gnoseologico del galateo, quell’usuale costume utilizzato dall’aristocrazia monarchica occidentale dell’epoca moderna, un significato che secondo Wikipedia la terminologia di galateo definisce

“l’insieme di norme comportamentali con cui si identifica la buona educazione, un codice che stabilisce le aspettative del comportamento sociale, la norma convenzionale. Sinonimi sono etichetta e bon ton. Il nome galateo deriva da Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa Aurunca che ispirò a monsignor Giovanni della Casa quel celebre libro del viver civile, il Galateo ovvero de’ costumi, primo trattato sull’argomento pubblicato nel 1558. In molti paesi il termine impiegato è connesso con l’italiano etichetta, lo spagnolo etiqueta e il francese étiquette. È molto suggestiva, anche se non corretta, l’etimologia popolare della parola etichetta come diminutivo di etica, ramo della filosofia che si occupa di ciò che è buono, giusto o moralmente corretto: viene infatti spontaneo pensare che si tratti di una sorta di “etica minore” applicata non ai grandi problemi della vita morale ma ai semplici problemi della vita di ogni giorno. In generale, si può dire che il galateo è un codice non scritto, anche se può in alcuni casi dar luogo a codificazioni scritte.”

Secondo questa definizione, il galateo non descrive altro che la teorizzazione di determinate norme sociali che regolano il comportamento personale nell’ambito delle quotidiane relazioni sociali, una cognizione che fa di esso un elemento per esprimere una sorta di diminutivo dell’etica, che invece in questa logica teorica rappresenta un ramo di dissertazioni opinionistiche definite dall’altisonante appellativo di pompose discussioni barocche e manieriste, dissertazioni che a quel tempo andavano sotto l’elgida della filosofia moderna, o se preferite di una dilettuosa retorica sofista, quasi come se l’etica, sia essa maggiorata o  diminiuta, fosse null’altro che l’oggetto e il soggetto di intense diatribe elaborate da sofisticati ipotetismi egoici tra chi esprimerebbe il giusto e chi, invece, pretende di essere più giusto dell’altro.

Evitando ogni specifico approfondimento dell’origine occidentale dell’etichetta, di una pura ed evanescente apparenza definita da un forzoso conformismo sociale privo di fondamento, nonché soggetto alle più ampie discussioni tra ricchi signori dai nobili natali, dissertazioni che anzichè esprimere la pratica dell’esempio insito nell’umana essenza, tende invece a celare la oscura cupidigia umana coperta dalle mura domestiche e da tutti i luoghi lontani da occhi indiscreti.

Perchè in Occidente il valore dell’etichetta, soprattutto tra uomini e donne di rango elevato, tra aristocratiche soggettività protesi in cose assurde, magari anche sconce ed addirittura indicibili, ha sempre denotato dei comportamenti convenzionalmente non conformi alla reale normatività sociale della c.d. etichetta, in quanto ha sempre nascosto la reale identità comportamentale di soggetti accovacciati nella penombra, esprimendo comportamenti inusuali e amorali dietro le quinte del palcoscenico della realtà, dietro le tende dell’impersonificazione teatrale dei ruoli sociali che, anzichè modellarsi ai dettami etici della società, non corrispondevano affatto all’elevazione sociale che mostravano in società.

In fondo tra ieri ed oggi non è cambiato molto se non il fatto che tutti i servi delle corone monarchiche, come anche di precisi e particolari interessi, hanno culturalmente massificato i vizi di quella folle aristocrazia negriera, dei comportamenti che oggi si sono diffusi quasi ovunque all’interno di quei ceti sociali che i ricchi liberti nobiliari chiamano ancora plebei, una specifica fascia sociale tutt’oggi esistente in veri e propri ‘orrori domestici’ celati dietro convenzioni sociali, dietro l’interpretazione di ruoli, dietro intese correlazionali, se non proprio di vere e proprie contrattazioni di relazioni depravate tanto bilaterali quanto multilaterali, fra membri di più soggettività sociali apparentemente sconnesse, quanto anche riscontrabile negli stimoli emulativi di una alterata coniugazione di coppia che, per ammazzare il tempo, va alla ricerca di nuove emozioni che possano farli sentire vivi, almeno una volta al dì.

Da qui possiamo certamente notare come la salubrità ipotetica di queste aristocrazie monarchiche occidentali non soltanto sono tuttora vive e vegete, quali discendenze generazionali dirette ed appollaiate sulla modernità di macchine che hanno sostituito cavalli e nocchieri, ma addirittura vanno ad incrementare esempi ed emulazioni che moltiplicano tutti i Vizi del Capitale Post-moderno, viziosità comunicate alle masse attraverso forme di comunicazione pubblica mediata da i più disparati ritrovati tecnologici, in cui questi pupazzi dell’intrattenimento testimoniano la loro immagine come guide da emulare, quasi come se pretendessero di distinguersi come santi mediatici da imitare.

Senza andare a scomodare i rotocalchi rosa di quelle tante copiose riviste, quali prodotti editoriali conformati in aggregati sociali complessi che vanno dal paparazzo fino ai Corona delle agenzie di giornalismo scandalistico, ritroviamo una fenomenologia sociale dove lo scandalo diventa quasi una norma sociale, come se fosse la vera legge, mentre il diritto arranca tra la fallacia e l’inefficacia di strutture che mancano di quel mordente posseduto in passato dallo jus latino, quanto da quella sed lex dura lex che distingueva la magistratura romana di istituzioni come l’imperium.

Nello scandalismo moderno la piccola plebaglia non solo vede, ma apprendere, imita, sogna i loro stessi sogni e non i propri, immagina le avvincenti vicende di questi ‘capri espiatori’ delle proprie frustrazioni, un incolto popolino che  magari riproduce a propria volta, attraverso la pubblicizzazione di vizi e virtù ad uso e consumo di questo baraccone di fenomenali e pietosi umani alla deriva, dei pagliacci che intrattengono le persone in show e spettacoli da stra-pazzo, una situazione in cui la televisione è il cuore centrale da cui si diffonde e si esprime questo immane mondo, nella prospettiva di un oblò dentro ad una nave che lentamente affonda con tutto l’equipaggio, una mono-finestra ‘uguale per tutti’ che, anche se cambi canale, sei sempre sintonizzato sullo stesso edificio, anche se magari apparentemente collocati in qualche appartamento più a sinistra.

Non vi sto parlando di spettacolarizzazione della politica di Guy Debord, ma bensì della spettacolarizzazione dei vizi capitali, in-sane e lussuose abitudini che la nostranità élitista dei nostri post-moderni aristòcrati non fanno altro che reiterare continuamente come la tela tessuta da un ragno che incessantemente dispone filamenti su cui ingabbiare prede a buon mercato, una fenomenologia complessa che non esclude nessuna componente subculturale della società contemporanea, una dimensione che poco a poco potrebbe anche arrivare alla legittimazione dell’illegittimabile, un processo di opinionizzazione etica che nel suo relativismo manca di oggettività, in quanto l’apparenza dell’etichetta potrebbe anche nascondere l’impossibile.

E’ interessante notare come le post-moderne abitudini di nascondersi tra l’essere e l’apparire abbia radici molto precedenti e soprattutto insite in certe fasce di cordate sociali, filoni relazionali che nel caso delle aristocrazie monarchiche, ancora oggi perdurano nell’apparenza mediatica delle attuali discendenze nobiliari.

Un’altro interessante elemento di continuità storica mostrato sotto le scandalose forme di illecite condotte sessuali, se non addirittura forme anche peggiori delle precedenti, riguarda la particolarità di determinati esponenti del clero nel periodo medioevale, laddove un certo Salinbene de Adam, un frate minore che assolse il compito di essere uno storico italiano del XIII° secolo con la sua ‘Cronica’, riportando di aver sentito almeno “cento volte” i sacerdoti italiani citare il proverbio latino «si non caste, tamen caute» (se non castamente, almeno con cautela), una situazione ambigua tanto quanto quella citata da Baldassarre Castiglione (XV-XVI secolo) che, nel suo ‘Libro del Cortigiano’, affronta l’immoralità di certi chierici:

«e poi allegano una certa autorità di suo capo che dice “Si non caste, tamen caute”; e par loro con questa medicare ogni gran male e con bona ragione persuadere a chi non è ben cauto che tutti i peccati, per gravi che siano, facilmente perdona Idio, purché stiano secreti e non ne nasca il mal esempio».

Come si sa “le bugie hanno le gambe corte tanto quanto la gramigna ha radici profonde”, ma ciò che a noi interessa in questo momento non è comprendere la genealogia complessa di questo ambiguo fatto sociale insito nel conformismo del mostrarsi radicato nell’ipocrisia di spiriti ammalati, ma piuttosto soltanto di mettere in chiaro, di rendere intellegibile, la radicale differenza insita fra l’occidentale versione della fenomenologia sociale dell’etichetta sociale, piuttosto che le caratteristiche tipiche della tradizione estremorientale in genere.

Tralasciando le correlazioni multilaterali strutturate da bilateralità multiple, che disegnano una ragnatela di significati analoghi che lascian discontinue tracce lungo un ipotetico percorso spazio-temporale, abbiamo forse capito sia che l’etica non è affatto un opinione, ma è espressione viva di tradizioni antiche che in Italia risalgono ad un complesso periodo che riporta la nostra mente alla genealogia del cristianesimo che si diffonde ad opera di uomini che attraversano classi e caste sociali, una dimensione spazio-temporale dove l’etica subisce contraccolpi durante la convivenza con scioccanti contraddizioni sociali, inerenti tanto alla fase decadente dell’impero romano quanto alla corrispettiva fenomenologia emergente della monarchia vaticana, un’altissimo medioevo che ci addentra in un periodo cupo e controverso, e forse probabilmente anche peggio di questa nostra post-modernità tribale.

Differentemente dall’etica e dall’etichetta occidentale, i fondamenti della Via del Guerriero non sono discussioni teoriche di sofismi che gravitano intorno alla ricerca delle migliori dissertazioni intorno all’etica, all’etichetta o foss’anche al galateo, ma sono applicazioni pratiche di continue esercitazioni di convergenze fra corpo anima e cervello, dove non c’è spazio per le diatribe perchè sono norme sociali intellegibili dove il mancato rispetto dell’armonia sociale è fonte di complesse dinamiche di controllo sociale.

Anche se ciò che viene riportato successivamente sono norme riportate in testi fondamentali delle arti marziali, esso si rivela essere piuttosto un codice non scritto praticato costantemente dentro e fuori dal dojo, dentro e fuori dal luogo in cui avviene quel profondo rapporto tra maestro e allievo, la pratica costante di un comportamento marziale che rispetta onorevolmente il prossimo tanto quanto altrettanto viene rispettato, una situazione dove l’abuso della magnanima gentilezza altrui non permette la prosecuzione dell’affronto, in quanto le stesse relazioni mutano il legittimo contesto della tutela sociale del popolo, tanto quanto della dignità e l’onore dello stesso guerriero.

Fortunatamente anche in Europa abbiamo esempi di antiche tradizioni marziali, di pratiche arti di combattimento come anche di tutti i valori ad essi sottesi, attualmente rinchiusi e compartimentati nell’onorevole quotidiano lavoro dell’onestà marziale e intellettuale delle forze armate.

L’origine delle arti marziali si perde lungo il tempo e lo spazio ma ognuna riporta qualche collegamento storico con la terra madre Asia, tanto quanto la grande madre Cina, quale area di antiche e virtuose relazioni territoriali di matrice confuciana, dove il rapporto tra maestro e discepolo è uno dei cardini pratici di tutto l’Estremo Oriente.

Quindi come già riferito nel già citato vecchio articolo, il Wushidao e il Bushidō rappresentano una stessa sostanza secondo forme diverse, letteralmente una disciplina marziale, un’etica militare (Wu e Bu), dove il concetto di essere (Shì e Shi), si fonde significando l’opera quotidiana e la missione sociale del guerriero combattente (Wushì e Bushi), un senso di giustizia che tutela gli indifesi quanto gli innocenti, che nella complessa significazione della Via intesa come condotta di vita che porta lungo un sentiero (Dao e Dō), vanno a tradursi nella lingua italiana con la locuzione de ‘la Via del Guerriero’.

Rispetto, salute e dignità.

Buona lettura!

Vincenzo Di Maio

 

CINA – Zhong Guo


FONDAMENTI DELLE CINQUE VIRTU’ CONFUCIANE

(Wuchang, 五常)

1.  Ren (仁, benevolenza, umanità, bontà),  l’essere umano, la persona, ognuno, tutti, talento, genio, seme di un frutto, manifestazioni intrinseche dell’uomo elevato racchiuse in un solo carattere.
2. Yi
(义, giustizia, rettitudine, equità), il giusto, l’equo, il vincolo dell’amicizia, l’adozione della saggezza, il risultato del lavoro dell’uomo elevato.
3. Li
(礼, ordine, regole di condotta, ideale), il rito, la pubblica cerimonia, la cortesia, la gentilezza, il garbo, il dono, la missione operativa dell’uomo elevato.
4. Zhi
(智, saggezza, intelligenza, ingegno), l’essere saggio, intelligente, ingegnoso, il rendere chiaro, il portare consapevolezza, l’applicazione pratica dell’uomo elevato.
5. Xin
(信, verità, tener fede alla parola data, sincerità, coerenza), il vero, il certo, il reale, la fiducia, la credibilità, il credere negli altri, il professare una fede, un credo, una lettera, una corrispondenza, un’informazione, un messaggio, una notizia, la miccia, lo stoppino della candela, la luce dell’inizio, il prodotto derivato dal coerente lavoro quotidiano dell’uomo elevato, come dello stesso wushi, del guerriero.

I NOVE PRINCIPI FONDAMENTALI DEL WUDE

1* Rispetto della dignità umana: il praticante di arti marziali cinesi deve rispettare la vita umana, perché il Wushu trae origine proprio dall’esigenza di proteggere la vita umana.
2* Centralità dell’etica e dei principi morali:
i principi morali forniscono le basi per il mantenimento di relazioni stabili tra gli uomini, e quindi tra l’uomo ed il contesto sociale. Chi vuole apprendere il Wushu deve rispettare questi principi.
3* Fondamento della condotta morale: mentre si apprendono le abilità marziali, si devono anche coltivare le qualità morali; il senso di giustizia, la diligenza, la persistenza, l’onestà e l’impegno a lavorare duramente.
4* Rispetto per l’insegnante e cura reciproca:
bisogna impegnarsi duramente in tutto ciò che il Maestro insegna, così sia il maestro che l’allievo devono prendersi cura reciprocamente nell’ottemperanza dei propri ruoli e fare tesoro della relazione che si instaura tra di loro.
5* Modestia e ardore:
colui che studia le arti marziali dovrà cercare di migliorare la propria abilità e rifiutare di diventare arrogante e fare mostra della propria bravura per sminuire gli altri. Si deve imparare gli uni dagli altri per migliorare ed essere uniti e collaborare insieme.
6* Liberarsi dall’invidia e dai rancori:
nell’apprendimento del wushu, si punta all’auto-difesa e a migliorare le proprie condizioni fisiche. Non si dovrebbe mai contendere con qualcuno seguendo i propri rancori o per intimidire il più debole. Non si devono utilizzare le capacità marziali per essere prepotenti o per reagire alle provocazioni.
7* Persistere e perseverare: la pratica delle arti marziali è un duro compito che richiede tempo e sforzi notevoli. Costanza e persistenza sono necessarie. Bisogna studiare e provare a comprendere pienamente i significati intrinsechi e essenziali di ogni sequenza. La vera essenza e del Wushu può essere appresa solo attraverso la resistenza e l’agire i movimenti corporei.
8* Giustizia e rettitudine:
nella pratica marziale del wushu la giustizia è la via maestra della vita di un discepolo e l’espressione della rettitudine personale è il cardine su cui si fonda il principio di giustizia, come anche di essere sempre un punto di riferimento per il popolo sia offrendo sicurezza e tranquillità come anche diretta salvaguardia degli indifesi.
9* Umanità, saggezza e verità: l’impegno nella vita dell’eterno apprendimento del wushi sta nel conseguimento dell’elavazione spirituale, attraverso il perseguimento della saggezza per il raggiungimento e il rispetto della verità. Lo spirito del Wushu è espressione di elevazione morale e pertanto emerge come servitore della umanità.

LE SETTE VIRTU’ MARZIALI DEL WUSHI

(Wu you qi de – 武有七德)

1) Jin bao (禁暴, trattenersi dalla violenza), il resistere e il sopportare, il contenersi, il trattenersi dall’essere improvviso e violento, crudele, selvaggio e feroce, come irascibile, irritabile e iracondo per non sporgere, per non deprecare, per non rovinare, l’azione etica di evitare la violenza come anche di non subirla.
2) Ji bing (戢兵, cessare le ostilità), il finire, il portare a termine, il terminare l’uso dell’arma, dell’esercito, dell’armata, delle forze militari, del combattimento, l’azione etica di portare a conclusione le ostilità come anche di non fomentarle.
3) Bao da (保大, proteggere la grandezza), il difendere, il salvaguardare, il conservare, il mantenere, il garantire, l’assicurare, il farsi garante, avallante, l’utilizzare il dovuto per proteggere il grande, lagrandezza, la misura, la dimensione, ciò che completa, il maggiore (di età), il Vostro pieno, l’azione etica di preservare e difendere le cose prioritarie.
4) Ding gong
(定功, successo stabile o tranquillo),  la tranquillità, la calma, la stabilità, il fissare, lo stabilire, il determinare, il portare ordine senza alcun dubbio, ma con certezza del merito, dell’onore, del servizio, del compimento, del buon risultato, dell’abilità di raggiungere un obiettivo, l’azione etica di acquietarsi placidamente portando ordine senza esitazione fino al successo del risultato ottenuto.
5) An min (安民, tranquillizzare o salvare il popolo), portare quiete, tranquillità, calma, serenità, accontentandosi di essere al sicuro, accontentando il popolo al folclore civile, alla civiltà, l’azione etica di togliere cattivi pensieri portado la calma e la sicurezza della quiete.
6) He zhong
(和众, numerose amicizie), conciliarsi, riconciliarsi, diventare amabile, affabile, gentile, in armonia, buoni rapporti, relazioni paritarie, essere amico, l’azione etica di valorizzare profondamente il senso amicizia, e dei rapporti con gli amici, come anche delle relazioni paritarie e concilianti in genere.
7) Feng cai
(丰财, ricchezza abbondante), essere ricco, abbondante, copioso, ma anche generoso, arricchendo ed aiutando ad arricchirsi tutte le persone che ti circondano, attraverso lavori, opere, attività, insegnamento, elargizione di beni, di ricchezze, di denaro, l’azione etica di arricchirsi come di arricchire l’intera integrita della propria comunità di appartenenza, del proprio villaggio, della propria città.

GIAPPONE – Nihon

I SETTE PRINCIPI DEL BUSHIDO GIAPPONESE

* 義, Gi: Onestà e Giustizia – Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell’onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
* 勇, Yu: Eroico Coraggio – Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.
* 仁, Jin: Compassione
– L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.
* 礼, Rei: Gentile Cortesia – I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.
* 誠, Makoto oppure 信, Shin: Completa Sincerità – Quando un Samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.
* 名誉, Meiyo: Onore
– Vi è un solo giudice dell’onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.
* 忠義, Chugi: Dovere e Lealtà – Per il Samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

I CINQUE ANELLI DEL BUDO

Estratti de ‘La Via del Pennello e della Spada’ tratta da Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi

TERRA: Per un guerriero che segue la Via di Heiho deve tener conto dell’onore e del dovere quali cardini dell’anello Terra, per lui è necessario fissare la mente nell’essenza di Heiho, costruendo così uno spirito indomabile e una volontà di ferro, fino a giungere al punto di dimostrare tali doti in ogni sua azione, perchè il vero sentiero di Heiho è tale da potersi applicare in ogni momento e in ogni situazione.
ACQUA: Quale fonte di ispirazione per chi cerca la vittoria attraverso la Via di Heiho, l’acqua rappresenta l’essenza del fluire e della completa adattabilità del guerriero, una capacità che si acquisisce attraverso la profonda meditazione sui concetti della Via di Heiho, al fine di non fraintenderne i principi fondamentali e quindi di confondersi andando completamente fuori strada, in quanto solo con l’incessante esercitazione di una pratica senza tregua si potranno scoprire molte cose inerenti alla Via.
FUOCO: L’essenza del combattimento è da paragonare al fuoco, perché affrontare un nemico in un combattimento reale, in occasioni in cui c’è in gioco la vita, si affronta un momento in cui o si vive o si muore, e gli insegnamenti della Via di Heiho sono validi per mirare alla vittoria, pur combattendo con un numero imprecisato di avversari secondo il suo principio che “se uno vince contro dieci, mille possono vincere contro diecimila”, un lavoro realizzato anche allenandosi da soli tutti i giorni con la spada, eseguendo gli aspetti mentali degli insegnamenti si può comprendere la strategia per vincere anche diecimila avversari.
ARIA:
L’Aria esprime la volontà di conoscenza attraverso il confronto delle altre tradizioni di Heiho, dove alcuni predicano tecniche di forza, altre vantano la praticità della spada kodachi e altre ancora che promuovono un gran numero di tecniche di tachi, come anche che in molte scuole sconosciute si racconta che vi siano tradizioni segrete, mentre nella Via di Heiho non c’è nulla di nascosto, perchè in Heiho non si fanno mai distinzioni tra cose palesi e cose segrete, perchè la semplicità dell’insegnamento della vera Via va giudicato dall’intelligenza dell’allievo, aiutandolo a riconoscere i difetti, e facendolo gradualmente penetrare nello spirito di Heiho, togliendogli ogni dubbio dal suo cuore.
VUOTO:
Il Vuoto espone la Via di Heiho nel Niten Ichi-ryu, nell’uso di una scuola con due spade, quel Vuoto espresso da Ku che essendo tale indica il nulla, ciò che non si può conoscere, anche se molte volte il nostro “non conoscere” deriva dall’ignoranza e dalla pigrizia, mentre per un bushi conoscere a fondo la Via di Heiho significa studiare anche le altre discipline, il comprendere chiaramente il proprio dovere senza avere brama di ambizioni, affinare la saggezza e la forza di volontà, sviluppando l’intuizione e l’attenzione, che sono le attività che portano alla comprensione del vero Ku, perchè la vera Via e vede la realtà del mondo dalla giusta prospettiva, accorgendosi e ammettendo la lontananza delle proprie vedute rispetto alla realtà della Verità, a causa dei pregiudizi che si possedevano, giungendo così alla corretta considerazione che prende a riferimento la sincerità di spirito e l’onestà interiore praticando Heiho quotidianamente, sforzandosi di percepire correttamente e chiaramente la realtà, facendo del Vuoto l’essenza della vera Via, e della propria Vita l’essenza di Ku, l’essenza del Vuoto.

HEIHO: LA VIA CHE BISOGNA PERCORRERE DA SOLI

1. Non contravvenire all’immutabile Via: mai ostacolare i flussi della vita, ma lasciarli scorrere come acqua di un fiume.
2. Evita i piaceri del corpo:
la disciplina dello spirito nasce della massima disciplina del corpo, perchè il saggio controllo della propria vita passa dall’evitare i facili costumi dei piaceri del corpo.
3. Sii assolutamente imparziale:
la Via di un guerriero è la ricerca della massima imparzialità rispetto alle cose e alle persone anche andando contro i propri interessi, in quanto massima espressione di giustizia. 4. Non avere desideri: la pratica di un corpo integro nasce dalla purificazione della mente attraverso il distacco dai propri desideri, nella concentrazione sui propri obiettivi e nel pratica del servizio.
5. Non avere interessi:
la Via del Bushi non esprime interessi particolari ma segue il senso delle leggi e della giustizia, perchè l’interesse esprime cupidigia ed egoismo che la Via del guerriero combatte ogni giorno.
6. Non invidiare gli altri:
mai riferirsi agli altri con l’attaccamento ai propri desideri, ma guardare gli altri per imparare dai risultati ottenuti dagli altri, per avere occasione di migliorare ogni giorno sé stessi.
7. Non rattristarti nelle separazioni: quando la vita ti porta dinanzi a delle scelte anche difficili, costringendoti a separarti per qualche ragione dai tuoi riferimenti sociali non rattristartene.
8. Resta esente da rancori e animosità:
se ricevi un’oltraggio risolvilo ma qualuque sia stata la tua scelta e il tuo risultato allontanati da ogni rancore e da ogni animosità.
9. Non avere desiderio d’amore: se vedi una bella ragazza lungo il tuo peregrinare non averne desiderio alcuno, non intaccare il tuo equilibrio e la tua purezza mentale.
10. Non avere preferenze:
quando svolgi un attività segui i principi della rettitudine e non avere preferenze tra le persone, ma tratta tutti rispettosamente allo stesso modo.
11. Non ricercare la comodità personale:
evita ogni forma di comodità per non favorire la pigrizia e la disattenzione, sii sempre sveglio e attento.
12. Non concederti lussi:
il lusso è l’origine del vizio, come il vizio è l’origine della decadenza e della fine, per questo sii parsimonioso e non sprecare inutilmente la tua vita.
13. Non possedere oggetti preziosi:
non dedicare la tua vita in cose esteriori, sii essenziale e concentra le tue energie per il bene della tua vita e dei tuoi cari.
14. Non ritenere false credenze o superstizioni:
non credere a strane idee, non dare valore alle superstizioni, credi nella pratica e nella veglia dell’intuito del tuo spirito.
15. Non spendere denaro se non per la spada:
non sperperare denaro senza ragione, non consumarlo senza un fine, la spada, la disciplina e l’esempio è il tuo fine.
16. Dedicati solo alla Via, incurante della morte: pratica l’esercizio costante sul sentiero della Via, non aver cura della morte, vivi come se dovessi morire domani, esercitati come se fossi nato ieri.
17. Anche nella vecchiaia, disinteressati al possesso:
il possesso è un mezzo e pertanto così va visto, non è un fine importante e pertanto anche nella vecchiaia non ha alcun valore.
18. Rispetta gli dei, ma non pregarli:
rispetta gli dei e ricordati di loro, come del loro esempio, pratica l’esercizio della fedele lealtà verso le divinità nella pratica costante di tutti i giorni, medita e vai al tempio ma affidati soltanto ai tuoi mezzi.
19. Non lasciare mai la Via di Heiho:
nono abbandonare neanche per un momento il cammino del sentiero che proviene da Heiho, esso ti condurrà alla luce e anche se per un solo momento, lasciarlo può significare anche la tua stessa fine.

LO STATUTO DEL BUDO

(武道憲章, budō kenshō)

1. Obiettivo. Il budō si pone come obiettivo di coltivare il carattere, migliorare la capacità di giudizio e formare individui di valore, attraverso l’addestramento di mente e corpo con le tecniche marziali.
2. Pratica.
Durante la pratica bisogna sempre rispettare l’etichetta (礼法, reihō?), osservare i principî fondamentali ed allenare mente, tecnica, e corpo come un tutt’uno, senza perseguire mere abilità tecniche.
3. Competizione.
In occasione di competizioni o esibizioni di kata, si metterà in mostra con il massimo impegno lo spirito del budō appreso nel lungo addestramento e, al contempo, si manterrà sempre un atteggiamento misurato, senza arroganza in caso di vittoria né rimpianto in caso di sconfitta.
4. Dōjō.
Il dōjō (礼法, dōjō) è il luogo in cui si addestrano la mente e il corpo. Vi si rispettano la disciplina e l’etichetta, si osservano i principî di silenzio, pulizia e sicurezza, ci si impegna a mantenere la solennità dell’ambiente.
5. Insegnamento. L’istruttore dovrà sempre sforzarsi di forgiare i caratteri, impegnarsi ad addestrare mente e corpo, continuare ad approfondire le conoscenze tecniche, non consentire che l’attenzione si focalizzi su vittorie e sconfitte o sulla tecnica, e soprattutto mantenere un comportamento adeguato al ruolo di modello, che egli ricopre.
6. Diffusione. Quando si promuove il budō bisogna valorizzarne i principî tradizionali, esserne diretta espressione ed emanazione, contribuire alla ricerca ed al consolidamento della didattica, e contemporaneamente impegnarsi per il suo sviluppo.
7. Corretta Vittoria. Conquistare la ‘padronanza di sé stessi’ attraverso la vittoria su di sé stessi, attraversando i sentieri della conoscenza la propria natura interiore, in quanto per cambiare realmente il mondo che ti circonda occorre prima di tutto cambiare sé stessi e ciò significa che se si vuole veramente acquisire la capacità di padroneggiare ogni attacco proveniente da un potenziale avversario nel qui ed ora, occorre aver preventivamente acquisito la capacità di padroneggiare pienamente se stessi.

7 aprile 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura, pensieri, Vuoto | , , , , , , | 1 commento

LAO ZI: Meditazioni sull’Acqua

Ci sono degli aforismi di Laozi sul tema dell’acqua estrapolati dal suo Dao De Jing, i quali messi insieme donano il senso e l’importanza simbolica dell’acqua per il sommo maestro:

Al mondo niente è più cedevole dell’acqua.
La Via dell’acqua è infinitamente ampia è incalcolabilmente profonda.
Si estende indefinitamente e fluisce senza limiti.
Abbraccia tutta la Vita senza preferenze.
Non cerca ricompense, arricchisce il mondo intero senza mai esaurirsi.
La sua Natura sottile non può essere afferrata, colpiscila e non la danneggierai, forala e non la ferirai, tagliala e non la squarcerai, bruciala e non farà fumo.
Cedevole e fluida non può essere distrutta, riesce a penetrare anche nel metallo e nella pietra.
E’ così forte da sommergere il mondo intero.
Si concede a tutti gli esseri, senza ordine di preferenza.
Essa è definita suprema virtù.
Il motivo per cui l’acqua impersona questa suprema virtù è perchè essa è cedevole e morbida.
Quindi, io dico che le cose più morbide dominano le cose più dure.
Il non-essere non ha lacune, perciò la Via è davvero grande.

Se vogliamo tentare di definire almeno due od anche tre significazioni per ogni aforisma, contestualizzandoli nella complessità della dottrina SanJiao per non renderne un senso arbitrario applicandoli nella complessità sociologica contemporanea, penso che non pochi potrebbero essere i sensi di comprensione del testo, forse anche illimitati e più profondi dello stesso sommo poema di Dante Alighieri.

L’acqua è un elemento di purezza e di fluidità semplice che scorre cedendo agli ostacoli ma senza mai arrestarsi rispetto all’obiettivo di attraversare kilometri per raggiungere tanto un lago quanto un mare.

Considerando che dalla dottrina SanJiao possiamo ricavare tre prime frattalità sistemiche correlate, possiamo ricavare una prima significativa direzione di contestualizzazione intellegibile: la dimensione intramondana delle correlazioni sociali, la dimensione extramondana delle correlazioni biologiche e vitali e la dimensione ultramondana delle correlazioni etiche e spirituali di ogni persona, come anche di eventuali soggettività sociali che possono amplificarsi al punto di essere un vero e proprio fiume di mutazione sociale.

Lasciando a voi stessi ogni possibile considerazione personale, tale che non vada ad ingabbiare la propria riflessione sugli elementi di applicazione metodologica che ora abbiamo posto per favorire la chiarezza allontanando le confusioni, andiamo a cercare di scendere maggiormente in profondità rispetto alla molteplicità complessa delle significazioni.

Il Fiume del Tao

Il Fiume del Tao

1. Al mondo niente è più cedevole dell’acqua.

L’elemento chiave di questo aforisma sta nella cedevolezza dell’acqua e pertanto rivela la cedevolezza di una soggettività, una mansuetudine soggettiva che si pone con un fare sereno e senza affanno.

2. La Via dell’acqua è infinitamente ampia è incalcolabilmente profonda.

L’elemento chiave di questo secondo aforisma sta nella Via dell’acqua, o se preferite nelle modalità di come l’acqua agisce lungo l’avanzamento immaginario della linea dello spazio-tempo, una modalità che nella sua pervasività leggera è infinitamente ampia e quindi estensivamente moltiplicatrice, come anche incalcolabilmente profonda e quindi di come intensivamente  scava lungo il sentiero del movimento e del mutamento.

3. Si estende indefinitamente e fluisce senza limiti.

L’elemento chiave di questo terzo aforima sta nell’aggettivazione delle modalità di estensione del raggio di azione dell’acqua, in quanto essa possiede una o più fonti contestuali che tendono a convergere oppure a divergere ma sempre nella stessa direzione, un modo che nelle parole di Lao zi sarebbe quello di non-agire, di agire silenziosamente e minuziosamente con grande zelo, osservanza e rispetto del prossimo, un indefinito fluire che non ha limiti.

4. Abbraccia tutta la Vita senza preferenze.

L’elemento chiave di questo quarto aforisma dell’acqua sta nel verbo ‘abbracciare’ come anche nell’oggetto dell’abbraccio, la Vita, e nella modalità di abbraccio che é l’assenza di preferenze, laddove l’abbracciare sta nell’applicazione dell’accoglienza ma senza per questo sottostare ad ostacoli, in quanto il discrimine sta nella Vita che è espressione di compatibilità, laddove l’incompatibilità diventa ostacolo da surclassare, da evitare, ma sempre senza preferenze, senza giudicare.

5. Non cerca ricompense, arricchisce il mondo intero senza mai esaurirsi.

L’elemento chiave di questo quinto aforisma sulla vita dell’acqua sta nel verbo arricchire, ovvero rendere ricchi gli altri, il mondo intero, ossia donare senza ricompense, un arricchimento che non è precipuamente materiale ma è soprattutto spirituale, ovvero di cordiale comprensione, di gentile apertura, di sforzo empatico di immedesimazione, ma sempre senza che ciò diventi ostacolo al proseguimento dello scopo, dell’obiettivo, come della propria integrità, un modo di non-agire che non si esaurisce mai.

6. La sua Natura sottile non può essere afferrata, colpiscila e non la danneggierai, forala e non la ferirai, tagliala e non la squarcerai, bruciala e non farà fumo.

L’elemento chiave di questo sesto aforisma sull’essenza dell’acqua sta nell’aggettivazione della sua precipua natura, un essenza, un modo di essere, di non-agire, che è sottile, fine, raffinato, che protende verso l’elevato, verso l’elevazione, e che pertanto è difficile da comprendere per gli altri, è difficile bloccarla, fermarla, arrestarla, in quanto se viene colpita non si danneggia perchè continua il suo percorso, se viene forata non si ferisce perchè si ricompone un attimo dopo, se viene tagliata non si squarcia perchè subito si rimargina, se viene bruciata non farà fumo perchè si volatilizza come vapore.

7. Cedevole e fluida non può essere distrutta, riesce a penetrare anche nel metallo e nella pietra.

L’elemento chiave di questo settimo aforisma, e quindi di questo settimo senso sulla capacità dell’acqua, sta nel verbo penetrare, un’acqua che fluisce cedevolmente ma che si infiltra in tutte le insenature, in tutte le minime aperture che le permettono di continuare a scivolare, a fluire, a scorrere nello spazio insieme al tempo e al variare delle stagioni, insinuandosi e fendendo pian piano anche il metallo più duro, come anche nella pietra più resistente.

8. E’ così forte da sommergere il mondo intero.

L’elemento chiave di questo ottavo aforisma sta nel verbo sommergere, nella copertura di ogni spazio e di ogni anfratto, una progressiva discesa verso un mare cosciente che si muove e purifica se stesso lungo il disegno delle coste che ne limitano il motus, un movimento perpetuo come l’energia, come il Qi, come il potere del Cielo, talmente forte che quella piccola goccia di’acqua, colata dalle più profonde insenature di montagna, ha attraversato anch’essa kilometri per poi riaffacciarsi al mare.

9. Si concede a tutti gli esseri, senza ordine di preferenza.

L’elemento chiave di questo nono aforisma sta nel verbo concedere, nel cedere insieme verso un progetto, un idea, un’azione che arricchisce entrambi senza farci impoverire, una disponibilità verso l’aiuto che è rivolta verso tutti gli esseri, siano essi uomini e animali, siano essi alberi e montagne, una predisposizione verso gli altri che non fa preferenza ma che neanche pone verso la morte, perchè anche l’acqua dopo l’aiuto che offre alla Vita ritorna ad essere totalmente sé stessa.

10. Essa è definita suprema Virtù.

L’elemento chiave di questo decimo aforisma sta nel verbo definire, il quale proprio per le caratteristiche intrinseche dell’acqua va a descrivere un’aspetto saliente che è il fatto di essere suprema virtù, una virtù che supera ogni definizione per la caratteristica dinamica dell’acqua in qualità di fondamentale elemento agente della Vita.

11. Il motivo per cui l’acqua impersona questa suprema virtù è perchè essa è cedevole e morbida.

L’elemento chiave di questo undicesimo aforisma sta nel verbo impersonare, proprio per evidenziare l’aspetto contestuale della simbologia espressa dall’acqua, proprio per non confondere il senso significativo dell’acqua con realtà più complesse come le relazioni umane.

12. Quindi, io dico che le cose più morbide dominano le cose più dure.

L’elemento chiave di questo dodicesimo aforisma sta nel verbo dominare, nel dominio assolto dall’acqua sul mondo, come anche il dominio delle cose più morbide sulle cose più dure, una potenza che può scaturire soltanto dal dominio di sé stessi, come dei propri istinti, una potenza che supera di gran lunga ogni forza, anche nella qualità intrinseca dell’umano più debole del mondo.

13. Il non-essere non ha lacune, perciò la Via è davvero grande.

L’elemento chiave di questo tredicesimo ed ultimo aforisma, sta nell’emersione di un nuovo soggetto, di un elemento fondamentale per la comprensione dell’essenza intrinseca dell’acqua, un modo di essere che si distigue per il suo non-essere, per il suo modo di vivere semplice, il suo modo di agire facile ed incentrato sulla conoscenza di sé stessi e delle proprie debolezze, il suo modo di pensare che è spontaneo ed allo stesso tempo rispettoso di ogni controparte, un non-essere che in questo modo non ha lacune, non sbaglia, non erra, ma continua imperterrito ad incalarsi e a fluire, convergendo sempre più con altre nuove gocce d’acqua che scorrono imperterriti insieme sincronicamente e diacronicamente come un ruscello che diventa torrente, che diventa rivo, che diventa cascata, che diventa un grande fiume, talmente grande che sovrasta ogni cosa come la piena di un fiume in un giorno di tempesta, che imperterrito scivola inarrestabile verso il mare.

E’ stato un viaggio, un bellissmo viaggio, fatto con voi, insieme a voi, con la mia scrittura im-presa dalla vostra lettura, un fluire scorrevole che come un fiume è arrivato al suo mare.
Buon fluire!

Vincenzo Di Maio

3 aprile 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura, Musica, Progetti | , , , , , , | 2 commenti

Il DAO DE JING secondo il Buddhismo Chan

La dottrina del San Jiao afferma tre insegnamenti sono un solo insegnamento (San Jiao – Yi Jiao), come anche che San Bao, San Yuan e San Ben si allocano tutti in San Jiao, rispettivamente tre tesori, tre origini e tre fondamenti dove tutti e tre sono la parte sostanziale dei Tre Insegnamenti.

I Tre Insegnamenti sono il Buddhismo Chan, il Confucianesimo e il Taoismo che nella storia fondamentale della Cina si sono tutti e tre vicendevolmente alimentati, nutriti e coltivati, creando una poliedricità non statica che esula da ogni categorizzazione rigida, schematica e confusionale, una compenetrazione senza confusione laddove ogni insegnamento, contrariamente ai manicheismi alchemici e metafisici della newage occidentalista, non ha mai smarrito la propria particolarità, distinguendo contestualmente ogni identità, proprio come probabilmente anche Gesù intendeva fare quando affermava “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Contrariamente all’abitudine tipicamente occidentale di confondere ogni cosa ponendo tutto su uno stesso piano assoluto senza distinguere contestualità, situazionità e vibrazionità degli elementi tra essi interagenti, il San Jiao fonde senza confondere, laddove per confusione si intende quell’atto che tende a livellare ogni cosa, di mettere insieme senza ordine, senza criterio, senza alcuna discriminazione.

Il discrimine è il senso della sapiente saggezza che parte dal presupposto che la diversità è ricchezza, tanto quanto la barbarie non è civiltà,  in quanto la civiltà promuove la convivenza pacifica dei tanti nel pieno rispetto della diversità, senza alcuna pretesa di omologazione forzata.

Coloro i quali mettono insieme senza distinguere commettono atti di plagio e tentano di soggiogare tanto le menti, quanto le anime e i corpi al servizio della forma apologetica di qualsiasi comoda cognizione della realtà, personaggi che illudendo e ingannando le persone non fanno altro che forzare la loro paura dell’infinito, dell’incertezza e della indenifizione, tanto quanto la paura di Dio, offrendo risposte facili e pronte all’uso per menti che anzichè mettere a lavoro la propria anima non fanno altro che reiterare l’anima di qualcos’altro, tanto come di qualcun’altro.

Molte sono le pratiche del manicheismo nella storia occidentale, come molte sono le pratiche che ancora oggi persistono sotto le più svariate forme in nome di scientismi e/o di promesse che rivelano essere soltanto conclusioni che facilitano la loro vita spirituale, distorcendola secondo canoni di logica spiritualista, come anche secondo canoni scientifici, se non proprio secondo canoni negazionisti tipici di fenomenologie sociali come l’ateismo, che storicamente si rivela essere null’altro che lo spettro speculare del bigottismo ambiguo della chiesa medievale.

Non di risposte ha bisogno l’uomo, non di cose effimere, ma di ogni cosa che possa mantenerlo vivo nella sua più alta dimensione, di motori che possano elevarlo al Cielo e portarlo lungo i sentieri della vita reale, cosciente e consapevole, una realtà che anzichè offrire risposte dona domande e pone domande anche senza risposta.

Io so di non sapere diceva Socrate, proprio come il Tao è silenzio, perché come affermava il sommo Laozi:

“non si può dire nulla sul Tao e se si dice qualcosa, nel momento stesso in cui viene detto diventa falso. Il Tao è silenzio, ma non il silenzio di un cimitero. E’ il silenzio di un giardino, dove gli alberi sono vivi e respirano, eppure c’è completo silenzio. Non è un silenzio morto, è un silenzio vivo.”

Così il silenzio diventa simbolo del mistero, come della fiducia e della fedeltà, nonchè di tutte le attività della saggezza e della elevazione, la grandezza di una virtù che:

“è paragonabile ad un pargolo, che velenosi insetti e serpi non attoscano, belve feroci non artigliano, uccelli rapaci non adunghiano.  Deboli ha l’ossa e molli i muscoli eppur la sua stretta è salda, ancor non sa dell’unione dei sessi eppur tutto si aderge: è la perfezione dell’essenza, tutto il giorno vagisce eppur non diviene fioco: è la perfezione dell’armonia.  Conoscer l’armonia è eternità, conoscer l’eternità è illuminazione, vivere smodatamente la vita è prodromo di sventura, con la mente comandare al Qi significa indurirsi. Quel che s’invigorisce allor decade: questo vuol dire che non è conforme al Tao. Ciò che non è conforme al Tao presto finisce.”

Molto c’è da conoscere e se stessi è la via principale che può portare alla vera conoscenza, laddove ogni lettura di cose della ragione, non fanno altro che alimentare la prigionia materiale dell’oscurità del calcolo ma non della poesia, del conto ma non del canto, della misura ma non dell’applicazione, della regola ma non della legge, del giudizio ma non della propria consapevolezza.

Troppe parole non fanno altro che indurre a sviare l’attenzione dalle cose reali, e che pertanto parlarne ancora non facciamo altro che alimentare la menzogna, perchè “nel momento stesso in cui viene detto diventa falso“.

Pertanto vi lascio alla lettura del contributo offerto dal Centro Nirvana di Roma che ci permette di conoscere una pietra miliare della dottrina San Jiao.

Buona lettura!

Vincenzo Di Maio

Il TAO TE CHING di LAO TZU secondo il Buddhismo CHAN

tratto da: Centro Nirvana – Roma

INDICE

NOTE INTRODUTTIVE:

PREFAZIONE –  BIBLIOGRAFIA & RIFERIMENTI

RICONOSCIMENTI

INTRODUZIONE

NOTE SU L’INTERPRETAZIONE

TRADUZIONE DEL TAO TE CHING DI LAO TZU

1.             L’INCARNAZIONE DEL TAO

2.             LASCIAR ANDARE I PARAGONI

3.             NON CERCARE LA FAMA

4.             L’INSONDABILE TAO

5.             SENZA INTENZIONE

6.             IL COMPLETAMENTO

7.             RINFODERARE LA LUCE

8.             LA VIA DELL’ ACQUA

9.             SENZA ESTREMI

10.           PULIRE LO SPECCHIO SCURO

11.           L’UTILITÀ DELLA NON-ESISTENZA

12.           LA REPRESSIONE DEI DESIDERI

13.           IMMOBILE ED IMPASSIBILE

14.           SPERIMENTARE IL MISTERO

15.           LA MANIFESTAZIONE DEL TAO NELL’UOMO

16.           RITORNARE ALLA RADICE

17.           IL COMANDO PER ECCEZIONE

18.           IL DECADIMENTO DELLA MORALE

19.           RITORNARE ALLA NATURALEZZA

20.           ESSERE DIVERSO DAGLI UOMINI ORDINARI

21.           TROVARE L’ESSENZA DEL TAO

22.           PRODURRE L’INTEGRITÀ

23.           ACCETTARE L’IRREVOCABILE

24.           ECCESSI

25.           IL PRINCIPIO CREATIVO DEL TAO

26.           CENTRALITA’

27.           SEGUIRE IL TAO

28.           MANTENERE L’INTEGRITÀ

29.           NON PARTECIPARE ALL’AZIONE

30.           AMMONIMENTO CONTRO LA VIOLENZA

31.           MANTENERE LA PACE

32.           SE IL TAO FOSSE OSSERVATO

33.           NIENTE FORZA:NIENTE PERICOLI

34.           SENZA SFORZO

35.           L’OSPITE BENEVOLO

36.           SUPERAMENTO

37.           L’ESERCIZIO DEL COMANDO

38.           GLI INTERESSI DEL GRANDE

39.           SUFFICIENZA E QUIETE

40.           ESSERE E NON-ESSERE

41.           L’IDENTITÀ E LA DIFFERENZA

42.           LE TRASFORMAZIONI DEL TAO

43.           UNO CON IL TAO

44.           SUFFICIENZA

45.           CAMBIAMENTI

46.           MODERARE DESIDERIO E AMBIZIONE

47.           SCOPRIRE CIO’ CHE E’ DISTANTE

48.           DIMENTICARE LA CONOSCENZA

49.           LA VIRTÙ DELLA RICETTIVITÀ

50.           IL VALORE DATO ALLA VITA

51.           IL NUTRIMENTO DEL TAO

52.           RITORNARE ALLA FONTE

53.           TESTIMONIANZA

54.           COLTIVARE L’INTUIZIONE

55.           LA MISTERIOSA VIRTÙ

56.           LA PASSIVITÀ VIRTUOSA

57.           SEMPLIFICAZIONE

58.           TRASFORMARSI SECONDO CIRCOSTANZA

59.           LA PROTEZIONE DEL TAO

60.           GOVERNARE

61.           UMILTÀ

62.           CONDIVIDERE IL TESORO

63.           COMINCIARE E COMPLETARE

64.           ESSERE CON IL MISTERO

65.           GOVERNARE VIRTUOSAMENTE

66.           GUIDARE DA DIETRO

67.           I TRE PREZIOSI ATTRIBUTI

68.           SENZA DESIDERIO

69.           L’USO DEL MISTERIOSO TAO

70.           IDENTITÀ IGNOTA

71.           SENZA MALATTIE

72.           AMARE IL ‘SE’’

73.           AGIRE SECONDO NECESSITA’

74.           USURPARE IL TAO

75.           FERIRE CON L’AVIDITÀ

76.           CONTRO IL CREDERE NELLA FORZA

77.           LA VIA DEL TAO

78.           SINCERITÀ

79.           ADEMPIERE AI PROPRI OBBLIGHI

80.           STARSENE DA SOLI

81.           MANIFESTARE LA SEMPLICITÀ

LAO TZU – TAO TE CHING –  Note Introduttive

(Prefazione; Bibliografia e Riferimenti; Riconoscimenti; Introduzione)

PREFAZIONE

Quando si traduce un’opera da una lingua scritta come l’antico Cinese in un Inglese del XX° secolo, si incontrano diversi problemi. Uno di questi problemi è la differenza tra le diverse forme scritte delle due lingue, un altro è la differenza tra le due culture, ed un terzo è il tempo che è trascorso tra lo scrivere il lavoro originale, in questo caso un periodo tra i 600 ed i 300 anni prima dell’era cristiana, e la compilazione della sistemazione testuale di Wang Bih, datata nel terzo secolo d.C., usata oggi.

Vi sono, tuttavia, altri problemi per un traduttore/interpretatore di quest’opera. Il primo è la quantità di cambiamenti nella forma dei caratteri del Cinese scritto da quando il lavoro originale fu scritto.  Almeno uno di questi cambiamenti avvenne prima della sistemazione del testo da parte di Wang Bih, ed almeno altri tre sono stati perfezionati da quel periodo.

L’origine di un altro problema è stata descritta dal Dott. L. Wieger (vedere sotto la parte bibliografia e riferimenti) come, “….l’ignoranza degli scrivani che continuamente misero in luce forme difettose che furono…. riprodotte dai successivi posteri…. “. Un altro problema riferito a quelli appena menzionati sopra è il cambiamento di strumenti di scrittura usati dagli scrivani Cinesi. Con l’invenzione dei nuovi pennelli, andò in disuso l’efficiente ‘penna di fibra fornita di punta’ (composta di fibra vegetale messa a bagno nell’inchiostro, e tenuta in un tubo cavo di bambù). Il risultante cambiamento nello stile di scrittura fu dovuto al fatto che lo scrittore aveva meno controllo sui colpi di penna che non di quelli di uno strumento con una punta fissa e stabile. Nonostante questo handicap, il nuovo pennello poteva essere usato anche per dipingere su seta, e si considera che producesse una più ‘artistica’ forma di calligrafia che non il primo strumento. Inoltre, divenne quasi un ‘marchio di garanzia per gentleman’ scrivere in un libero, fluente stile, anche se virtualmente illeggibile. Senza dubbio, questa fu la causa dei molti errori che furono fatti e di conseguenza riportati. Un ulteriore problema è la possibilità di confusione, in parte causata dai molteplici significati di alcuni limitati caratteri che si dice siano stati  usati nel testo originale, che è attribuita allo stile criptico di Lao Tzu. Ed in parte è anche un risultato della natura della stessa struttura grammaticale del primitivo cinese. Benchè una traduzione letterale sarebbe preferibile, essa avrebbe ben poco valore per il lettore abituato alla grammatica Occidentale,

che quindi sarebbe ingiustamente presentata col problema di ‘indovinare le parole mancanti’ che è, si potrebbe dire, una primaria funzione del traduttore di qualunque lavoro come questo.

Avendo discusso i problemi esistenti per il traduttore di un tale lavoro come il Tao Te Ching, è solo ragionevole menzionare brevemente il problema che sussiste per il lettore, concernente al significato delle varie influenze sul traduttore. Vi sono già almeno quarantadue traduzioni in Inglese di questo lavoro (elencate da Clark Melling dell’Università del Nuovo Messico), ognuna esposta, sicuramente, in modo il più possibile competente ed onesto. Tuttavia, è difficile se non impossibile, per qualunque persona, non essere influenzata dalla filosofia, credenze, cultura e politica della propria società, del proprio periodo storico e sistema di istruzione.

Anche un breve sguardo alle varie traduzioni del lavoro di Lao Tzu illustrerà come questo ‘curriculum’ nascosto si imponga furtivamente perfino sul più onesto degli uomini, creando così un problema notevole per il lettore. Ciò è il caso anche per il lettore che meramente spera di vedere un’ accurata esposizione in lingua occidentale del lavoro, ma il vero problema è se egli cerca una traduzione che presenti una descrizione ragionevolmente accurata del Taoismo (Tao Chia), del cui ‘sistema’ il Tao Te Ching è il maggiore rappresentante. Delle traduzioni inglesi esistenti si deve dire che la maggior parte di esse trattano il Tao Te Ching come un’opera letteraria o poetica, mentre molti altri lo trattano come un testo di misticismo, piuttosto che uno studio classico, come invece io credo che sia, dato che esso descrive i concetti chiave della filosofia taoista (il Tao-chia) espressi in una maniera poetica.  La mia intenzione quindi è stata di fornire una traduzione appropriata per quei lettori che desiderano scoprire qualcosa di quella filosofia, come è descritta in uno dei suoi lavori più importanti.

Sulla questione della ‘traduzione’, dovrei affermare che io considero questo termine sbagliato quando è applicato ad una traduzione inglese di questo classico testo Cinese. Per le ragioni summenzionate, io credo che qualsiasi lavoro di questo tipo è almeno più una questione di interpretazione che non di una traduzione letterale. Questo problema è ammirevolmente espresso da Arthur Hummel, capo della Divisione ‘Orientalia’ alla Biblioteca del Congresso, quando nella sua prefazione alla traduzione del Dott. C. H. Wu, scrive “Ogni traduzione è un’interpretazione…. perché il linguaggio di una tradizione non offre un esatto equivalente verbale per tutte le creative idee di un’altra tradizione.”

Mentre io ho cercato di assicurare l’accuratezza delle mie proprie fonti, questo non può chiaramente garantire l’accuratezza del risultato. Inoltre, poiché io non ho tentato di essere letteralmente accurato nella mia interpretazione, e poiché non si vuole che questa traduzione competa con altre traduzioni, ho elencato sotto alcuni titoli, incluse le dieci traduzioni del Tao Te Ching che mi sono state di aiuto in questa impresa. Esse sono elencate per riconoscenza al lavoro dei traduttori, come pure per voler offrire fonti alternative per quei lettori che desiderano condurre la loro propria ricerca e vari paragoni.

Gli altri titoli sono quelli di libri sulla lingua Cinese, e questi sono elencati per il beneficio dei lettori che desiderano intraprendere loro stessi le proprie traduzioni.

BIBLIOGRAFIA E RIFERIMENTI

Il ‘Tao Te Ching’, tradotto da Gia-Fu Feng e Jane English, è pubblicato da Wildwood House. Esso si interessa al ‘livello spirituale dell’essere’, e contiene caratteri cinesi scritti in una forma corsiva che, benchè non sempre facile da leggere, certamente è esteticamente comoda. Comunque, le fotografie che illustrano questa edizione sono gradite anche all’occhio, ed è tanto per le illustrazioni come per la traduzione che questa edizione è raccomandata.

Il ‘Lao Tzu Tao Te Ching’ è tradotto da D.C. Lau, e pubblicato da ‘Penguin Books’, nella loro serie dei Classici. Attualmente è alla sua diciassettesima ristampa, essendo la prima edizione del 1963. Benchè questa traduzione sia scritta in uno stile che io trovo alquanto troppo letterale per i miei gusti, però vi è un’introduzione assai lucida, come pure le note in calce, un glossario ed una sezione di riferimenti, che lo fanno raccomandare a quei lettori che desiderano controllare le fonti di riferimento.

‘Verità e Natura’, di Cheng Lin, pubblicato a Hong Kong, non pretende di essere una traduzione, ma interpreta il Tao Te Ching in una maniera molto interessante. Vi sono incluse due sistemazioni del testo cinese, di cui una secondo la sistemazione di Wang Bih. Il lettore che desidera usare l’originale  linguaggio come fonte troverà in questa valida edizione il testo cinese. Tuttavia, si deve enfatizzare che un bel numero di testi cinesi è disponibile. Mentre di solito questi si conformano alla sistemazione del testo di Wang Bih, essi però variano nei dettagli.

‘La Via Semplice di Lao Tsze’ , è un’analisi assai piacevole del Tao-Te-Ching pubblicata a Londra da ‘The Shrine of Wisdom’, sessant’anni fa. Contiene molte note in calce, e è un’interpretazione piuttosto

che una diretta traduzione, che cerca di descrivere ‘lo spirito’ del Taoismo, facendolo senza finzioni.  Tuttavia, alcuni lettori possono trovare la nomenclatura alquanto esoterica (benchè sia ragionevole aspettarsi che la stessa critica potrebbe essere livellata alla mia stessa interpretazione).

“Le Mie Parole sono assai facili da capire”-(‘Lao-Tzu’), di Man-jan Cheng, tradotto da Tam C. Gibbs, e pubblicato da North Atlantic Books, è un’esposizione Confuciana (piuttosto che Taoista). Esso perciò contiene valido materiale per lo studente che desidera ‘vedere entrambi i lati della moneta’. Questa edizione consiste di una serie di conferenze da Man-jan Cheng, ed include sia il testo cinese del Tao-Te-Ching che le conferenze. La stampa dei caratteri cinesi è ampia e chiara ed è raccomandata per gli studenti che richiedono un testo nella lingua ‘originale’, anche se bisogna enfatizzare che vi sono in questa edizione varie differenze tra il testo cinese e quelal del Dott. Wu, menzionata subito sotto.

La traduzione del Dott. J.C.H. Wu è alla sua diciottesima ristampa, un fatto che non sorprenderà un lettore di questa deliziosa edizione. Di piccolo formato, e contenente un testo cinese eccellentemente abbozzato, questa traduzione sarà molto gradita ai lettori di fede cattolica.

‘La Via ed il Suo Potere’ è il titolo della traduzione da Arthur Waley, pubblicato per ‘Mandala-Books’, da Unwin. Esso, come il traduttore stesso dice, “rappresenta un compromesso… “, ma perfino così è forse la traduzione più letta in tutto il Regno Unito. E’ per questa ragione che esso è incluso come un lavoro di riferimento degno di essere letto. L’uso della parola ‘potere’ nel titolo di questa traduzione ci dà un indizio dello stile del traduttore, che impiega argomenti accademici molto forti (ma non-taoisti), che sono fatti nella sua copiosa introduzione.

Il testo intitolato ‘Tao Te Ching di Lao Tzu’, tradotto da A.J. Bahm, e pubblicato da Frederick Ungar, è ben sostenuto da note in un ‘poscritto’. La traduzione stessa è scritta in uno stile molto piacevole e facile-a-legegrsi, che (stranamente) è insolito per il lavoro di un professore di filosofia.

‘Il Tao: Un Nuovo Modo di Pensare’ di Chang Chung-yuan, pubblicato da Harper and Row, è una traduzione che contiene eccellenti commentari e note in calce. Il traduttore possiede indubbiamente una certa conoscenza storica e filosofica, che egli mette a buon uso in questa eccellente edizione, in cui compara i vari aspetti della filosofia taoista con quella dei filosofi europei.

La decima traduzione usata per le mie ricerche, è ‘Il Tao Te Ching di Lao Tzu’, tradotto da James Legge, come uno di due volumi de ‘I Testi del Taoismo’, pubblicati dalla Dover Publications. Benchè scritto nel 1890, questa traduzione resiste estremamente bene alla prova del tempo. Il traduttore era a conoscenza del suo soggetto, così come della filosofia, letteratura e religioni cinesi, e non esita ad affermare le sue opinioni, argomentando un forte caso quando queste differiscono da quelle di altri traduttori dal Cinese.

A causa dei cambiamenti nello stile calligrafico menzionati in precedenza, quegli studenti desiderosi di condurre la loro propria ricerca nel testo cinese del Tao Te Ching, dovranno familiarizzarsi almeno con la relazione fra caratteri cinesi moderni e classici. Un notevole libro che copre il ‘periodo medio’ è il ‘Ch’ien Tzu Wen’ (Mille Caratteri Classici) di Chou Hsing-szu, scritto fra il 507 ed il 521 d.C., una eccellente edizione in lingua Inglese è quella compilata da F. W. Paar, con calligrafie di Fong-Chih Lui, e pubblicata da Frederick Ungar nel 1963. Questa edizione riporta anche traduzioni in Francese, Tedesco e Latino. Benchè non sia una traduzione del Tao Te Ching, contiene molti passaggi da quel testo.

‘Caratteri Cinesi’ di L. Wieger, tradotto in Francese da L. Davrout (già menzionato), è un lessico con lezioni etimologiche, ma contiene anche un dizionario fonetico e un dizionario di caratteri originati da ‘radici’ (i mezzi con cui è possibile ‘trovare’ un carattere scritto in ‘Kanji’, la forma di scrittura-radice Cinese e Giapponese, in un dizionario). Questo libro contiene anche un numero di esempi del ‘primo periodo’, i cui caratteri saranno utili a quei lettori interessati alla calligrafia e altre forme di comunica-zione grafica. Simile ad esso, ‘Analisi dei Caratteri Cinesi’, di G.D. Wilder e J.H. Ingram, pubblicato da Dover Publications, completa il lavoro di Wieger, elencando mille e due caratteri, insieme con le varie derivazioni e le moderne alternative.

L’opera di Chang Hsuan, sull’ ‘Etimologia di 3000 Caratteri Cinesi di Uso Comune’, pubblicato da Hong Kong University Press, mostra anche le derivazioni di molti caratteri Cinesi, con scrittura del ‘piccolo sigillo’. Sfortunatamente, tuttavia, questo libro non contiene virtualmente Inglese ed è perciò inteso principalmente per lo studente già abile nella lingua Cinese.

La prima forma di scrittura Cinese è antecedente anche al Tao Te Ching, e probabilmente è originata dallo stesso periodo come l’originale ‘I-Ching’ di Fu Hsi. Questa scrittura consiste di caratteri scritti su osso, gusci e corna, la cui raccolta è nota come ‘La Raccolta di Couling-Chalfant, di Oracoli scritti su Ossa’. La raccolta è stata molto dissipata, alcuni pezzi sono nel Museo Reale Scozzese (Edinburgh), alcuni nel Carnegie Museum (Pittsburg), gli altri pezzi nel British Museum (Londra), ed i restanti nel Field Museum of Natural History (Chicago). Sebbene, per fortuna, esista un eccellente catalogo, tracciato da F.H. Chalfant, redatto da R.S. Britton, e pubblicato nel 1935 da The Commercial Press, Sciangai. Questo libro illustra ognuno dei pezzi, mostrando i caratteri scritti sul materiale originale. È un lavoro particolarmente prezioso per coloro che sono interessati a cercare le origini di molti dei caratteri Cinesi in uso ai giorni nostri. Non ci sono però traduzioni.

Il filosofo Chuang Tzu, seguace di Lao Tzu, fece molto per chiarire lo stile alquanto criptico del suo maestro. Il libro ‘Chuang Tzu’ tradotto da H.A. Giles e pubblicato da Unwin, riporta in Inglese i detti dei successivi maestri, in uno stile letterario chiaro ed eccellente. Di questo libro si dice che sia stato originalmente scritto da Chuang Tzu stesso, più o meno tra il terzo ed il quarto secolo prima dell’era cristiana. Esso contiene una gran numero di riferimenti al Tao Te Ching. Per questa ragione è un libro prezioso, e il suo valore è accresciuto dall’inerente profondità e humour nello scritto di Chuang Tzu.

Può interessare alcuni lettori quali siano i dizionari da me usati, il ‘Dizionario Cinese-Inglese per Uso Moderno’, di Lin Yutang, pubblicato dall’Università Cinese di Hong Kong, ed ‘Il Moderno Dizionario di Caratteri Giapponesi per il Lettore Inglese’, di Andrew Nelson, pubblicato da Charles E. Tuttle. Poiché può sembrare strano che io abbia usato un dizionario Giapponese per tradurre un’opera Cinese, vale forse la pena di ricordare che molti caratteri Giapponesi in origine sono Cinesi, e che nel dizionario di Andrew Nelson i caratteri sono elencati in sequenza, e con un sistema diverso dagli stessi caratteri che sono nel dizionario di Lin Yutang. Anche se le lingue parlate Cinese e Giapponese notevolmente differiscono, la lingua Giapponese scritta ha le sue radici nel Cinese. Perciò io ho voluto utilizzare il dizionario Giapponese come riferimento incrociato per trovare il significato dei caratteri di cui avevo difficoltà di localizzarli nella sistemazione di Lin-Yutang.

RICONOSCIMENTI

Il fatto che io non ho elencato più di quarantadue traduzioni Inglesi del Tao Te Ching non significa in alcun modo voler riflettere sulla loro qualità, ma semplicemente che per l’occasione io non li ho usati; chiaramente, tutti hanno da offrire qualcosa di valido. Siccome ho dato più credito al lavoro di altri traduttori ed interpreti, sarebbe negligente per me non aver dato credito all’aiuto che ho ricevuto dai miei stessi insegnanti, ognuno dei quali ha cercato di aiutare la mia comprensione e il mio sviluppo nella sua propria maniera unica. La ragione per cui io non li menziono per nome in questo libro non è per mancanza di rispetto, ma piuttosto per riguardo verso la credenza Taoista che dice,

“Vantarsi dei propri insegnanti significa cercar di convalidare le proprie parole”.

Fortunatamente, non è considerato vanaglorioso menzionare i propri discepoli. È perciò con piacere e gratitudine che dò credito all’aiuto che io ho ricevuto da coloro che mi considerano il loro insegnante, ed attraverso le cui domande io così ho tanto ottenuto. In questa occasione, un mio speciale ‘grazie’ vada ad Ian (e sua moglie, Jeanette) per la loro compagnia, l’aiuto che mi hanno offerto senza che glielo chiedessi, e per la loro pazienza; a Michael che ha fatto la maggior parte della prova-lettura; a Jackie che trascrisse le mie note al computer (che non sa che i suoi sessantaquattro bit del sistema ‘binario’ è una conseguenza della filosofia taoista dello ‘yin-yang’) e che mi ha rassicurato che quello che io avevo scritto aveva un senso; ed a Judith, particolarmente per avermi offerto una copia della sua tesi ‘Una Comparazione tra Plotino e Chuang Tzu’, che mi è stata di grande aiuto nello spiegare alcune delle frasi più oscure in altri testi tradotti.

Ed infine, approfitto di questa opportunità (in favore di Judith e di tutti gli altri membri della comunità Taoista Zen di lingua Inglese) per ringraziare il Professor Cavendish, primo Professore di Filosofia al Saint David’s University College, Lampeter, che personalmente ne supervisionò la tesi che è di utilità a noi tutti.

INTRODUZIONE: IL TAO TE CHING, LAO TZU, IL TAOISMO E LO ZEN

Spesso vi è confusione tra tre ‘pratiche’, ognuna delle quali è genericamente chiamata ‘Taoismo’. Poichè questa confusione esiste, è importante che l’eventuale studente del Taoismo possa fare tra di esse una distinzione. Le tre attività, o pratiche, del Taoismo sono: il Taoismo Filosofico o speculativo,

il Taoismo Religioso o esoterico, ed il Taoismo Alchimistico o ‘degradato’.

Il primo di questi è il Taoismo Filosofico (Tao-chia), che si crede essersi sviluppato tra il sesto ed il secondo secolo prima dell’èra Cristiana, dalla pre-esistente Scuola di filosofia ‘Yin-Yang’, i cui segreti insegnamenti esso ereditò ed integrò nel suo proprio ‘sistema filosofico’ attraverso il ‘I-Ching’, ora più estesamente noto (sfortunatamente) come un testo di ‘divinazione’. Generalmente, si pensa che il Taoismo filosofico sia basato sul ‘Tao-Te-Ching’, probabilmente del leggendario Lao Tzu, e dell’opera del suo seguace, Chuang Tzu, che è noto attraverso il libro che porta il suo nome e che è altrimenti senza titolo.

Il maggior sviluppo e stabilzzarsi del Taoismo Religioso (Tao-chiao) avvenne durante le due dinastie Han (dal 206 A.C. al 220 D.C.), e considerò il Tao-Te-Ching come insegnamento divino, usando le specifiche interpretazioni dell’opera di Lao Tzu come una delle sue stesse primitive scritture. I Taoisti Religiosi deificarono Lao Tzu, descrivendolo come il ‘T’ai Shang Lao-chun’. Nei secoli successivi, il Taoismo Religioso divenne un movimento assai potente in tutta l’intera Cina, in cui fu estesamente praticato, almeno fino alla metà del ventesimo secolo.

Il più antico noto riferimento all’Alchimia (nella Letteratura Orientale ed Occidentale) è nel ‘Shi-chi’, scritto all’incirca nell’85 A.C., ma il ‘Chou’-i ts’an t’ung ch’i’ di Wei Po-yang (c.200 D.C.) probabilmente fu il primo maggior testo alchimistico ad usare un’opera taoista per questo scopo, in quanto alcune autorità credevano che il trattato fosse una derivazione dell’I-Ching. Questa forma di alchimia fu dai Taoisti Filosofici considerata come ‘Taoismo degradato’.

Di queste tre ‘forme’ di Taoismo (o pratiche, che si chiamarono Taoiste), il Taoismo Religioso e quello Alchimistico non sono menzionati nel testo di questo lavoro, salvo che, come altre pratiche simili, essi sono indirettamente riferiti nel testo Cinese (e poi di solito in una maniera derisoria). I lettori sia del ‘I-Ching’ che del ‘Tao-Te-Ching’ apprezzeranno facilmente molte delle asserzioni di Lao Tzu, poiché egli era certamente ben versato nei concetti spiegati nella prima opera, e accetteranno il suo maggior precetto, e cioè, che tutte le cose sono sempre in uno stato (o processo) di cambiamento (‘I-Ching’, infatti significa ‘il Libro dei Mutamenti’). Tuttavia, anche lasciando spazio all’èra dell’I-Ching, ed alla certezza che i suoi concetti erano ben-noti in Cina al tempo di Lao Tzu, sembrerebbe da registrazioni storiche che il Tao-Te-Ching fosse considerato come un libro con dubbi, anche nel periodo durante il quale fu scritto. Sebbene non si menzionasse per nome Lao Tzu o il Tao-Te-Ching, (né l’I-Ching), molte delle storie di Chuang Tzu (che probabilmente sono apocrife) servono ad illustrare e a spiegare i punti del Tao-Te-Ching. Se non vi fosse stata confusione o dubbi, presumibilmente un materiale così esplicativo non sarebbe stato richiesto.

Nella sua forma originaria, si pensa che il Tao-Te-Ching (come ora è conosciuto) consistesse di 81 brevi capitoli, che sono sistemati in due sezioni, note come il ‘Tao Ching’ ed il ‘Te Ching’. Il primo di essi comprendeva trentasette capitoli, ed il secondo quarantaquattro, in tutto ottantuno. Si dice che la lunghezza del lavoro originale sia stata di circa cinquemila caratteri, ed è probabile che questi furono scritti su strisce o assicelle di bambù che poi sarebbero state legate insieme per formare due rotoli, ognuno con sembianze quasi di una veneziana arrotolata con le assicelle verticali. Questa era una forma comune di ‘raccolta’ nel periodo di Lao Tzu, che era noto come ‘Il Periodo degli Stati Guerrieri. Poiché non si conosce con certezza assoluta che una certa persona chiamata ‘Lao Tzu’ fosse realmente vissuta durante il periodo degli Stati Guerrieri, descrivere categoricamente il Tao-Te-Ching come opera di Lao Tzu sarebbe sufficiente senza una valida base storica. Anche ‘la biografia di Lao Tzu’, che si può trovare nell ‘Archivio Storico (Shih-chi) di Ssu-ma Ch’ien (secondo secolo A.C.), non è senza discordanza. Questa registrazione descrive Lao Tzu come un archivista della Corte di Chou, e inoltre dichiara che si dice che lui abbia personalmente istruito Kung Fu Tzu (Confucio).

È in questa ultima asserzione che può essere trovata almeno una discordanza, perchè altre cronache

affermano che la data della morte di Lao Tzu sia precedente di quella della nascita di Kung Fu Tzu di quasi mezzo secolo. Anche l’autore dell’Archivio Storico rivela i suoi dubbi riguardo all’autenticità delle informazioni disponibili su Lao Tzu, ed alcuni studiosi sostengono che il Tao-Te-Ching non presenta un unico e distintivo punto di vista. Essi confutano che probabilmente il testo sia una compilazione o antologia di detti presi da vari scrittori e scuole di pensiero, e che sia giunto alla sua forma presente nel terzo secolo A.C. Di converso, secondo la leggenda, è detto che Lao Tzu, dopo il suo ritiro dal pubblico ufficio, andasse verso ovest, e che il guardiano del passaggio nello stato di Ch’in pretese che lui scrivesse un trattato sul Tao prima di partire. Si suppone che poi Lao Tzu stette seduto per due giorni, per il tempo in cui scrisse il Tao-Te-Ching, dopodichè egli andò via, mentre alcuni scrittori affermano che lui non fu mai più sentito, altri invece descrivono la sua ascesa al cielo nella forma di un magnifico dragone.

A qualunque storia si voglia credere riguardo all’esistenza di Lao Tzu, noi possiamo ragionevolmente concludere che (quantomeno) c’è molto evidenza contraddittoria. Anche se non posso offrire la prova conclusiva che lui sia esistito, io non credo che le contraddizioni provino che tale persona non sia mai esistita, e né io credo che esse provino che il Tao-Te-Ching sia stato scritto da più di una persona.  Come ho affermato, le ragioni per ammettere le mie credenze sono senza sufficiente ‘cruda evidenza’ per sostenere una forte disputa filosofica, ma esse sono qui offerte per tutti coloro che vorrebbero conoscere un argomento diverso e contrario alla corrente opinione accademica.

Poiché un significato delle parole ‘Lao Tzu’, è ‘Vecchio Uomo’, è assai improbabile che esse furono usate come un nome ordinario (o ‘appropriato’), ma potrebbe essere stato proprio un ‘nomignolo’. Alcune autorità affermano che questo potè esser vero nel caso della persona in questione, il cui nomignolo è probabilmente derivato dal fatto (?) che lui nacque già con capelli bianchi, come quelli di un uomo vecchio. Questa teoria sembra generarsi dal fatto che il secondo carattere poteva essere anche usato per indicare un ‘ragazzo’. Comunque, nel contesto dell’insegnamento ed istruzione, esso può anche significare ‘maestro’ o ‘erudito’ (contrapposto a ‘discepolo’ o ‘studente’). Inoltre, ad uso di questa discussione, è importante il fatto che gli stessi due caratteri che in Cinese formano ‘Lao Tzu’, formano anche le parole ‘vecchio erudito’, pronunciato come ‘roshi’ in Giapponese, un titolo di solito riservato in quella lingua per un maestro dell’insegnamento Zen. Questo siggnifica che in Cinese ‘Lao Tzu’ è equivalente al Giapponese ‘Roshi’. Per questa ragione io credo che probabilmente una persona chiamata Lao Tzu ci fosse, ma che ‘Lao Tzu’ era il suo titolo, piuttosto che il suo nome. Potrebbe essere ovviamente che vi fossero molti ‘vecchi eruditi’, tutti conosciuti con quel titolo, ma l’esistenza di molti non è mai stata considerata come  una prova della non-esistenza di uno solo.

A questo punto è forse necessario menzionare in breve la relazione storica e filosofica tra Taoismo, Ch’an e Zen. La parola ‘Zen’ è la pronuncia Giapponese del Cinese ‘Ch’an’, il sistema attribuito al maestro ‘Bodhidharma’ (in Giapponese ‘Daruma’), descritto dai seguaci del Buddismo Zen come il 28° Patriarca Buddista, che si dice sia arrivato in Cina nel 526 D.C. Anche se ben noto ai seguaci dello Zen, agli altri non è sempre noto che il Bodhidharma passò poi nove anni in un antico tempio Cinese buddista che in quel periodo era esistente da più di quattrocento anni. Inoltre, durante quel periodo, l’originale Buddismo dell’India aveva subito molti cambiamenti in Cina, molti dei suoi insegnamenti erano stati riadattati (i Buddisti Tibetani direbbero, ‘adulterati’) alla sua prossimità al Taoismo. Oggi, in Occidente, le sètte più conosciute di Zen sono quantomeno, Buddiste. Comunque, perfino prima  della sua accettazione da parte dei Buddisti, il Ch’an (o ‘Zen’) fu accettato dai seguaci Cinesi del Taoismo Filosofico (Tao Chia) come un’aggiunta alla loro propria filosofia e pratiche. Così fu, che gli aspetti ‘non-religiosi’ dello Zen e del Taoismo furono integrati nel sistema noto in Cina come il ‘Ch’an Tao-chia’.

È probabile che non conosceremo mai tutte le ragioni per questa duplice integrazione che accadde tra ‘Tao-chia’ e ‘Ch’an’, ma alcune delle ragioni sembrano più valide quando noi arriviamo a sapere qualcosa delle somiglianze fra le filosofie sottostanti ai due sistemi. Con buona speranza, è sufficente  dire che i praticanti del primo gruppo probabilmente sentirono un’affinità con ‘la fluidità’ di pensiero ed azione dei praticanti dell’altro, riconoscendolo come scaturire dalla stessa fonte filosofica comune. Similmente, è molto probabile che i membri di ambo i gruppi apprezzassero l’etica morale dell’altro, dato che entrambe le filosofie enfatizzano lo sviluppo dell’individuo come requisito indispensabile allo sviluppo della società. Nonostante alcune imprecisioni nella mia propria interpretazione degli eventi, anche di più grande significato storico è il fatto che da circa il 600 D.C., la sopravvivenza del Taoismo Filosofico fu resa possibile solo attraverso la sua adozione da parte del Ch’an. Sia stato o meno per questo fatto, l’atteggiamento antagonistico dei Taoisti Religiosi, combinato con il crescente sviluppo  del loro potere governativo, potrebbe facilmente aver contribuito alla forzata dismissione della Filosofia Taoista, così come è conosciuta oggi.

Quanto alla continuata integrazione e co-esistenza del Taoismo e Zen, non abbiamo fortunatamente bisogno di nient’altro che di osservare le parole del grande studioso di Zen, Prof. D.T. Suzuki, il quale disse: “Fare una domanda sullo Zen è fare una domanda sul Tao”. Con questo chiaramente s’intende illustrare i collegamenti tra le due pratiche, che usano gli stessi caratteri scritti come titolo onorario o nome dell’insegnamento, e questo titolo può essere stato usato dall’autore del Tao-Te-Ching, il quale desiderava mantenere il suo anonimato. Se proprio fosse stato così, poteva esserlo stato per ragioni di sicurezza personale da parte dell’autore, o per deferenza verso i suoi propri insegnanti. Qualunque lettore che abbia conoscenza della storia della Cina durante il periodo degli Stati Guerrieri apprezzerà facilmente, e con buona speranza simpatizzerà con la prima di queste ragioni, ma la seconda ragione richiede forse qualche chiarimento. Ed ora faremo questo….

Eseguire il proprio lavoro in una maniera senza ostentazione, è un importante aspetto dell’istruzione Taoista, come è rispetto per i propri insegnanti. In alcuni esempi, a questi due principi si aderì così rigorosamente che uno scrittore o pittore o non firmava affatto il suo lavoro, o usava lo pseudonimo compilato (possibilmente come anagramma) coi nomi della maggior parte dei suoi riveriti insegnanti.  È perciò possibile che l’autore del Tao-Te-Ching usasse lo pseudonimo ‘Lao Tzu’ come riconoscimento del suo proprio insegnante, usando il titolo ‘vecchio erudito’ per riferirsi a quel dato insegnante così come lui sarebbe stato conosciuto e considerato dai suoi stessi studenti. E’ probabile che il titolo ‘Roshi’, usato nello Zen (Ch’an Giapponese) si sviluppò come un ‘titolo ufficiale’, dal suo più primitivo uso Cinese. Nello Zen, si pensa che non sia un giusto modo quello di usare il vero nome del proprio insegnante, in un lavoro pubblicato, almeno nel contesto in cui egli sia proprio il nostro insegnante (per ragioni che ho cercato di spiegare nella sezione ‘Riconoscimenti’), ma è accettabile riferirsi a lui (o lei) con un titolo onorario. Combinate una di queste possibilità col fatto che al proprio insegnante poteva esser stato dato, o poteva aver scelto un ‘nome per l’insegnamento’ (uno pseudonimo con cui un insegnante può operare) e diventa più facile capire perché è impossibile essere definitivi riguardo al ‘vero nome’ dell’autore, o degli autori, del Tao-Te-Ching. Tuttavia, per gli scopi di questo trattato, io desidero continuare dall’assunto che il Tao-Te-Ching abbia avuto un autore, e che noi possiamo, senza troppa ‘licenza’, riferirci a lui come Lao Tzu.

Il secondo fattore che mi spinge a credere che non dobbiamo completamente trascurare la leggenda della scrittura del Tao-Te-Ching, concerne il suo stile criptico. Il fondamento della mia credenza è duplice. Nel primo esempio, se Lao Tzu, come ci dice la leggenda, completò la sua scrittura in due giorni, non è sorprendente che esso fosse criptico, poichè questo l’avrebbe costretto a scrivere ad una media di duemila e cinquecento parole ogni giorno. Perciò, può starci che lui lo scrisse nel modo più succintamente possibile per completare più rapidamente possibile il suo compito, in modo da poter continuare il suo viaggio verso il ritiro. Coloro che conoscono il Tao-Te-Ching, sapranno anche che Lao Tzu non insegnò che un compito doveva essere sbrigato in fretta; piuttosto, lui insegnò che tutte le cose dovrebbero accadere nella loro naturale durata. Questo conduce al mio secondo punto riguardo allo stile criptico del lavoro originale.

Noi sappiamo che il custode della dogana che fece la richiesta di una copia scritta dei pensieri di Lao Tzu, era un ben noto Taoista del periodo chiamato ‘Yin Hsi’, anche riferito come ‘Kwan Yin’. E come Taoista, di sicuro lui può esser stato familiarizzato con gli insegnamenti di Lao Tzu, anche se, poiché si immagina che lui stesso abbia detto al vecchio filosofo, a causa della natura del suo proprio lavoro, di non esser stato in grado di giovarsi di una istruzione personale da parte del maestro. Potrebbe così essere che ‘la vaghezza’ (o l’apparente natura esoterica del primo capitolo) sia proprio dovuta al fatto che Lao Tzu non avrebbe avuto nessuna ragione di spiegare il Tao a qualcuno che era già versato nel Tao-chia. Io credo che si possa presumere che Lao Tzu, anche se probabilmente non era totalmente famoso, certamente sarebbe stato ben conosciuto nella sua stessa provincia. Di sicuro, può sembrare che sia stato così, poichè Yin Hsi riconobbe la figura di Lao Tzu, o almeno il suo nome, altrimenti lui non avrebbe fatto la sua richiesta a quel particolare viaggiatore.

Presumendo che il custode della dogana sapesse qualcosa dell’insegnamento di Lao Tzu, la sua richiesta avrebbe potuto essere fatta nella forma di un elenco di domande, a cui probabilmente Lao Tzu avrebbe scritto le risposte nella forma (criptica) di brevi note, come un ‘memoriale di aiuto’. E questo potrebbe chiaramente spiegare anche l’apparente discontinuità del lavoro completato. Se il testo fosse stato scritto in risposta ad un certo numero di domande, la sua sequenza avrebbe potuto adattarsi a quella delle domande che facilmente sarebbero state preparate da Yin Hsi in un periodo di tempo, nella speranza che l’occasione sarebbe arrivata allorchè egli avesse incontrato un erudito come Lao Tzu, con cui poi avrebbe potuto discutere le sue domande. Questo potrebbe aver inciso per le apparenti ripetizioni nel testo, perché a due domande entrambe riportate nella stessa maniera, viene presumibilmente risposto in unmodo simile.

Qui si conclude il sommario di ciò che io stesso credo riguardo alla leggenda di Lao Tzu ed il Tao-Te-Ching, oltre ad aver aggiunto un poscritto spesso usato anche da coloro che non sono totalmente d’accordo con la mia stessa interpretazione della leggenda. Ecco poi perchè, non volendo rispettare l’autenticità della leggenda ed il problema di identificare la sua autorità, la maggioranza degli studiosi data l’origine del testo del Tao-Te-Ching non più tardi del 400 A.C. Perdipiù, non vi è virtualmente dissenso fra gli studiosi quanto al suo grande valore come lavoro letterario, storico e filosofico,

NOTE SULL’INTERPRETAZIONE

Subito dopo queste note vi è il testo del Tao-Te-Ching, sistemato convenzionalmente da Wan Bih nel terzo secolo D.C. Ciascuna delle ottantuno sezioni è stata tradotta in Inglese, così come lo permette la sua grammatica, per mantenerne la sensibilità in un testo così breve. Le differenze tra il mio stesso rendere il testo e quello di altri traduttori sembreranno minime ad alcuni lettori; per altri, potranno invece sembrare radicali. In entrambi i casi, il lettore è ovviamente libero di comparare i testi facendo

riferimento alle edizioni citate prima in queste note. Lo stile è comunemente noto come ‘scrittura del piccolo sigillo’. I lettori che desiderano usare i moderni caratteri Cinesi per le loro ricerche possono riferirsi ad alcuni o tutti i testi Cinesi menzionati in precedenza, ma ovviamente ve ne sono molti altri.

‘La scrittura del piccolo sigillo’ è senza dubbio la più antica forma scritta Cinese, e di sicuro è quella dall’estetica più piacevole e più facile a leggersi. Essendo maggiormente pittografica delle forme più tardive, il simbolismo delle immagini contenuto all’interno dei piccoli caratteri-sigillo è più facile da capire che non nelle forme successive. La moderna scrittura cinese è virtualmente più stilizzata, e spesso più ‘a mano libera’(se scritta a mano), e perciò talvolta, per il lettore inesperto, più difficile da decifrare.

Ogni inizio dei capitoli scritti in stile piccolo sigillo offre sotto una approssimativa traduzione inglese dei concetti-chiave incarnati nel testo di quel capitolo. Quanto al testo Cinese stesso, vi sono diversi titoli ‘autentici’ del capitolo. In più esempi, io ho usato un titolo ‘tradizionale’, ma anche dove è poco chiaro il significato tradizionale ho usato un titolo che credo sia più adatta ai contenuti del capitolo.  Seguendo le abituali convenzioni, la scrittura quando è presentata orizzontalmente dovrebbe essere letta da sinistra a destra, mentre quando è presentata verticalmente dovrebbe essere letta da cima a fondo, con prima la colonna di destra.

Come ho affermato sopra, a causa della natura criptica del testo originale, ed anche a causa della differenza tra la struttura della grammatica Inglese, rispetto a quella Cinese, una traduzione del tutto letterale del testo Cinese sarebbe di nessun senso al lettore non versato nella Lingua Cinese scritta e nei concetti del Taoismo. Questo virtualmente significa che ogni intelligibile traduzione Inglese del Tao-Te-Ching potrà essere più lunga del testo Cinese originale. La variazione in lunghezza di molti testi Inglesi (e Cinesi) del Tao-Te-Ching saranno subito evidenti ai lettori di quelle traduzioni elencate nella sezione di riferimento.

Ci sono molti argomenti validi pro e contro l’inclusione di commentari nel testo in ogni edizione del Tao-Te-Ching, ma in questo caso io spero che la traduzione Inglese sia sufficiente, servendo così allo scopo per cui è intesa. È per questa ragione che qui non vi sono inclusi commentari separati. Il testo in questa edizione è alquanto più lungo che quello che si può trovare in altre traduzioni. Ci sono due motivi per questo, il primo è che esso include alcune espansioni, risultanti da punti sollevati in alcune discussioni con i miei studenti. In quegli esempi in cui c’era un’apparente mancanza di chiarezza nei miei scritti originali, sono state fatte aggiunte per chiarire i concetti coinvolti. La seconda ragione è la forma di interpretazione impiegata, la cui base razionale è ora brevemente descritta.

Io non credo che incidentalmente il Tao-Te-Ching possa essere interpretato a molti vari livelli senza contraddizioni. La vera interpretazione messa sul testo da ogni traduttore dipenderà da molti fattori, come è già stato discusso. Tuttavia, è indubbio che sia il Tao-chia che il Ch’an si sono preoccupati moltissimo entrambi dello sviluppo individuale, sostenendo che proprio questo è essenziale per una società sana. È da questo particolare punto di vista che si è sviluppata la base razionale per questa interpretazione. Anche se gli altri traduttori certamente hanno sollevato questo problema, per quanto io posso sapere, questa è la prima traduzione che dà priorità a questo aspetto del Tao-Te-Ching. Per il fatto che i miei stessi studenti richiesero tale interpretazione in Inglese, e perché noi eravamo così incapaci di trovare un’interpretazione, io intrapresi la traduzione e l’interpretazione presentata qui.

Stanley Rosenthal (Shi-tien Roshi) British School of Zen Taoism – Cardiff, settembre 1984

IL TAO ED IL SUO NOME

>. Dare il nome alle cose ci permette di renderle differenti tra loro, ma i nomi sono solo parole, e le parole facilmente generano confusione. Esse non sostituiscono la cosa in-sé o l’esperienza diretta della cosa che esse nominano, ma solamente la rappresentano o la descrivono.

‘Considerate, per esempio, una fragola. Se vogliamo trovare la parola ‘fragola’, noi guardiamo in un dizionario; se vogliamo trovare una descrizione di una fragola, noi guardiamo in una enciclopedia. Ma se abbiamo fame, noi non andiamo in biblioteca, ma in un prato, dove le eccellenti fragole possono essere trovate. Se non sappiamo dov’è un tale prato, potremmo cercare una guida per far si che queste eccellenti fragole possano essere trovate. Un libro sul Tao è come questa guida. Esso può indirizzarci nella direzione della piantina di fragole, ma non può fornire il frutto stesso. Esso può dare un’idea del gusto del Tao, ma in se stesso, non ha alcun gusto da comparare con l’esperienza diretta del Tao.

Ora considerate tre cose: C’è il principio universale che permette a tutte le cose di essere, e di fiorire naturalmente; c’è il nome ‘Tao’, con cui quel principio universale è conosciuto; e ci sono parole che descrivono le manifestazioni del Tao. Perfino il nome ‘Tao’ è solo per convenienza, e non dovrebbe essere confuso con il principio universale che porta quel nome, perché un tale principio abbraccia tutte le cose, così non può essere accuratamente nominato né adeguatamente descritto. Questo vuol dire che il Tao non può essere compreso, perché esso è infinito, mentre la mente dell’uomo ha dei limiti, e ciò che è limitato non può racchiudere ciò che è infinito.

Anche se non possiamo comprendere il Tao, noi non siamo impediti dall’averne conoscenza, perché la comprensione sorge da una delle due forme di conoscenza. Essa scaturisce da ciò che è chiamata conoscenza conoscitiva, la conoscenza nata con parole e numeri, ed altri strumenti simili. L’altro tipo di conoscenza, la conoscenza ‘volitiva’, non necessita di nessuna parola o altri tali strumenti, perché essa è la forma di conoscenza nata dall’esperienza personale diretta. Quindi, la conoscenza ‘volitiva’ è quella che è anche nota come conoscenza esperienziale.

Sia la conoscenza conoscitiva che la conoscenza esperienziale hanno le loro radici nella realtà, ma la realtà è complessa, e la complessità è molto più una barriera per la conoscenza conoscitiva che non per la conoscenza esperienziale, poichè quando cerchiamo la conoscenza conoscitiva di una cosa, cioè, la comprensione di essa, la conoscenza che noi otteniamo di quella cosa è solo la comprensione delle sue manifestazioni, che non è la conoscenza della cosa stessa. Noi possiamo cercare di capire una cosa, piuttosto che sperimentarla, perché, in un mondo reso irto di pericoli creati dall’uomo, è spesso più sicuro capire che sperimentare. Il Tao non è fatto dall’uomo, e in esso non vi è paura per nessun pericolo. Ecco perchè noi possiamo sperimentare il Tao senza paura.

Quando cessiamo di cercare la conoscenza conoscitiva, cioè, smettiamo di cercare la comprensione di una cosa, noi possiamo ottenere la conoscenza esperienziale di quella cosa. Ecco perché si dice che comprendere il Tao non è uguale come conoscere il Tao; che comprendere il Tao è solo conoscere ciò che esso manifesta, e che conoscere il Tao è essere uno col principio universale che è il Tao.  Questo per dire che la conoscenza del Tao non è uguale alla comprensione del Tao. Conoscere il Tao è sia sperimentare il Tao che le manifestazioni di quel principio universale. In quanto esseri umani, noi siamo nati come manifestazioni del Tao.

Se questo sembra complesso, il motivo è perché il Tao è insieme semplice e complesso. È complesso quando noi tentiamo di capirlo, ed è semplice quando permettiamo a noi stessi di sperimentarlo.  Cercare di capire il Tao è come chiudere le imposte di una finestra se vogliamo cercare un’ombra. Noi potremmo chiudere le imposte per non far scoprire a qualcuno il nostro tesoro, ma le stesse imposte poi impediscono che la luce della luna entri nella stanza. Allora nella stanza c’è solo oscurità, e nella totale oscurità noi non possiamo trovare l’ombra, non importa quanto ci si sforzi, o quanto si cerchi diligentemente. Noi chiamiamo una cosa ‘ombra’, ed un’altra ‘oscurità’, ma l’ombra è l’oscurità, e l’oscurità è l’ombra, perchè in realtà, sia l’oscurità che l’ombra, sono l’assenza di luce, eppure noi chiamiamo una cosa ‘ombra’ e l’altra ‘oscurità’. L’ombra è l’oscurità che c’è in mezzo alla luce, ma all’interno della totale oscurità, l’ombra sembra scomparire, perchè l’oscurità è un’ombra all’interno dell’ombra. Possiamo pensare che l’ombra sia distrutta quando ogni luce è rimossa, ma essa non è stata affatto eliminata; in realtà essa è cresciuta, però abbiamo bisogno della luce perfino per poter vedere quella forma di oscurità che noi chiamiamo ‘ombra’.

Similmente è la ricerca del principio universale chiamato ‘Tao’, in cui se cerchiamo di comprenderlo, noi impediamo il vero modo con cui può essere trovato, perché l’unico modo in cui potremmo trovare il Tao è attraverso l’esperienza stessa del Tao. Noi troviamo il Tao quando non lo cerchiamo, mentre quando lo cerchiamo, esso ci abbandona, proprio come la luce argentea della luna abbandona la stanza quando chiudiamo le imposte. Noi troviamo e conosciamo il Tao quando permettiamo a noi stessi di trovarlo e conoscerlo, propio come il chiaro di luna ritorna quando gli noi permettiamo di ritornare.

Noi non dobbiamo cercare il Tao nel modo in cui cerchiamo tesori materiali, come oro o gioielli. Noi non dobbiamo cercare il Tao nel modo in cui cerchiamo tesori mondani, come fama o titoli. Noi non abbiamo bisogno di cercare il tesoro del Tao, perchè anche se esso è il più grande di tutti i tesori, è anche il più comune. Forse è proprio perchè è così comune che così pochi uomini lo trovano; loro lo cercano solamente in luoghi misteriosi e segreti, in grotte e caverne, e nei laboratori degli alchimisti. Il Tao non è celato in questi luoghi, esso è celato soltanto da quelli che li frequentano e li abitano, segretamente, e con le imposte chiuse.

Proprio come l’oscurità può essere nota come ‘assenza di luce’, così la luce può essere nota come ‘assenza di oscurità’. Quando sperimentiamo che oscurità e luce hanno la stessa origine, noi siamo vicini al Tao, perchè il Tao è la fonte dell’oscurità e della luce, proprio come esso è anche la fonte di ogni altra cosa naturale. Quando sperimentiamo noi stessi come parte del Tao, come un’ombra o un riflesso del principio universale, noi l’abbiamo trovato, perchè è detto che l’ “Esperienza del Tao è il Tao”.

LA CONOSCENZA DEL ‘TAO’, E L’ESPERIENZA DEL TAO.

C’è un modo in cui possiamo condurre le nostre vite senza rammarico, in modo tale da assistere allo sviluppo ed alla realizzazione del nostro potenziale individuale, senza danneggiare gli altri, e senza impedire la realizzazione del loro potenziale, e questo è ciò che dà beneficio ad una società sana. Un tale modo di vita può essere condotto ovviamente senza un nome, e senza descrizione, ma in ordine che altri possono venirne a conoscenza, e per distinguerlo dagli altri modi in cui può essere condotta la vita, noi gli diamo un nome, e usiamo le parole per descriverlo.

Però, discutendo o descrivendo questo modo in cui può essere condotta la vita, piuttosto che riferirsi pienamente ad esso, per convenienza, noi ci riferiamo ad esso come ‘la Via’, volendo semplicemente dire che la discussione è interessata a questo particolare modo, non che esso sia l’unico modo di condurre la propria vita. Per far sì che si possa distinguerlo più facilmente dagli altri modi, noi ci riferiamo ad esso anche con il suo nome originale che è il ‘Tao.’

Per intento intellettuale, cioè, tramite pensiero e parole, e considerando noi stessi come osservatori non-partecipanti di questo modo di vivere, noi possiamo avere conoscenza delle sue manifestazioni; ma è solamente attraverso la partecipazione che possiamo sperimentare davvero tale modo di vivere per noi stessi. La conoscenza di una qualsiasi cosa non è uguale come la cosa di cui abbiamo quella conoscenza. Quando abbiamo conoscenza di una cosa ma non abbiamo esperienza di essa, nel tentare di descrivere quella cosa, tutto ciò che possiamo descrivere è la nostra conoscenza, e non la cosa stessa. Ugualmente, anche quando abbiamo esperienza di una cosa, tutto ciò che noi possiamo testimoniare è la conoscenza di quell’esperienza, e non l’esperienza stessa.

Conoscenza ed esperienza sono entrambe reali, ma esse sono realtà diverse, e la loro relazione è resa complessa da ciò che spesso le distingue, una dall’altra. Quando sono usate secondo ciò che si dimostra appropriato alla situazione, noi possiamo sviluppare un modo di vita che ci permette di oltrepassare la barriera di tali complessità. Noi possiamo avere una conoscenza del “Tao”, ma il Tao stesso può solamente essere sperimentato.

A) – LASCIAR ANDARE GLI OPPOSTI.

È nella natura della persona ordinaria, la persona che non è ancora unita con il Tao, di comparare le manifestazioni delle qualità naturali possedute dalle cose. Ogni tale persona tenta di conoscere tali qualità distinguendo tra loro le manifestazioni, e così impara a riconoscere soltanto le loro comparate manifestazioni. E’ per questo che l’individuo ordinario considera ‘bella’ una cosa, paragonandola con un altra che considera ‘brutta’; una cosa ben fatta messa a paragone con un’altra che egli considera fatta male. Egli conosce ciò che ha, come risultato del conoscere ciò che non ha, e ciò che considera facile attraverso quello che lui considera difficile. Egli considera ‘lunga’ una cosa, comparandola con un’altra cosa che lui considera corta; una cosa ‘alta’, ed un’altra, ‘bassa’.  Egli conosce il rumore tramite il silenzio ed il silenzio tramite il rumore, e impara a concoscere chi è che comanda attraverso il conoscere chi lo segue.

Quando tali paragoni sono fatti da un saggio, che è una persona che è in armonia con il Tao, questa persona è consapevole di generare un giudizio, e che i giudizi sono relativi alla persona che li fa, ed alla situazione in cui essi sono fatti, così come essi sono relativi a ciò che è giudicato. Attraverso la conoscenza e l’esperienza tramite le quali egli ha ottenuto la sua saggezza, il saggio è consapevole che tutte le cose cambiano, e che un giudizio che è giusto in una certa situazione, sarebbe facilmente sbagliato in un’altra. Egli è perciò consapevole che colui che sembra condurre, non sempre condurrà, e che colui che sembra seguire, non sempre seguirà.

Grazie a questa consapevolezza, il saggio spesso sembra come non condurre né seguire, e spesso sembra non fare niente, perché ciò che lui fa, è fatto senza furbizia; è fatto in modo naturale, non essendo né facile né difficile, nè grande e né piccolo. Dato che egli compie il suo compito e poi lo lascia andare, senza cercare riconoscimenti, egli non può essere screditato. Così il suo insegnamento dura per sempre, e lui è tenuto nella massima considerazione.

B) – SENZA CERCARE RICONOSCIMENTI.

La persona d’ingegno che è anche saggia, mantiene l’umiltà, e così non crea la rivalità. La persona che possiede cose materiali, e che non si vanta dei suoi possessi, riesce a prevenirne il furto. Quelli che sono geloso del talento, delle capacità o possedimenti degli altri, facilmente diventano posseduti dall’invidia.

Il saggio è soddisfatto con ciò che è sufficiente; lui non è geloso, e così è libero dall’invidia. Egli non cerca fama nè titoli, ma conserva la sua energia e si mantiene flessibile. Minimizza i suoi desideri, e non si addestra nella furbizia. E così resta puro di cuore. Agendo onestamente, egli mantiene in sé l’armonia nel mondo interiore dei suoi pensieri e nel mondo esterno del suo ambiente circostante.  Egli rimane in pace con se-stesso.

Per queste ragioni, un’amministrazione che ha a che fare con il benessere di coloro che deve servire, non deve incoraggiare la ricerca di status e titoli; non deve creare gelosia e rivalità fra le persone, ma assicurare che esse siano in grado di avere il sufficiente, senza farle divenire infelici, perciò i membri di tale amministrazione non devono cercare onori per se stessi, né agire con astuzia verso le altre persone.

C) – L’ INSONDABILE TAO.

La mente non dovrebbe essere riempita con desideri. L’individuo che è unito con il Tao è consapevole della distinzione tra ciò che serve come necessità, e ciò che è un desiderio, o anche solo di ciò che è fortemente voluto piuttosto che ciò di cui si ha bisogno.

È il modo del Tao che, anche se usato con continuità, è naturalmente riempito, non essendo vuotato mai, e non essendo mai colmo, come un calice che è riempito fino all’orlo e perciò sparge sulla terra la sua buona acqua primaverile. Il Tao quindi non spreca ciò di cui è carico, e però resta sempre una fonte di nutrimento per quelli che non sono già così pieni da non poterne partecipare.

Anche la più eccellente lama perderà la sua affilatezza se temprata oltre la sua tempra. E perfino la spada più eccellentemente temprata non è di nessun profitto contro l’acqua, e si fracasserà se viene sbattuta contro una roccia. Una corda aggrovigliata è di scarso uso, dopo che è stata districata tagliandola.

Proprio come un’eccellente spada dovrebbe essere usata soltanto da un esperto spadaccino, così l’intelletto dovrebbe essere temprato con l’esperienza. Con questo mezzo, la corda aggrovigliata può essere districata, e i problemi apparentemente insolubili, risolti; colori e sfumature possono essere armonizzati per creare eccellenti dipinti, e le persone possono essere rese in grado di esistere unite le une con le altre, se non sentiranno più che esse esistono solamente all’ombra dello splendore di altri.

Guidare se stessi senza astuzia è guidare se stessi in una maniera naturale, e riuscire a farlo significa essere in contatto con la natura. Mantenendo la consapevolezza del modo naturale, il saggio diviene consapevole del Tao, e così egli diviene consapevole che proprio questo è il modo in cui i suoi misteri apparentemente insondabili possono essere sperimentati.

D) – TRANQUILLO, MA INCESSANTE.

Quelle cose che sono l’un l’altra in opposizione, non sono benevoli l’una verso l’altra, e possono l’un l’altra trattarsi perfino con disprezzo o malevolenza. Benchè vi siano creature che per natura possono essere in opposizione l’una con l’altra, la natura stessa non è in opposizione verso nulla, perché non vi è nulla a cui essa possa opporsi. La natura agisce senza una intenzione consapevole, e perciò non è né deliberatamente benevola, né sprezzante e né malevola.

A tal riguardo, la Via del Tao è simile al modo di natura. Perciò, il saggio perfino quando agisce in maniera benevola, agisce senza alcun volontario desiderio di essere benevolo. Tramite il suo modo di respirare come un bambino, lui rimane consapevolmente libero dai desideri volontari, e così mantiene la sua tranquillità. Con questo, significa che egli è vuoto di desiderio, e la sua energia non è esaurita mai in lui.

E) – LA MANIFESTAZIONE DEL TAO ATTRAVERSO GLI OPPOSTI-COMPLEMENTARI

Tutte le cose fisiche possiedono certe qualità naturali, come la forma, la misura ed il colore. Siccome il principio universale include tutte le cose, così esso include le loro naturali qualità. Queste qualità naturali, essendo possedute da tutte le cose, sono generali a tutte le cose, ma, per riferirci ad una certa qualità, noi pensiamo ad essa come se è esistente in relazione ad una particolare cosa, e a noi stessi. Perciò, la pensiamo e descriviamo questa qualità a seconda di come si è manifestata tramite una particolare cosa comparata ad un altra. Così, giudichiamo una cosa come grande, comparata con

un’altra cosa che noi pensiamo essere piccola; una persona giovane, ed un’altra vecchia; una appare rumorosa, ed un’altra silenziosa. Ugualmente, noi giudichiamo e compariamo, pensando alla qualità estetica in termini delle sue manifestazioni, ‘bello’ o ‘brutto’; la moralità in termini di buono o cattivo; il possesso in termini di avere o non avere; l’abilità in termini di facilità o difficoltà; la lunghezza in termini di lungo o corto; l’altezza in termini di alto o basso; i suoni in termini di fastidiosi o piacevoli; la luce in termini di luminosità o oscurità.

Benché molte delle manifestazioni che compariamo siano giudicate da noi come opposte una all’altra, esse in realtà non sono in opposizione, ma sono complementari, perché perfino gli estremi non sono nient’altro che gli aspetti o specifici esempi della qualità che li include. Grande e piccolo sono esempi o manifestazioni di misura, giovane e vecchio sono esempi di età, rumore e silenzio sono aspetti del suono, e luminosità ed oscurità sono manifestazioni della luce.

È la natura dell’uomo ordinario che compara e giudica le manifestazioni delle qualità inerenti nelle cose e nelle situazioni, che accadono naturalmente. Non si può dire che fare questo sia sbagliato, ma non dovremmo illuderci credendo con ciò di descrivere la qualità, piuttosto che una manifestazione della qualità. Poichè tutti i giudizi sono comparazioni, un giudizio spesso, se non sempre, è relativo all’individuo che fa quel giudizio, ed anche al periodo in cui esso è fatto. Per il figlio bambino, il padre può essere vecchio, ma quando il figlio raggiungerà la stessa età, è improbabile che lui considererà se stesso vecchio. Per un bambino, il recinto dell’orto è alto, ma quando il bimbo diventa più grande, lo stesso recinto sarà basso. L’adulto nella sua primavera fisica sa che correre dieci miglia è facile in quel momento, ma diverrà più difficile allorchè egli diventa più vecchio, ma diverrà più facile quella pazienza richiesta per camminare.

Il saggio sa che tutti i giudizi qualitativi, come vecchio e giovane, grande e piccolo, facile e difficile, o guida e seguace, sono riferiti più alla persona che fa quel giudizio, come essa si relaziona alla cosa o all’azione descritta. Considerate un saggio ed un uomo ordinario, seduti a tarda sera su una collina, che guardano in giù sulla strada sottostante. Quando l’oscurità è totale, entrambi vedono avvicinarsi la luce di due lanterne, una gialla e l’altra rossa, dondolando dolcemente, insieme con i loro portatori. Dalle posizioni delle due luci, l’uomo ordinario capisce che il portatore della lanterna gialla è davanti al portatore della lanterna rossa. Mentre guarda, poi lui vede la lanterna rossa cambiare livello con quella gialla, e quando esse passano sotto di lui, la lanterna rossa precede la gialla. L’uomo ordinario si chiede perché i due portatori delle lanterne non camminino fianco a fianco. Il saggio, che ha visto ciò che ha visto il suo compagno, pensa che sia giusto che i due viaggiatori facessero ciò che hanno fatto, camminando fianco a fianco di notte, con nessuno che guida e nessuno che segue l’altro.

Il saggio è consapevole che colui che sembra condurre non conduce sempre, e che colui che sembra seguire non segue sempre. Per questo, il saggio spesso sembra né condurre né seguire, e spesso sembra non fare niente, perchè quello che lui fa è naturale, essendo né facile né difficile, né grande o piccolo. Il saggio accetta come naturali quei cambiamenti che naturalmente accadono nella vita, accettandoli come un’opportunità per imparare, realizzando che la conoscenza non è suo possesso.  Poiché sa bene che il credito per imparare è dovuto alla volontà dello studente, egli perciò insegna senza insegnare, ma permette che i suoi studenti osservino la virtù di osservare le qualità naturali,

anzichè solamente comparare e giudicare le loro manifestazioni. Egli lo fa senza cercare credito, e continua senza escogitare che gli sia dato credito o riconoscimento. Grazie a ciò, il suo insegnamento dura per sempre, e lui è mantenuto nella più alta stima.

La persona dotato d’ingegno mantiene l’umiltà e così previene la gelosia. La persona che non si vanta dei suoi possessi previene il furto. Soltanto quelli che hanno l’avidità sono resi perplessi dall’invidia. La persona saggia perciò è soddisfatta con il necessario, ed è libera dall’invidia. Egli non cerca fama e titoli, ma si mantiene forte e flessibile. Minimizza i suoi desideri, e non fa entrare in lui l’astuzia. Così, egli rimane puro nel cuore. Agendo in questa maniera naturale lui mantiene la sua armonia interna.

DAO-DE-JING – Lao Zi

1. L’INCARNAZIONE DEL TAO

Perfino l’insegnamento più eccellente non è il Tao stesso.

Perfino il nome più eccellente è insufficiente per definirlo.

Il Tao può essere sperimentato senza bisogno di parlare,

e può essere conosciuto senza dargli un nome.

Condurre la propria vita secondo il Tao,

è condurre la propria vita senza rammarichi;

per realizzare quel potenziale all’interno di sé,

il quale è di vero beneficio per tutti.

Benchè parole o nomi non siano richiesti per vivere così la propria vita,

per descriverlo, parole e nomi sono usati,

ciò che chiarirebbe meglio il modo di cui parliamo,

senza confonderlo con gli altri modi in cui una persona sceglierebbe di vivere.

Attraverso conoscenza, pensiero intellettuale e parole,

le manifestazioni del Tao sono conosciute,

ma senza una tale intenzione intellettuale,

noi potremmo sperimentare il Tao stesso.

Conoscenza ed esperienza sono reali, ma la realtà ha molte forme,

che sembrano provocare complessità.

Usando i mezzi appropriati, noi ci estendiamo oltre

le barriere di tale complessità, e così sperimentiamo il Tao.

2. LASCIAR ANDARE I PARAGONI

Noi non possiamo conoscere il Tao stesso,

né vedere le sue dirette qualità,

ma soltanto attraverso la differenziazione,

vedere tutto ciò che esso manifesta.

Così, tutto ciò che è visto come bello,

è bello comparato con ciò che è visto privo di bellezza;

un’azione considerata assai specializzata,

è così considerata rispetto ad un’altra che sembra non specializzata.

Ciò che una persona sa di avere, gli è noto

da ciò che lui non ha, e ciò che considera difficile

sembra così a causa di ciò che può facilmente fare.

Una cosa sembra lunga a paragone di una che è breve.

Una cosa è alta poiché un’altra cosa è bassa;

e solo quando il suono cessa si conosce la quiete,

e tutti quelli che sembrano condurre,

sono visti guidare solo perché sono seguiti.

Il saggio, in armonia col Tao, non necessita di alcun paragone,

e quando lui li fa, sa che i paragoni sono giudizi,

in relazione a colui che li fa, ed alla situazione in cui si trova,

ecco perché quel dato giudizio è stato fatto.

Attraverso la sua esperienza, il saggio diviene consapevole

che tutte le cose cambiano, e che colui che sembra condurre,

in un’altra situazione, dovrà seguire.

Perciò lui non fa niente; non guida e né segue.

Ciò che lui fa non è né grande né piccolo;

senza intenzione, né è difficile, né fatto con agio.

Completato il suo compito, egli poi lo lascia andare;

non cercando credito, lui non può essere screditato.

Il suo insegnamento così,dura per sempre,

ed egli allora è tenuto in alta stima.

3. NON CERCARE LA FAMA

Mantenendo la sua umiltà, la persona d’ingegno

che è anche saggia, riduce la rivalità.

La persona che possiede molte cose, ma non si vanta

dei suoi possessi, riduce la tentazione, ed evita il furto.

Quelli che sono gelosi delle abilità o cose possedute da altri,

loro più facilmente sono posseduti da invidia.

Soddisfatto dai suoi pochi averi, il saggio elimina il bisogno di rubare;

Ed essendo uno col Tao, lui rimane libero da invidia,

e non ha nessun bisogno di titoli e gratificazioni.

Essendo flessibile, lui trattiene la sua energia.

Lui minimizza i suoi desideri, e non si addestra

nell’astuzia con subdole parole di encomio.

Non escogitando, lui mantiene l’armonia

con il mondo esterno, e così resta in pace al suo interno.

È per questa ragione, che un’amministrazione

che è interessata al benessere di quelli che serve

non incoraggia la ricerca di status

e titoli, e né incoraggia la rivalità.

Assicurando il necessario per tutti,

aiuta nel ridurre la scontentezza.

Gli amministratori saggi non cercano onori per se stessi,

né agiscono con astuzia verso coloro che servono.

4. L’INSONDABILE TAO

È la natura del Tao che anche se continuamente usato,

è naturalmente pieno, non essendo mai svuotato,

e non essendo mai finito di riempirsi,

è come un calice che sparge sulla terra il suo contenuto.

Non si può dire perciò che il Tao sprechi la sua carica,

ma esso continuamente resta una fonte

di nutrimento per quelli che non sono così pieni di sé,

come di essere incapaci di partecipare di lui.

Quando è temprata oltre il suo naturale stato,

la lama più eccellente perderà il suo taglio.

Anche la spada più temprata e dura,

non ha profitto, se scagliata contro l’acqua,

e si fracasserà se è battuta contro una pietra.

Quando è districata con un taglio netto,

la corda cade a pezzi, e non è di alcuna utilità.

Proprio come lo spadaccino più eccellente

tempera la lama più eccellente con la sua esperienza,

così il saggio, tempera con saggezza l’intelletto.

Con la dovuta pazienza, la corda aggrovigliata

può essere sciolta, e i problemi che sembrano insolubili, risolti.

Con i saggi amministratori, tutto può esistere in unità,

tutti insieme, perché nessuno ha bisogno di sapere che esiste,

solo come l’ombra del suo brillante fratello.

Attraverso la naturale condotta senza voglia di guadagno,

la consapevolezza del Tao può essere mantenuta.

Ecco come i suoi misteri possono essere trovati.

5. SENZA INTENZIONE

La Natura agisce senza intenzione, quindi non si può dire

che agisca con benevolenza, né con malevolenza.

A tal riguardo, anche il Tao è lo stesso, benchè in realtà

si dovrebbe dire che la natura segue la regola del Tao.

Perciò, anche quando sembra agire in maniera benevola,

il saggio non sta agendo con un tale intento,

perchè in queste questioni di coscienza,

egli è indifferente e privo di morale.

Il saggio mantiene la sua tranquillità, e non è disturbato

da discorsi o pensieri, ed anche meno da azioni intenzionali.

Le sue azioni sono spontanee e naturali,

allo stesso modo come i suoi atti verso gli amici suoi.

Ciò significa che egli è privo di desideri,

e la sua energia non è mai esaurita dentro lui.

6. COMPLETAMENTO

La mente meditativa è calma come una protetta fertile valle,

che però mantiene la sua energia.

Poichè sia la calma che l’energia in se stesse, non hanno forma,

non è attraverso i sensi che possono essere trovate,

né comprese dal mero intelletto, anche se, in natura, abbondano entrambe.

Nello stato meditativo, la mente cessa di creare differenze

tra l’esistenza, e ciò che può o non può essere.

Essa le lascia stare in pace, perché esse esistono,

non differenziate, ma come uno, all’interno della mente meditativa.

7. RINFODERARE LA LUCE

Quando, vivendo con il Tao, non è richiesta consapevolezza di sé,

è perchè in questo modo di vivere il sé esiste ed anche non-esiste,

e si è interessati ad esso, non come un’esistenza,

ma neppure come una non-esistenza.

Il saggio non si sforza di cercare il suo ‘sé’,

perchè sa che di esso tutto ciò che può essere trovato,

è ciò che manifesta il suo sentire ed il pensare,

che, fianco a fianco con il sè stesso, non è niente.

È rinfoderando la brillante luce dell’intelletto che il saggio resta unito con il proprio sé,

e cessa di essere consapevole di esso, mettendoselo dietro le spalle.

Essendo distaccato, egli è unificato con tutto il mondo esterno,

essendo senza ‘sé’ egli è completo, e così il suo ‘vero-sé’ è assicurato.

8. LA VIA DELL’ACQUA

Il grande Bene si dice che sia come l’acqua,

che sostiene la vita senza una conscia volontà,

che fluisce naturalmente, offrendo nutrimento,

si trova perfino in luoghi in cui l’uomo non la desidera.

E questa è la stessa Via del Tao.

Come l’acqua, il saggio dimora in un umile luogo;

meditando, senza desideri; riflettendo, egli è profondo,

ed è estremamente gentile nei suoi interessi.

Nel discorso, la sincerità guida l’uomo del Tao,

e, proprio come un leader, egli è giusto.

Negli affari, la vera competenza è il suo scopo,

ed egli assicura che il cammino è corretto.

Poiché non agisce per suoi propri fini, né causa inutili conflitti,

egli è considerato corretto nelle sue azioni verso i suoi amici.

9. SENZA ESTREMI

La tazza è più facile da tenere quando non è piena o straboccante.

La lama è più efficace se non è temprata oltre la sua capacità.

Oro e gioielli sono più facili da proteggere se posseduti in poca quantità.

Colui che cerca titoli e gratificazioni, invita la sua propria caduta.

Il saggio lavora quietamente in silenzio,

senza cercare né lodi né fama;

completando quello che fa con naturale facilità,

e poi ritirandosi. Questa è la Via e la natura del Tao.

10. PULIRE LO SPECCHIO SCURO

Mantenere l’unità è una cosa virtuosa,

perchè il mondo interno del pensiero

è uno (unito) con il mondo esterno

delle azioni e delle cose (i fenomeni).

Il saggio, non separandosi da essi, e respirando come un bimbo che dorme,

mantiene così l’armonia e pulisce lo specchio scuro della sua mente,

così che esso possa riflettere senza intenzione.

Egli guida se stesso senza sforzo, amando la gente, e non interferendo.

Egli coltiva senza possessi, provvedendo così al suo nutrimento,

Rimanendo totalmente ricettivo alle mutevoli necessità,

e agisce senza desiderio, guidando dal di dietro.

compiendo normalmente ciò che deve essere fatto,

E così si dice che lui abbia raggiunto lo stato mistico.

11. L’UTILITÀ DELLA NON-ESISTENZA

Sebbene trenta raggi ed un cerchio possano formare una ruota,

è il buco all’interno del mozzo che fornisce la sua ‘utilità’.

Non è la creta che il vasaio impasta che dà alla pentola la sua utilità,

ma lo spazio all’interno della forma di cui è fatta la pentola.

Nella stanza non si può entrare senza una porta,

e se non ci sono finestre è totalmente scuro.

Ecco dimostrata l’utilità della non-esistenza.

12. LA REPRESSIONE DEI DESIDERI

Attraverso la vista, i colori possono essere visti,

ma se vi è troppo colore, questo può accecarci.

Quando noi impariamo  le tonalità del suono,

il troppo suono potrebbe renderci sordi,

e se nel cibo vi è troppo sapore ciò uccide il gusto.

Quando facciamo la caccia per sport, o per piacere,

la mente diventa facilmente perplessa e confusa.

Colui che raccoglie tesori per se-stesso è più facilmente ansioso.

La persona saggia adempie solo alle sue necessità,

anziché continuare a desiderare le tentazioni sensoriali.

13. IMMOBILE ED IMPASSIBILE

L’uomo ordinario cerca gli onori, non il disonore,

bramando il successo ed aborrendo il fallimento,

egli ama la vita e teme terribilmente la morte.

Il saggio non riconosce queste cose,

e così vive la sua vita alquanto semplicemente.

L’uomo ordinario cerca sempre di essere

al centro del suo multiforme universo;

l’universo del saggio è al suo centro.

Lui ama il mondo, e però rimane impassibile

rispetto alle cose con cui gli altri sono coinvolti.

Lui agisce con umiltà, non si muove e né è smosso,

e quindi può essere affidabile nel curare tutte le cose.

14. SPERIMENTARE IL MISTERO

Il Tao è astratto, e perciò non ha forma,

non è brillante quando sorgere, né scuro quando scende,

non può essere afferrato, e non emette suono.

Senza forma o immagine, senza esistenza,

la forma del senza-forma, è oltre ogni definizione,

e siccome non può essere descritto,

esso è oltre la nostra comprensione.

Non può essere chiamato con nessun nome.

Pur standogli davanti, non ha inizio;

e anche quando lo seguiamo, non ha fine.

Però, qui ed ora, esiste; al presente applicalo,

seguilo bene, e giungerai al suo inizio.

15. LA MANIFESTAZIONE DEL TAO NELL’ UOMO

Il vecchio saggio era profondamente sapiente;

come un uomo ad un guado, era molto attento,

acuto e vigile, percettivo e consapevole.

Non desiderando niente per se stesso,

né desiderando cambiare la sua propria condizione,

le sue azioni erano difficili da capire.

Essendo attento, non aveva nessuna paura del pericolo;

essendo responsabile, non aveva nessun bisogno della paura.

Egli era cortese come un ospite quando è in visita,

e così flessibile come il ghiaccio di primavera.

Non avendo desideri, lui era libero dalla bramosia.

Ricettivo e misterioso, la sua conoscenza era insondabile,

tanto che gli altri pensavano che fosse esitante.

Puro nel cuore, come la giada immacolata,

egli schiariva l’acqua fangosa lasciandola in pace.

Rimanendo calmi ed attivi, il bisogno di rinnovare è ridotto.

16. RITORNARE ALLA RADICE

È solamente  per mezzo dell’essere che il non-essere può essere trovato.

Quando la società cambia il suo naturale stato di fluire,

arrivando a quello che sembra una specie di caos,

il mondo interiore dell’uomo superiore resta tranquillo ed in pace.

E pur rimanendo immobile, col suo sé ben distaccato,

egli aiuta la società a ritornare al modo di natura e di pace.

Il valore della sua intuizione può essere chiaramente visto

quando poi il caos alla fine cessa.

Per essere con il Tao, si deve essere nello stato di pace,

e l’essere in conflitto con esso, porta al caos e disfunzione.

Quando la consistenza del Tao è conosciuta,

la mente è ricettiva ai suoi stati di cambiamento.

E quando si è uniti con il Tao, il saggio non ha pregiudizi

verso nessuno, e così egli è accettato come un leader,

ed inoltre dagli uomini è tenuto in alta stima.

Nella sua vita, sia essendo che non-essendo, il Tao lo protegge.

17. COMANDO PER ECCEZIONE

Gli uomini non possono comprendere l’infinito;

sapendo solamente che il meglio esiste,

il secondo migliore è visto e lodato,

ed il successivo, disprezzato e temuto.

Il saggio non si aspetta che gli altri

usino il suo criterio come loro proprio.

L’esistenza di quell’insegnante che è un saggio

è a malapena conosciuto da quelli che lui guida.

Egli agisce senza fare discorsi non necessarii,

così che le persone dicono, “Avviene col suo stesso accordo”.

18. IL DECADIMENTO DELLA MORALE

Quando il modo del Tao è stato dimenticato,

gentilezza ed etica hanno bisogno di essere insegnate;

e l’uomo impara a fingere di essere saggio e buono.

In tutte le vite degli uomini, troppo spesso,

tanto la pietà filiale che la devozione,

sorgono soltanto dopo conflitti e lotte,

proprio come troppo spesso appaiono ministri leali,

soltanto dopo che il popolo è stato oppresso.

19. RITORNARE ALLA NATURALEZZA

È meglio vivere la propria vita semplicemente,

realizzando il proprio potenziale,

piuttosto che desiderare la santificazione.

Colui che vive con pietà filiale ed amore,

non ha nessun bisogno dell’insegnamento etico.

Quando si è rinunciato ad astuzia e profitto,

sia il rubare che il far frodi scompariranno.

Ma etica e gentilezza, e perfino la saggezza,

potranno essere in se-stesse insufficienti.

Meglio di gran lunga vedere la semplicità

della bellezza della nuda seta e del legno scolpito;

essere uno con se stessi, e col proprio fratello.

È di gran lunga meglio essere uno con il Tao,

sviluppare l’abnegazione, temprare il desiderio,

rimuovere le voglie, ma essere compassionevoli.

20. ESSERE DIVERSI DALL’UOMO ‘ORDINARIO’

Il saggio spesso è invidiato perché gli altri non sanno,

che anche se lui è nutrito dal Tao, anche lui è mortale come loro.

Colui che cerca la saggezza è ben consigliato

di abbandonare i modi accademici, e porre fine agli sforzi.

Allora egli imparerà che il sì e il no, sono solo una distinzione.

E’ un vantaggio del saggio il suo non temere ciò che altri temono,

ma è un vantaggio degli altri che essi possono godere la festa,

o possono andar camminando, liberi da ogni ostacolo,

attraverso il terrazzato parco durante la primavera.

Il saggio si muove dolcemente come una nube,

non avendo uno specifico luogo in cui fermarsi.

Come un neonato bebè prima ancora che sorrida,

Egli non cerca di comunicare. Agli occhi di quelli

che hanno molto più di quanto hanno bisogno,

il saggio non ha niente, ed è null’altro che uno sciocco,

il quale apprezza solamente ciò che dal Tao è nato.

Il saggio a volte può sembrare perplesso o confuso,

non essendo brillante né chiaro, e lui stesso appare

talvolta ottuso e debole, confuso e timido.

Ma, come l’oceano di notte, egli è sereno e quieto,

ma però penetrante come il vento dell’ inverno.

21. TROVARE L’ESSENZA DEL TAO

Seguire il Tao è la più grande virtù;

E come si realizza?! senza sforzarsi.

L’essenza del Tao è oscura e misteriosa,

non avendo, in se-stessa, né immagine né forma.

Eppure, attraverso il suo non-essere,

sono trovate immagine e forma.

L’essenza del Tao è profonda ed insondabile,

eppure può essere conosciuta non cercando di sapere.

22. CERCARE DI MANTENERE L’INTEGRITÀ

Agire, e però mantenere l’integrità.

Curvarsi, e però rimanere diritti;

essere vuoti, significa essere pieni.

Quelli che hanno poco, hanno molto da guadagnare,

ma quelli che hanno molto possono essere confusi dai possessi.

L’uomo saggio abbraccia ciò che include il tutto;

egli è inconsapevole di ‘sé’, e così ha luminosità;

non difendendo se-stesso, lui guadagna distinzione;

non cercando la fama, lui riceve riconoscimento;

non facendo falsi proclami, lui non vacilla;

e non essendo litigioso, non è in conflitto con nessuno.

Ecco perché dagli antichi saggi è stato detto,

“Cerca di mantenere l’integrità; sii integro ed avrai tutte le cose!”

23. ACCETTARE L’IRREVOCABILE

Il modo della natura è di parlare poco;

con la svolta della marea, i venti forti sono resi calmi,

e raramente essi durano per tutto il giorno,

e né ogni giorno  vi è la fastidiosa pioggia.

Perciò, quando parli, ricordati anche di essere silenzioso e calmo.

Colui che segue il modo naturale è sempre uno con il Tao.

Colui che è virtuoso può sperimentare la virtù,

mentre colui che perde il modo naturale è facilmente perso.

Colui che è uno con il Tao è anche uno con la natura,

e la virtù esiste sempre per colui che ha in sé la virtù.

Accettare l’irrevocabile significa lasciar andare il desiderio.

E colui che non ha fiducia negli altri,

non dovrebbe egli stesso essere creduto.

24. ECCESSO

Colui che va oltre la sua naturale misura,

non resta fermamente coi piedi sulla terra;

proprio come colui che viaggia sempre

ad una velocità superiore ai suoi mezzi,

non potrà a lungo mantenere quel ritmo.

Colui che si vanta, non è un illuminato,

e colui che è ipocrita non ottiene rispetto

da parte di quelli che sono meritevoli;

quindi, egli non guadagna niente,

ed anzi, precipiterà nella cattiva fama.

Non facendo nessun sforzo, ma anzi,

vantandosi e palesando solo l’ipocrisia,

chi fa questo, mostra inutili caratteristiche,

il saggio considera eccessi, queste cose,

e non ha alcun bisogno di manifestarle.

25. IL PRINCIPIO CREATIVO DEL TAO

Il principio creativo unifica il mondo interno ed esterno.

Esso non dipende né dal tempo e né dallo spazio,

ed è sempre immobile e calmo benchè sia in moto;

e con ciò, esso crea tutte le cose, perciò è chiamato

‘L’Assoluto Creativo’; ed il suo flusso si estende all’infinito.

Noi descriviamo il Tao come ciò che è ‘grande’;

noi descriviamo l’universo come ciò che è ‘grande’;

ed anche la natura, la descriviamo come ‘grande’,

ma perfino lo stesso ‘uomo’ è grande.

Le leggi dell’uomo dovrebbero seguire le leggi naturali,

proprio come la natura, che dà origine alle leggi fisiche,

mentre segue la legge universale, la quale segue il Tao.

26. CENTRALITA’

Il modo naturale è il modo del saggio,

il quale serve ed è usato come sua dimora,

e genera il suo profondo centro interiore,

sia quando è nella sua casa che viaggiando.

Il saggio, anche quando viaggia lontano,

non è mai separato dalla sua vera natura.

Mantenendosi consapevole della naturale bellezza,

egli tuttavia non dimentica il suo scopo.

Anche se lui dimorasse in un grande fattoria,

la semplicità rimane la sua guida, in quanto

egli è totalmente consapevole che perdendola,

le sue radici scomparirebbero. Perciò egli è attivo,

proprio perché lui non perda il modo naturale.

Similmente, il maestro leader delle persone

non è mai frivolo nel suo ruolo, né inquieto,

perchè queste cose potrebbero causare

la perdita delle radici del suo comando.

27. SEGUIRE IL TAO

Il saggio segue sempre il modo naturale,

facendo tutto ciò che da lui è richiesto.

Come un esperto marciatore, lui non lascia tracce;

come un buon oratore, il suo discorso è fluente;

Non fa errori, e quindi non ha bisogno di etichette;

come una buona porta, non ha bisogno di serrature,

egli è aperto, quando ciò gli viene richiesto,

e rimane ben chiuso tutte le altre volte;

come una buona dogana, lui è sicuro, senza bisogno di confini.

Sapendo che la virtù può aumentare con l’esempio,

questo è l’ottimo modo in cui il saggio insegna,

non abbandonando quelli che si fermano ad ascoltare.

In modo tale che, grazie all’esperienza del saggio,

tutti potranno imparare, e così ne potranno guadagnare.

Vi è un duplice mutuo rispetto tra maestro e discepolo,

perchè, senza rispetto, vi sarebbe soltanto confusione.

28. MANTENERE L’INTEGRITÀ

Mentre si sviluppa la creatività,

bisogna coltivare anche la ricettività.

Si mantenga la mente come quella di un bimbo,

che fluisce come l’acqua in movimento.

Quando si considera una qualunque cosa,

non si perda di vista il suo opposto.

Quando si pensa a tutto ciò che è limitato,

non si dimentichi ma l’infinita totalità;

Si agisca con onore, e si mantenga l’umiltà.

Agendo secondo il modo del Tao,

si dà agli altri un ottimo esempio.

Mantenendo l’integrità del mondo interno ed esterno,

il vero ‘sé’ è mantenuto, ed il mondo interno reso fertile.

29. NON PARTECIPARE ALL’ AZIONE

Il mondo esterno è fragile, e colui che ci si immischia,

rischia, col suo modo naturale, di provocarsi danno.

Colui che cerca di afferrarcisi, con ciò lo perde.

Poiché le cose cambiano, in modo naturale,

essendo qualche volta avanti, e qualche volta dietro.

C’è un tempo in cui perfino respirare può essere difficile,

mentre il suo stato naturale è sempre così facile.

Qualche volta uno è forte, e qualche volta debole,

qualche volta sano, e qualche volta ammalato,

qualche volta sta davanti, ed altre volte sta dietro.

Il saggio non tenta di cambiare il mondo con la forza,

perché egli sa che la forza dà luogo ad altra forza.

Egli evita estremi ed eccessi, e non è mai compiacente.

30. UN AMMONIMENTO CONTRO LA VIOLENZA

Quando si vive nel modo del Tao, si elimini l’uso della forza,

perchè essa causa la resistenza, e la perdita di forza,

così mostrando che il Tao non è stato seguito bene.

Si realizzino i risultati ma non attraverso la violenza,

perché essa è contraria al vero modo naturale,

e danneggia sia il proprio vero sé, che quello degli altri’.

In seguito ad una grande guerra, il raccolto è distrutto,

e le erbacce crescono nei campi, per colpa degli eserciti.

Il saggio leader realizza risultati, ma non si vanta di  essi;

non è orgoglioso delle sue vittorie, e non si gloria di esse.

Egli sa che, vantarsene, non è il vero modo naturale,

e che colui che va contro la Via, fallirà nel suo tentativo.

31. MANTENERE LA  PACE

Le  armi di guerra sono strumenti di paura,

e sono aborrite da tutti quelli che seguono il Tao.

Il leader che segue il modo naturale, non le sopporti.

Un re guerriero si rivolge spesso alla sua destra,

da cui proviene il ‘consiglio’ dei suoi generali;

ma il re pacifico guarda alla sua sinistra,

dove invece siede il suo consigliere di pace.

Quando guarda alla sua sinistra, è un tempo di pace,

e quando alla destra, un tempo per il dolore.

Le armi di guerra sono strumenti di paura,

e non sono appoggiate nè favorite dal saggio,

che le usano solo quando non c’è alcuna alternativa,

perché la pace e la calma sono care ai loro cuori,

e la loro vittoria non gli provoca nessuna allegria.

Allietarsi nella vittoria è dilettarsi nell’uccidere;

dilettarsi nell’uccidere è non avere l’essere nel ‘sé’.

La condotta della guerra è quella di un funerale;

quando sono uccise le persone, è tempo di piangere.

Ecco perché anche la battaglia vittoriosa si dovrebbe guardare senza allietarsi.

32. SE IL TAO FOSSE OSSERVATO

Il Tao è eterno, ma non ne ha la notorietà;

come il marmo non-scolpito, il suo valore sembra piccolo,

sebbene il suo valore per l’uomo è oltre ogni misura.

Se fosse definibile, allora potrebbe essere usato

per risolvere i conflitti, e per insegnare il modo del Tao;

tutti gli uomini dimorerebbero nella pace del Tao;

e dolce rugiada discenderebbe a nutrire la terra.

Quando il Tao è diviso, si ha bisogno dei nomi, perchè,

come il marmo scolpito, le sue parti sono viste dopo.

Fermandosi in tempo dai tormenti e contrasti,

ogni conflitto è sconfitto, e il pericolo eliminato.

Le persone allora cercheranno la saggezza del Tao,

proprio come tutti i fiumi fluiscono verso il grande mare.

33. NIENTE FORZA: NIENTE PERICOLI

Sovente la conoscenza deriva dal conoscere gli altri,

ma l’uomo che è svegliato, ha visto il marmo da scolpire.

Gli altri potrebbero essere dominati con la forza,

ma dominare il proprio ‘sé’ richiede conoscenza del Tao.

Colui che possiede molte cose materiali, può essere detto ricco,

ma colui che sa di avere il necessario per vivere, è uno con il Tao,

e può averne abbastanza di cose materiali, perché ha il suo vero ‘Sé.

Il potere della Volontà può portare alla perseveranza;

ma avere tranquillità è meglio, essendo protetto per tutta la vita.

Colui le cui idee rimangono nel mondo, è presente in ogni tempo.

34. SENZA SFORZO

Tutte le cose, senza esclusione, possono agire secondo il modo naturale,

che adempie al suo scopo, silenziosamente e senza pretese.

Pur se è un aspetto dell’ordine naturale, e padrone di nessuna cosa,

esso resta però la fonte del loro stesso nutrimento.

Non può essere visto; non ha la minima intenzione,

ma tutte le cose naturali fanno affidamento sulla sua presenza.

Quando tutte le cose ritornano a lui, esso non le asservisce,

quindi, del tutto non-manifestato, la sua grandezza prevale.

Modellando se stesso a misura del Tao, colui che è saggio,

non si sforza, ma è contento con ciò che lui realizza.

35. L’OSTE BENEVOLO

L’uomo saggio agisce tutt’uno con il Tao,

perché egli sa che è qui che la pace è trovata.

È per questa ragione che lui è così ricercato.

Mentre gli ospiti godono di buona musica e cibo,

che sono approvvigionati da un oste benevolo,

una descrizione del Tao sembra essere senza-forma,

perchè non può essere sentito e non può essere visto.

Ma quando la musica e il buon cibo sono tutti finiti,

ecco che il gusto del Tao ancora rimane.

36. SUPERAMENTO

È grazie al Tao, che le cose che si espandono si restringano anche;

e che colui che è forte, a volte potrà essere debole,

che colui che prima è elevato sarà poi gettato giù,

e che tutti gli uomini hanno un bisogno di dare,

ma anche e soprattutto un bisogno di ricevere.

Il pesce più grande si trova nello stagno profondo,

le armi peggiori di un paese dovrebbe essere tenute sigillate.

E ciò che è molle e flessibile, può superare il duro e forte.

37. L’ESERCIZIO DEL COMANDO

Il modo della natura non è mai sforzato,

però nulla di ciò che è richiesto non è fatto.

Il leader saggio lo sa osservando la Natura,

e sostituisce il desiderio con la non-passione,

salvando così quell’energia, altrimenti esausta,

che non deve mai essere sprecata.

Il leader saggio sa che le sue azioni

devono essere senza l’uso di energia forzata.

Tuttavia, lui sa che il più è richiesto,

perché sa anche che lui deve agire

senza l’intenzione di non avere intenzione.

Agire senza deliberata intenzione è agire senza sforzo,

è il modo di natura, e così è il modo del Tao.

38. LE PREOCCUPAZIONI DEL GRANDE

Un uomo veramente buono non sa dei buoni atti che lui compie.

Al contrario, un uomo sciocco cerca continuamente di essere buono.

Un buon uomo sembra fare poco o niente, eppure lui non lascia niente non fatto.

Un uomo sciocco deve sforzarsi sempre, mentre però lascia molte cose non fatte.

L’uomo che è veramente saggio e gentile non lascia nulla di intentato,

ma colui che agisce solamente secondo le leggi della sua nazione

lascia purtroppo molte cose da fare, che non sono affatto fatte bene.

Uno che crede nell’utilità d’una severa disciplina e che vuole fare qualcosa

Si arrotola le sue maniche, ma rafforza tutto questo con la violenza.

Forse la bontà rimane ancora, anche quando il modo naturale è perso,

e la gentilezza ancora esiste anche quando la bontà ha dimenticato.

E forse la giustizia rimane anche quando le persone non sono più gentili,

e pure quando tutto questo è perso, quel tipo di rituale ancora rimane.

Tuttavia, il rituale può essere compiuto solamente come un atto di fede,

e può essere l’inizio di confusione, perché perfino la divinazione e cose così,

non è altro che la trappola fiorita del Tao, ed è l’inizio della grande follia.

Colui che è veramente grande, non si ferma solo alle cose superficiali,

ma egli veramente va verso tutto ciò che sta più sotto, in profondità.

Si dice che la sua preoccupazione sia piuttosto il frutto, che non il fiore.

Ognuno deve decidere su ciò che dovrebbe cercare, la trappola fiorita,

che viene prima, nel pieno dell’estate, o il frutto sotto la quale esso sta.

39. SUFFICIENZA E QUIETE

Fin dal principio, ciò che è chiamato il Tao, il cielo, la terra, e la creatività,

sono una cosa sola, il cielo è chiaro, la terra è stabile, e lo spirito del mondo interno è pieno.

Quando il governatore del paese è integro, la nazione è forte, e vive anche bene,

e le persone hanno sufficienti mezzi per soddisfare le loro necessità terrene.

Invece, quando il cielo di giorno è scuro e coperto come se fosse notte,

tutta la nazione ed il suo popolo soffriranno certamente molto.

La stabilità della rugiada riempie e nutre la terra che gli dà la sua vita;

l’energia del mondo interno previene il suo divenire esaurita di forza;

e la sua pienezza gli impedisce di diventare prima o poi asciutta.

La crescita continua di tutte le cose previene il loro stesso morire.

L’opera di colui che governa dovrebbe assicurare la prosperità del popolo.

Quindi è detto, “L’umiltà è la radice della grande nobiltà; il minimo forma la base

per il grande; ed i principi considerano se stessi come se fossero di poco valore.”

Ognuno dipende perciò dall’umiltà; avere troppo successo non è di alcun vantaggio,

quindi, non suonare le campane a festa, e non sbattere le tue campane di pietra.

40. ESSERE E NON ESSERE

Il movimento della natura è ciclico, e prima o poi ritorna.

Il suo modo è produrre, perchè produrre è il divenire.

Tutte le cose sono nate per essere; e l’essere è nato dal non-essere.

41. L’IDENTITÀ E LA DIFFERENZA

Sentendo parlare del Tao, il saggio studente pratica con diligenza;

lo studente medio fa attenzione alla sua pratica soltanto quando

la sua memoria glielo ricorda, mentre lo studente sciocco se la ride;

Ma noi faremmo bene a ricordare che, senza una improvvisa risata,

non ci sarebbe affatto un cosiddetto ‘modo naturale’.

Quindi, è detto, ‘C’è un tempo in cui perfino la luminosità sembra fioca;

in cui il progresso sembra regressione ed il facile sembra molto difficile,

c’è un tempo in cui la virtù sembra vuota, inadeguata e assai fragile;

in cui perfino la purezza sembra macchiata; ed in cui la realtà sembra irreale,

un cerchio sembra avere angoli ed il più grande talento non è di alcun profitto;

e quando anche la nota più alta non può essere sentita;

quando le forme sembrano senza-forma e il modo di natura non è in vista.”

Eppure, anche in tali periodi come questi, il naturale modo ancora nutre,

e riesce a permettere che tutte le cose possono essere adempiute.

42. LE TRASFORMAZIONI DEL TAO

Il Tao esisteva prima ancora del suo nome,

e dal suo nome, gli opposti si sono evoluti,

dando origine a tre divisioni, e poi a moltissimi nomi.

Queste cose si abbracciano l’un l’altra in modo ricettivo,

realizzando l’armonia interna che, dalla loro unione,

permette di creare il mondo interiore dell’uomo.

Nessun uomo desidera essere visto come indegno

agli occhi degli altri, ma un leader che è saggio

descrive se stesso proprio in questo modo,

perché egli sa che perdendo uno può vincere,

mentre può perdere se cerca di vincere,

e che un uomo violento non morrà di morte naturale.

43. UNO CON IL TAO

Soltanto il morbido supera il duro, poiché cedendo, lo riporta in pace.

Perfino dove non c’è spazio, ciò che non ha sostanza vi entra.

Attraverso queste cose è mostrato il valore del modo naturale.

L’uomo saggio lo comprende pienamente e bene,

che l’insegnamento senza-parole prenderà piede,

e che dovrebbe fare azioni senza desiderare l’auto-avanzamento.

44. SUFFICIENZA

Un uomo contento sa di essere più prezioso della fama,

e così se ne rimane oscuramente nascosto.

Colui che è più attaccato alla ricchezza che a se stesso,

patisce la perdita ancor più pesantemente.

Colui che sa quando fermarsi, anche se perdesse,

sa di rimanere sempre in perfetta sicurezza.

45. CAMBIAMENTI

In retrospettiva, anche quelle abili realizzazioni,

che sembravano perfette quando furono compiute,

possono sembrare ora imperfette e incomplete,

ma questo non significa che tali realizzazioni

siano sopravvissute al loro essere utilizzate.

Ciò che una volta sembrava pieno, in seguito può sembrare vuoto,

però potrebbe essere ancora inesaurito.

E pure ciò che una volta sembrava dritto,

quando è visto di nuovo può sembrare storto.

l’intelligenza può sembrare stupida, e l’eloquenza sembrare goffa;

il movimento può produrre freddo, e l’immobilità creare caldo,

ma l’immobilità nel movimento è proprio il modo del Tao.

46. MODERARE IL DESIDERIO E L’AMBIZIONE

Quando è osservato il modo naturale,

tutte le cose adempiono alla loro funzione;

i cavalli che trainano carri, e che tirano l’aratro.

Ma quando il modo naturale non è osservato,

i cavalli sono utilizzati per battaglie e per la guerra.

Desiderio e voglia causano scontentezza, mentre

colui che sa abbastanza, più facilmente ha ciò che richiede.

47. SCOPRIRE CIO’ CHE E’ DISTANTE

Il Tao può essere conosciuto ed osservato senza bisogno di viaggiare;

la Via del Cielo potrebbe essere ben vista senza guardare attraverso la finestra.

Più uno viaggia, e meno sa. Quindi, senza guardare, il saggio vede tutto,

e lavorando senza pensare a se stesso, egli scopre l’interezza del Tao.

48. DIMENTICARE LA CONOSCENZA

Quando si intraprende la conoscenza, qualcosa di nuovo è acquisito ogni giorno.

Ma quando si intraprende il modo del Tao, qualcosa invece è sottratta;

occorre sforzarsi di meno, fino a quando non vi sarà più sforzo.

Quando lo sforzo è senza-sforzo, non è lasciato nulla di intentato;

ed è il modo di natura che governa, permettendo così alle cose

di avere il loro corso naturale, senza voler sforzarsi di cambiarlo.

49. LA VIRTÙ DELLA RICETTIVITÀ

Il saggio non è attento per se-stesso, ma è ricettivo alle necessità altrui.

Sapendo che la virtù richiede grande fede, egli ha quella fede, ed è buono con tutti;

senza riguardo per le azioni degli altri, li tratta secondo le loro necessità.

Egli ha l’umiltà ed è modesto, così confondendo gli altri uomini.

Essi lo vedono come se fosse un bambino, e talvolta ascoltano le sue parole.

50. IL VALORE DATO ALLA VITA

Guardando le persone, potremmo vedere che nello spazio tra nascita e morte,

un terzo di esse prosegue la vita, ed un terzo anticipa la morte,

e quelli che semplicemente passano dalla nascita alla morte,

sono ancora un terzo di tutti quelli che noi possiamo vedere.

Colui che vive nel modo del Tao, senza paura va in mezzo a bestie feroci,

e non sarà mai ferito in una rissa, perché lui non offre resistenza.

L’universo è il centro del suo mondo, e quindi nel mondo interiore

di colui che vive all’interno del Tao, non c’è luogo in cui la morte può entrare.

51. IL NUTRIMENTO DEL TAO

Tutte le cose fisiche sorgono dal principio assoluto; il principio che è il modo naturale.

Tutte le cose viventi sono formate dall’essere, e plasmate dal loro ambiente,

e crescono se sono ben nutrite dalla virtù; come l’essere dal non-essere.

Tutte le cose naturali rispettano il Tao, dando onore alla sua virtù,

anche se il Tao non se lo aspetta, e né cerca onore o rispetto.

La virtù del modo  naturale è che tutte le cose sono nate da esso;

esso le nutre e le conforta; le sviluppa, le ripara e ha cura per esse,

proteggendole inoltre da ogni tipo di danno.

Il Tao crea, non pretendendo alcun credito, e guida senza interferire.

52. RITORNARE ALLA FONTE

La virtù del Tao governa il suo modo naturale.

Così, colui che è uno con esso, è uno con tutto ciò che vive,

ed ha la libertà dalla paura della morte.

Il vantarsi, ed il correre di qua e di là,

distrugge il godimento di una pace piena di vita.

La vita è di gran lunga adempiuta, per colui che non ha desideri,

perché colui che non ha desiderio, non ha nessun bisogno di vantarsi.

Imparate a vedere l’insignificante e il piccolo,

mentre cresce in saggezza e sviluppa l’intuizione,

e ciò che è irrevocabile, non tenta di lottare,

e così quel saggio sarà salvato dal danno.

53. TESTIMONIANZA

Quando sorge la tentazione di abbandonare il Tao,

abbandona la tentazione, e rimani con il Tao.

Quando la corte reale ha abbondanza di ornamenti,

i campi sono pieni di erbacce, ed i granai sono vuoti.

Non è il modo di natura di portare una spada con sè,

e nemmeno di adornare se stessi a profusione,

né di avere più che un sufficiente buon cibo e bevande.

Colui che ha più possessi di quanti egli ne possa usare,

spoglia qualcun altro che potrebbe invece usarli bene.

54. COLTIVARE L’INTUIZIONE

Ciò che è fermamente radicato, non è facilmente estirpabile dal terreno;

proprio come ciò che è fermamente afferrato, non scivola facilmente dalla mano.

La virtù del Tao è vera e reale, se è ben coltivato in sé stessi;

quando c’è amore in famiglia, esso abbonda e crescerà;

quando è sparso nel paese, sarà abbondante nella nazione.

Quando è universalmente vero, la virtù è in tutte le persone.

Tutte le cose sono microcosmi del Tao; il mondo un microcosmo-universo,

la nazione un microcosmo del mondo, il paese un microcosmo-nazione;

la famiglia, un paese nella visione microcosmica,

ed il corpo un microcosmo della propria famiglia;

Il Tao è la realtà dalla singola cellula alla galassia.

55. VIRTÙ MISTERIOSA

Colui che ha la virtù è come un bimbo neonato,

libero da attaccamento da quelli che lo nutrono

nel modo naturale, il modo del Tao.

Le ossa del neonato sono fragili e morbide,

i suoi muscoli flessibili, ma la sua presa è ferma;

egli è integro, pur non sapendo di esser nato

con il naturale modo creativo e ricettivo.

Il modo di natura è insito nel bambino,

così perfino quando lui ogni giorno strilla,

la sua gola non diventa mai rauca o asciutta.

Dalla costanza, si sviluppa l’armonia,

e dall’armonia, scaturisce l’illuminazione.

Non è affatto saggio venir fuori da qui a là.

Trattenere il proprio respiro causa lo sforzo del corpo;

e quando si usa troppa energia ne consegue esaurimento,

per questo, esso non è il modo naturale.

Colui che è in opposizione al Tao non vivrà i suoi naturali anni.

56. PASSIVITÀ VIRTUOSA

Quelli che conoscono il modo naturale non hanno nessun bisogno di vantarsi,

mentre più di frequente vengono ascoltati solo quelli che ne sanno ben poco;

perciò, il vero saggio non dice nulla.

Non esigendo di essere stimolato, egli tempra bene la sua acutezza,

fa diventare facile tutto ciò che è complesso,

nascondendo il suo proprio splendore, apparentemente ottuso;

egli si mantiene nascosto, pur essendo in unione con tutte le cose naturali.

Colui che ha raggiunto l’illuminazione (senza sforzarsi di volerlo fare),

non è interessato a farsi gli amici, e neppure a farsi i nemici;

con il buono e con il cattivo, con l’encomio o con il biasimo.

Una tale forma di distacco è lo stato più alto di un uomo.

57. SEMPLIFICAZIONE

Le persone devono essere governate con la giustizia naturale,

e se è intrapresa guerra, si devono usare strategia e tattiche.

Ma per governare il proprio ‘sé’, uno deve agire senza inganno.

Maggiore è il numero di leggi e restrizioni, più povere son le persone che ivi abitano.

Più raffinate le armi di battaglia e guerre, maggiori sono i danni per la Terra.

Maggiore l’astuzia con cui si domina la gente, e più strane son le cose che accadono nel paese.

Più dure le leggi e le regolamentazioni, maggiore sarà il numero di quelli che ruberanno.

Perciò, il governante saggio non si sforza di escogitare le riforme,

ma insegna alle persone la pace della mente, affinchè esse possano godere la vita.

Non avendo desideri, tutto ciò che egli fa è il modo naturale.

E poiché insegna l’autosufficienza, le persone che lo seguono ritornano alla retta vita.

58. TRASFORMARSI SECONDO LE CIRCOSTANZE

Quando la mano del governante è lieve, le persone non soffrono,

ma quando il paese è governato severamente, lea gente diventa più astuta.

Le azioni del saggio governante sono acute, ma non sono mai taglienti,

esse sono aguzze, sebbene non cerchino mai di forare nulla,

sono dirette, non affettate, e non senza una certa limitazione,

brillanti, ma non accecanti. Questa è l’azione del saggio,

perché egli è consapevole che, là dove esiste la felicità,

ci sono anche il disagio, la sofferenza ed il conflitto;

e che dove può essere trovata l’onestà, vi è occasione per la disonestà,

ed inoltre è anche consapevole che gli uomini possono essere ingannati.

Il saggio sa che nessuno può indovinare ciò che può riservare il futuro.

59. LA PROTEZIONE DEL TAO

Agendo senza alcun pensiero di auto-avanzamento, ma con riserbo,

è possibile esser di guida e sinceramente prendersi cura degli altri.

Questo accade agendo virtuosamente, e non lasciando niente di intentato.

Una solida base virtuosa, che sia ben radicata nella ricettività,

è l’indispensabile requisito di un buon governo, e per una lunga e forte vita.

Colui che possiede una illimitata virtù è molto adatto per essere una guida.

Le sue radici sono profonde, e la sua vita è costantemente protetta

dalla sua pratica meditativa, così come la corteccia protegge l’albero.

60. GOVERNARE

Per governare un paese, uno deve agire con cura,

come quando si frigge un pesce più piccolo degli altri.

Se si producono azioni, e le si esegue nel modo naturale,

il potere del male è ridotto, e così governante e governati

saranno sempre ugualmente ben protetti.

Loro non cercheranno di danneggiarsi l’un l’altro,

perchè la virtù del primo ravviverà quella degli altri.

61.  UMILTÀ

Un grande paese rimane ricettivo e stabile, come fa una terra fertile e ricca.

La gentilezza supera la forza, con la calma perfetta e la ricettività.

Dando spazio ad un altro, un paese può conquistarne un altro;

un paese più piccolo può sottometterne uno più grande,

e alla fine può conquistarlo, perfino senza mai usare le armi.

Quelli che conquistano, devono essere disposti a nutrire gli altri;

perché sostenere, può essere meglio che conquistare.

Una nazione fertile può richiedere una maggiore popolazione,

per poter usare al meglio tutte le sue risorse,

mentre un paese senza una simile prosperità naturale

può richiedere di soddisfare le necessità della sua gente.

Agendo insieme in unità, ognuno può realizzare ciò che richiede.

62. CONDIVIDERE IL TESORO

La fonte di tutte le cose è nel Tao.

Esso è un tesoro per i buoni, ed un rifugio per tutti coloro che hanno bisogno.

Mentre gli encomi possono comprare i titoli,

le buone azioni ottengono rispetto. Nessun uomo

dovrebbe essere abbandonato per il fatto di non aver trovato il Tao.

Nelle occasioni di lieto auspicio, quando dovrai spedire dei regali,

piuttosto che spedire cavalli o gioielli, invia l’insegnamento del Tao.

Quando noi prima scopriamo il modo naturale, siamo felici di sapere

che i nostri misfatti appartengono al passato, in cui essi si trovano,

e così siamo ben felici di realizzare di aver trovato un tesoro.

63. COMINCIARE E COMPLETARE

Agisci senza inganni; lavora naturalmente, assapora il senza-gusto;

ingrandisci ciò che è piccolo; fai aumentare ciò che è poco,

e ricompensa ciò che è amaro, prendendotene cura.

Cerca il semplice nel complesso, e realizza la grandezza nelle piccole cose.

È il modo di natura, che anche le cose più difficili sono fatte facilmente,

e che le grandi azioni sono prodotte partendo dai più piccoli atti.

Il saggio realizza la grandezza, dal moltiplicare le più piccole azioni.

Promesse facilmente fatte, sono più ancor facilmente rotte,

ed agendo con insufficiente cura si causa il guaio susseguente.

Il saggio affronta i problemi appena sorgono, e così essi non lo agitano.

64. STARE CON IL MISTERO

Se una persona sa accettare e trattare con i problemi prima che essi sorgano,

si potrebbero prevenire, perfino prima che essi producano la confusione,

E così la pace può essere mantenuta.

Ciò che è fragile si rompe facilmente, e ciò che è piccolo è facilmente perso.

I più grandi alberi crescono dai ben più piccoli germogli;

un giardino nasce da un pò di terreno ed un viaggio di mille miglia

pur se lungo, comincia proprio iniziando a muovere i primi passi.

Colui che escogita, manca il suo scopo; e colui che vuole afferrare, perde.

Il saggio non escogita di voler vincere, e perciò non viene mai sconfitto;

e siccome non si afferra a niente, egli perciò non può mai perdere.

È facile fallire anche quando ci si avvicina al completamento,

perciò, rimani sempre attento fino alla fine, e non solo all’inizio.

Il saggio cerca la libertà dal desiderio, non attaccandosi alle idee.

Egli riporta gli uomini indietro quando si sono persi, e li aiuta a trovare il Tao.

65. GOVERNARE VIRTUOSAMENTE

Sapendo che è contrario al Tao cercare di rinforzare la cultura,

gli antichi saggi non si sforzarono di insegnare il modo del Tao.

Ci sono due modi di governare. Uno è di essere furbi, agire con astuzia

escogitando di ingannare le persone. Quando c’è l’uso di governare così,

le persone crescono in astuzia, ed escogitano di ingannare il governo.

Il secondo modo di governare il paese è di farlo cercando di non ingannare.

La gente governata così è davvero benedetta, perché è governata con virtù,

e il governo virtuoso è equanime con tutti, così portando tutti all’unità.

66. GUIDARE DA DIETRO

Il mare è il governatore di fiumi e ruscelli, perché li regola bene da sotto.

L’insegnante guida meglio i suoi studenti, se permette loro di condurre.

Quando il governante è un saggio, le persone non si sentono oppresse;

esse sostengono colui che le governa bene, e non sono mai stanche di lui.

Colui che è non-competitivo, stimola a non essere in competizione.

67.  I TRE PREZIOSI ATTRIBUTI

Quelli che seguono il modo naturale sono diversi dagli altri in tre aspetti.

Essi hanno grande misericordia ed economia, ed il coraggio per non competere.

Dalla misericordia proviene il coraggio; dall’economia, la generosità;

e dall’umiltà, proviene la volontà per condurre e guidare dal di dietro.

Evitare di essere misericordiosi è un metodo sbagliato, e porta male,

come pure acclamare solo gli atti eroici, tralasciare l’economia, ed essere egoisti.

Chi fa così, è malato e non è umile, ma cerca sempre di essere primo.

Solamente colui che è compassionevole può mostrare il vero valore,

e nel difendere, egli mostra la sua forza più grande.

Il mezzo con cui l’umanità può essere protetta e salvata è la Compassione,

perché il Cielo si arma con compassione, di quelli che non lo vorrebbero distrutto.

68. SENZA DESIDERIO

Un guerriero efficace agisce non per una nichilistica rabbia,

né per il mero desiderio di uccidere.

Colui che vince non dovrebbe essere vendicativo.

Un datore di lavoro dovrebbe avere l’umiltà.

Se noi desideriamo che vi sia la pace e l’unità,

i nostri coinvolgimenti con tutto il resto dell’umanità

dovrebbero essere senza desiderio per l’auto-vantaggio,

ed eseguiti tutti senza contesa né aggressività.

69. L’USO DEL MISTERIOSO TAO

Tutte le contese possono essere vinte aspettando, anziché con l’essere aggressivi;

e magari, anche retrocedendo, piuttosto che avanzando.

Muovendosi senza sembrare che ci si muova, non facendo mostra di forza,

ma conservandola bene; catturando senza bisogno di attaccare,

essendo armati, ma senza vere armi, le grandi battaglie possono essere vinte.

Non sottovalutate tutti quelli che voi comandate in una battaglia,

perché ciò può dar luogo alla perdita di quello che è di più grande valore.

Quando una battaglia è intimata, ricordando questo, i più deboli possono ancora vincere.

70. IDENTITÀ IGNOTA

Sebbene le parole del saggio siano semplici, e le sue azioni facilmente compiute,

fra i tanti, vi sono ancora pochi che possono parlare o comportarsi come un saggio.

Per l’uomo ordinario è difficile conoscere il modo del saggio, forse perché le sue parole

provengono dal lontano passato, e le sue azioni naturalmente disposte.

Quelli che ben conoscono il modo del saggio sono pochi e arrivano raramente,

ma quelli che lo trattano con onestà, saranno onorati da esso e dal Tao.

Egli sa di non apparire come eccellente, e porta vestiti grezzi, non ha eleganza.

Non è dal suo aspetto umano che si dovrebbero capire i suoi modi,

perchè lui porta il suo tesoro di giada all’interno del suo cuore.

71. SENZA MALATTIE

Riconoscere la propria ignoranza è un segno di grande personalità,

invece, ignorare la saggezza significa dimostrare una forte debolezza.

Provare disgusto per la malattia è un segnale di buona salute,

perciò l’uomo saggio diventa disgustato dalla malattia,

e disgustato di essere disgustato dalla malattia, finchè egli non starà più male!

72. AMARE IL ‘SE’

Il saggio mantiene un senso di rispetto, e di convenienza.

Egli non si intrufola nelle case degli altri; e non li molesta,

né interferisce senza richiesta, a meno che essi danneggino altri.

Quindi, ecco perchè loro ritornano tutti da lui.

Benchè il saggio conosce se stesso, egli non ne fa nessuna mostra;

lui ha l’amore proprio, ma non è certamente arrogante,

perché sviluppa l’abilità di lasciar andare tutto ciò di cui non ha bisogno.

73. AGIRE SECONDO NECESSITA’

Un uomo coraggioso che però ama le passioni, ucciderà o verrà ucciso,

ma un uomo che è prode e fermo, preserverà la vita sua e quella degli altri.

Nessuno può dire con certezza, perché è meglio preservare una vita.

Il modo virtuoso è un modo di agire senza escogitare inganni e sforzi,

eppure, senza escogitarli, li supera. Egli parla raramente, e non chiede mai,

ma a lui rispondono tutti, anche senza che faccia domande.

È provvisto di ciò che gli è necessario ed è continuamente a proprio agio

perché segue il suo proprio scopo che non può essere capito dagli uomini.

Getta la sua rete vasta e profonda e benchè sia rozza, nella marea non perde niente.

74.    USURPARE IL TAO

Se le persone non hanno paura di morire, non hanno paura neanche delle minacce di morte.

Pur se morire prematuramente è comune sulla terra, e se la morte è impartita come punizione,

le persone tuttavia non temono di rompere la legge.

Essere un carnefice in questa terra, è come essere un falegname non specializzato,

che si taglia la mano, mentre sta cercando di tagliare una tavola di legno.

75. FERIRE TRAMITE L’AVIDITÀ

Quando le tasse sono troppo pesanti, la fame fa stramazzare la gente.

Quando quelli che governano interferiscono troppo, le persone si ribellano.

Quando quelli che governano chiedono troppo alla vita della gente, la morte è presa alla leggera.

Quando nel paese le persone stanno morendo di fame, la vita ha ben poco valore,

e così è più facilmente sacrificata da coloro che cercano di rovesciare il governo.

76. CONTRO L’AVER FIDUCIA NELLA FORZA

L’uomo è nato gentile e flessibile. Ma, alla morte, il suo corpo è duro e fragile.

Le piante viventi sono tenere, e sono piene del vigore della vita vegetale,

ma alla loro morte, anch’esse purtroppo si appassiscono e si seccano.

Il rigido, il duro e il fragile, sono veri annunziatori di morte,

mentre la gentilezza e la produzione sono i segni di tutto ciò che vive.

Il guerriero che è inflessibile si condanna a morte certa,

e l’albero che si rifiuta di produrre è rotto più facilmente.

Così il duro e fragile precipiterà certamente, ed il molle e flessibile supererà.

77. LA VIA DEL TAO

Il Tao è flessibile come un arco; l’alto diventa più basso, ed il modesto si eleva.

Esso riduce la distanza che è stata stesa, ed allunga ciò che è divenuto troppo corto.

È la Via del Tao di prendere da quelli che hanno troppo e di darlo a chi ha bisogno,

La via della persona comune, non è la Via del Tao, perchè simili persone

sono abituate a prendere da quelli che sono poveri e dare a quelli che sono ricchi.

Il saggio sa che i suoi averi non sono di nessuno, perciò lui li dà al mondo;

senza riconoscenza e senza rimpianti, solamente facendo il suo lavoro.

Cosi egli compie ciò che a lui viene richiesto; e senza starci a pensar sù,

lui fa dono della sua saggezza, senza mostrarlo in alcun modo.

78. SINCERITÀ

Non c’è niente di più flessibile dell’acqua, anche quando agisce sul solido e forte,

la sua gentilezza e la fluidità, non hanno niente di uguale in alcuna cosa.

I deboli possono superare il forti, ed i flessibili superano quelli duri.

Benchè questo sia noto in lungo e in largo, pochi lo mettono in pratica nella loro vita.

Anche se apparentemente potrà sembrare paradossale,

la persona che prende su di sé l’umiliazione delle persone,

è proprio quella più appropriata per governare;

e quindi la guida più appropriata è colui che prende su di sè i problemi del paese.

79. ADEMPIERE AI PROPRI OBBLIGHI

Quando alleanze ed obblighi sono stabiliti tra le persone della terra,

che esse riconoscano i loro obblighi, per molti è un luogo comune

il fatto di non riuscire a soddisfare i loro doveri.

Il saggio assicura che i suoi doveri sono adempiuti,

pur se non si aspetta che altri facciano lo stesso; ecco perché lui è virtuoso.

Egli non ha una sua propria virtù, tuttavia non chiede agli altri

che essi adempiano i suoi obbblighi e doveri per conto suo.

Il modo di natura non impone nulla su questioni come queste,

ma sta sempre dalla parte dei buoni, ed agisce come loro ricompensa.

80. STARSENE DA SOLI

Un piccolo paese può avere molte macchine, ma la gente non vuole usarle;

inoltre le persone potranno avere barche e carrozze che pure non usano;

armature ed armi che non sono esposte, perchè sono serie riguardo alla morte.

Esse non viaggiano mai e non si allontanano troppo da casa,

e piuttosto fanno i nodi alle corde, anzichè fare molta scrittura.

Il cibo che loro mangiano è semplice e buono, ed i loro vestiti sono semplici;

le loro case sono sicure senza bisogno di sbarre, e loro sono felici a modo loro.

Benchè i cani ed i galli dei loro vicini possono esser uditi non troppo lontano

le persone di questi villaggi, se ne stanno da sole, invecchiano e muoiono in pace.

81. MANIFESTARE LA SEMPLICITÀ

La verità non è sempre bella, né le belle parole sono la verità.

Quelli che hanno la virtù, non hanno bisogno di argomenti per la loro causa,

perché essi sanno che qualunque argomento non è di alcun profitto.

Quelli che hanno conoscenza del modo naturale non si addestrano in astuzia,

mentre quelli che usano l’astuzia per governare le loro vite e quelle degli altri,

non sono bene informati del Tao, e neppure della naturale felicità.

Il saggio cerca di non avere un deposito di cose o conoscenza, perchè lui sa,

che meno lui ha di queste cose, e più ne ha, e che più lui ne dà,

e più grande sarà la sua abbondanza. La via del saggio è acuta

ma non fa danni. La via del saggio è di operare senza astuzia.

3 aprile 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura | , , , , | Lascia un commento

Hominis Mortuum in Magna Europa

Homo Videns..  
Uomo ammaestrato da lo ingannato di Vedere, belva assetata da lo sguardo lupanare…
Uomo ingannato ed educato dall’affidarsi al solo senso della vista, belva allupata dalla vista di corpi nudi..
 
Homo sine Memoria..
Uomo sinsa memoria, sinsa ricordo aucuno de la storia…
           Uomo senza memoria, senza alcun ricordo della sua antica storia..

Homo sine Radicis..
Uomo sinsa radici, destino torpato co’ fiori sinsa terra…
Uomo senza radici, destino deturpato come fiori senza terra..

Homo Demens..
Uomo instupito et demente, in reale assentia de la mente…
Uomo instupidito e demente, in totale mancanza di senno..

Homo Insanus..
Uomo insano qui invede aucun malanno…
Uomo malsano che non riesce a vedere la sua malattia..

Homo Ludens..
Uomo diverto qui di coscienza ammanca, abortita sinsa lauda e sinsa causa
Uomo divertito che ammanca di una coscienza, morta senza nascere, senza causa e senza onore..

Homo non Sincērus..
Uomo in mendacia icchè menzogniero, adorator de lo inganno in illutionem…
Uomo della falsità perchè mendace, adoratore dell’inganno nell’illusione..

Homo sine Anima..
Uomo sins’anima, co’ lo spiritu vagante i sinsa vita…
Uomo senz’anima, come un fantasma vagante e senza vita..

Homo Mortuum..
Uomo morto et sinsa cunsapevolentia, lo perso in capo tonto e smarrito sinsa fede…
Uomo morto senza consapevolezza, smarrito di senno e senza fiducia nel prossimo..

Cur persona qualis virentia est sine anĭmus..
Icché persona vegeta lo è come corpo sinsa anima…
Perché una persona che vegeta è come un corpo senza anima..

Cur persona qualis omnia virentia in consuetūdo est mortuum..
Icché persona qui in tota vegeta l’è già qui bella e morta in su lapide e in su stregua…
Perché una persona che vegeta in tutto è già morto senza alcuna pace della sua lapide..

In ricordo di tutte quelle tante genti defunte,
figli di Magna Europa,
che per strade senza fine vagano e hanno vagato
come anime ingrate e senza luce,
come ignavi solerti in immonde idiozie,
come genti avare che l’Altissimo ha smarrito.

Marzo 2011 – Vincenzo Di Maio

Homo Mortuum

Homo Mortuum

22 marzo 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura | , , , , | Lascia un commento

Confucio e il canto dell’uccellino

Onore a te uccellino,
resta qui,
così canteremo insieme
una canzone al Cielo.

Tu pensi di esser solo
ma altrove non pensano come te.
Perchè se tu sei, chi sono io?
Oppure è insieme che noi siamo?

Dove risiede l’esistenza?
In me, in te, oppure oltre?
Affermi che a me piace cantare,
che a me piace cantare veramente tanto.

Tu sei nel giusto perchè il tuo cuore è puro come il Cielo.
Anche a me piace cantare come un uccello su un albero,
ma se io sono solo,
chi può realmente ascoltarmi?

Se i tuoi orecchi sono realmente aperti
sicuramente tu potrai ascoltarmi,
ma se il tuo cuore è chiuso come una cassa
nessun suono può entrarci dentro.

Così, se quei suoni sono rumori
chiudi forte e sbarra le finestre,
perchè sicuramente non gioveranno alla salute,
tantomeno del tuo cuore.

Confucio vive in noi.  Marzo 2011
(Vincenzo Di Maio)

Confucio e l'uccellino

Confucio e l'uccellino

21 marzo 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Azioni, Cultura, Musica | , , , , | Lascia un commento

Perfectione ne lo Altissimo

Errare è ne lo umano,
come lo perseverar l’errore è nel diabolico
et il curar lo immondo lo è nel santo
così come lo prevenir lo esso lo è nel divino.
Ma su tutte esse cotal guisa faccia,
la sua incommensurabil differentia,
ne è la perfectione de la vitae ne lo Altissimo,
ne è la gioia grande de lo Amor divino,
de il sommo, lo unico et lo infinito Dio.
(Vincenzo Di Maio – Marzo 2011)

Amore Divino

Un Amor Divino

 

Curare Prevenire e Amare

Curare Prevenire e Amare

19 marzo 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura, pensieri, Progetti, Silenzio, Vuoto | , , , , , , , , | 2 commenti

LIEZI: TIANRUI – I PRODIGI CELESTI

C’è una famosa e antica storia nella tradizione della Grande Cina, dove uno studente sente che il saggio Liezi può cavalcare il vento.

Lo studente è impaziente di imparare e va a cercare Liezi trovandolo su una montagna.
Lui appena lo vede gli corre incontro ma Liezi lo respinge, dicendogli che lui ha impiegato moltissimi anni ad imparare assiduamente con grande zelo dai suoi maestri prima di riuscire a rilassarsi e, perdendo la sua consapevolezza sulle distinzioni dell’uomo ordinario, riesce a fluire con il vento, senza mai sapere se lui stesse cavalcando il vento o se il vento stesse cavalcando lui.
Infatti questo non è qualcosa che può essere imparato velocemente. (Tratto da SilkQin)

La frase “Liezi Yu Feng” (in cinese sempl. 列子于风) viene originariamente trovata nel libro di Zhuangzi, il quale brevemente parla di Liezi che viaggia cavalcando il vento.

Il volo di Liezi - The Liezi fly

Il volo di Liezi - The Liezi fly

Liezi è un Santo Taoista a cui si attribuisce la scrittura di uno dei tre più importanti pilastri del Taoismo Cinese: Il Liezi.

Questo scritto si compone di ben otto capitoli di cui alcuni sinologi ne distinguono una parte proveniente da un Liezi ancora giovane e di un’altra parte relativa al Liezi più maturo.

Il Liezi viene menzionato per la prima volta soltanto nel I°sec. a.C. durante la dinastia Han, che si distinse particolarmente per la valorizzazione della tradizione Confuciana e Taoista in particolare.

Ma per ritrovarlo storicamente confermato in qualità di testo fondamentale bisogna aspettare l’anno 1007 in cui l’imperatore Xuanzong della dinastia Tang lo eleva a classico della dottrina Taoista, conformando così un trittico insieme al Zhuangzi e al Daodejing di Laozi.

Il Liezi venne onorificamente intitolato Chong Xu Zhen Jing, ovvero “Il Classico del Vuoto abissale e della Potenza suprema”.
A quel tempo esso venne largamente considerato l’opera maggiore del Taoismo mediante le più pratiche osservazioni rivolte verso la purificazione della mente, in quanto frapposto alla scrittura del Daodejing e della poetica narrativa del Zhuangzi.

Liezi

Liezi

Come afferma la IEP, il Liezi continua la linea di pensiero di altri testi Taoisti, ovvero del Xiao Yao You e del Qiu Shui, dal quale esso prende il tema dei confini della trascendenza, dello spirito del percorso della vita, della coltivazione dell’equanimità e dell’accettazione delle vicissitudini della vita, sviluppando straordinari livelli di capacità appartenenti all’Uomo Superiore, quale primo gradino della ‘Santità Taoista’.

Mentre il Liezi non articola ambiguamente la logica delle condizioni che definiscono la trascendenza dei vari livelli di elevazione spirituale verso Shang Di (Dio Supremo), in una necessaria asimmetrica relazione di dipendenza tra il mondo intero e la sua origine, ci sono ancora le tracce di una intrigante trascendenza legata ad una personale investigazione e sperimentazione dell’essenza divina.

Il brano tratto dal Liezi sotto riportato è una trascrizione dell’opera di Alfredo Cadonna, curatore e traduttore dell’opera in italiano.

Non mi resta che lasciarvi deliziare dalla profondità di questo testo che sicuramente potrà arricchire la nostra percezione della realtà più sottile.

Buona lettura!

Vincenzo Di Maio

Liezi - Lieh Tzu

Liezi - Lieh Tzu

Testo descrittivo del retro di copertina all’edizione Einaudi del 2008:

L I E Z I
La scritura reale del Vuoto abissale e della Potenza suprema.

«Fa si che vi sia nascita ma non nasce; fa si che vi sia trasformazione ma non si trasforma. Ciò che non nasce è capace di far nascere ciò che nasce; ciò che non si trasforma è capace di far trasformare ciò che si trasforma». Liezi

II Liezi non è solo uno dei testi fondamentali per lo studio del pensiero della Cina antica ma anche, insieme al Laozi e al Zhuangzi, una delle tre scritture in cui la tradizione Taoista continua a vedere sintetizzati i propri principi dottrinali e le loro rispettive applicazioni.

Questa traduzione integrale con testo cinese a fronte intende far apprezzare al lettore il valore di un’opera il cui contenuto, innegabilmente eterogeneo, si rivela una fonte ricchissima per lo studio di specifiche tradizioni mitologiche cinesi e anche di scuole di pensiero diverse da quella Taoista.

L’introduzione del curatore vuole invece guidare il lettore all’identificazione dei principali nuclei dottrinali che costituiscono il cuore Taoista del Liezi, come la dottrina del Dao e la dottrina cosmologica dell’unità, la prospettiva che vede il pieno compimento della realizzazione spirituale in una ridiscesa nel «mondo ordinario».

Sommario:
– Introduzione di Alfredo Cadonna.
– Liezi. La scrittura reale del vuoto abissale e della potenza suprema.
1. Tianrui (I prodigi celesti).
2. Huangdi (L’Imperatore Giallo).
3. Zhou Mu wang (II Re Mu di Zhou).
4. Zhongni (Confucio).
5. Tang wen (Le domande di Tang).
6. Li ming (Sforzo e Destino).
7. Yang Zhu.
8. Shuo fu (Spiegazione delle concordanze).

Il maestro che dà il nome all’opera, Lie Yukou (abbreviato in Liezi), sarebbe vissuto nel IV secolo a.C.
Tuttavia, questa raccolta di dialoghi, aneddoti e brevi trattazioni dottrinali è menzionata per la prima volta soltanto nel 14 a.C.: il primo commentario pervenutoci, quello di Zhang Zhan, risale al IV secolo d.C. Intorno alla metà dell’VIII secolo, e per editto imperiale l’opera sarà innalzata al rango di classico taoista e a partire dal 1007, nota con il titolo di “La scrittura reale del vuoto abissale e della potenza suprema”.

Alfredo Cadonna è docente di Storia della Filosofia e delle Religioni della Cina all’Università “Cà Foscari” di Venezia.
Ha anche insegnato Filologia Cinese all’Università “L’Orientale” di Napoli

I Prodigi Celesti – Cap. 1.3

Il Maestro Liezi disse:
“Il Cielo ella Terra non portano a compimento ogni cosa, il saggio non è in grado di realizzare ogni cosa, i Diecimila Esseri non possono essere utilizzati per ogni scopo.
Ecco perché compito del Cielo  è quello di dare la vita e ricoprire, compito della Terra quello di dare la forma e sostenere, compito del saggio quello di insegnare e trasformare, compito di ciascun essere quello di operare secondo la funzione che gli compete.
Di conseguenza può capitare di riscontrare difetto nel Cielo e pienezza nella Terra, limitazione nel saggio e acutezza negli esseri ordinari.
Com’è possibile?
Ciò che dà la vita e ricopre non è in grado di dare la forma e sostenere; ciò che dà la forma e sostiene non è in grado di insegnare e trasformare; chi insegna e trasforma non è in grado di impedire che gli esseri operino secondo la funzione che loro compete; gli esseri che operano secondo la funzione che loro compete non sono in grado di abbandonare il proprio specifico stato.
Ciò comporta parimenti che il Dao del Cielo e quello della Terra debbano essere o Yin o Yang, che l’insegnamento del saggio debba essere improntato o all’umanità o alla giustizia, che ciò che compete ai Diecimila Esseri debba essere caratterizzato o dalla flessibilità o dalla durezza.
Tutti questi si attengono alla funzione che loro compete e non sono in grado di abbandonare il proprio stato.
Se dunque c’è nascita è perché c’è qualcosa che fa nascere ciò che nasce; se c’è forma è perché c’è qualcosa che dà forma a ciò che ha forma; se c’è suono è perché c’è qualcosa che dà suono a ciò che ha suono; se c’è colore è perché c’è qualcosa che dà colore a ciò che ha colore; se c’è sapore è perché c’è qualcosa che dà sapore a ciò che ha sapore.
Il nato a cui è stata data nascita muore, ma quello che fa nascere ciò che nasce non cessa mai di essere.
La forma a cui è stata forma appare, ma quello che dà forma a ciò che ha forma non ha mai avuto apparenza.
Il suono a cui è stato dato suono può essere udito, ma quello che da suono a ciò che ha suono non è stato mai emesso.
Il colore a cui è stato dato colore è visibile, ma quello che dà colore a ciò che ha colore non si è mai mostrato.
Il sapore cui è stato dato sapore è gustato, ma quello che dà sapore al sapore non è mai stato assaporato.
Tutto questo compete al Non-Agire.
Esso è capace di rendere Yin o rendere Yang, rendere flessibile o rendere rigido, rendere corto o rendere lungo, rendere rotondo o rendere quadrato, di dare la vita o dare la morte, di rendere caldo o rendere freddo, di rendere leggero o rendere pesante, di far risuonare come la nota ‘gong’ o far risuonare come la nota ‘slang’, di far comparire o scomparire, di rendere nero o rendere giallo, di rendere dolce o rendere amaro, di rendere fetido o rendere profumato.
Non gli si può attribuire conoscenza, non gli si può attribuire capacità; e tuttavia nulla vi è che non conosca, nulla vi è che non sia capace di fare.”


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Versione in lingua originale mutuata da Chinese Text Project

13 天瑞: 杞國有人,憂天地崩墜,身亡所寄,廢寢食者。 

又有憂彼之所憂者,因往曉之,曰:“天,積氣耳,亡處 亡氣。若屈伸呼吸,終日在天中行止,奈何憂崩墜乎?”

其人曰:“天果積氣,日月星宿不當墜邪?”

曉之者曰:“日月星宿,亦積氣中之有光耀者,只使墜,亦不 能有所中傷。”

其人曰:“奈地壞何?”曉者曰:“地積塊耳,充塞四虛,亡處亡塊。若躇步跐蹈,終日在地上行止,奈何憂其壞?”

其人舍然大喜,曉之者亦舍然 大喜。長廬子聞而笑曰:“虹蜺也,云霧也,風雨也,四時也,此積氣之成乎天者也。 山岳也,河海也;金石也,火木也,此積形之成乎地者也。知積氣也,知積塊 也,奚謂不壞?夫天地,空中之一細物,有中之最巨者。難終難窮,此固然矣;難測難識,此固然矣。憂其壞者,誠為大遠;言其不壞者,亦為未是。天地不得不 壞,則會歸于壞。遇其壞時,奚為不憂哉?”

子列子聞而笑曰:“言天地壞者亦謬,言天地不壞者亦謬。壞與不壞,吾所不能知也。雖然,彼一也,此一也。故生不 知死,死不知生;來不知去,去不知來。壞與不壞,吾何容心哉?”

19 febbraio 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Cultura, Guardare, Musica, Notizie e politica, pensieri | , , , , , , , , | Lascia un commento

La porta senza porta

The Gateless Gate – Wu-men-kuan (Mumonkan)

La porta senza porta

La porta senza porta è quell’accesso invisibile al mondo sensibile del Nirvana, dimensione vivente che supera ogni immaginazione e che sfugge al più grande scienziato.

La porta senza porta è un varco senza porta, è un ingresso invisibile dove ogni cosa trova un senso e dove ogni senso trova il suo posto.

La porta senza porta è l’inizio di un mondo diverso radicato in una cultura complessa che incontra e accompagna altre, una dottrina che segna un’epoca per la storia dell’estremo oriente e dell’asia orientale, come anche per la storia del mondo.

Il buddhismo Chan vive nell’opera di questa tradizione.

Buona lettura!

Vincenzo Di Maio

 

Laying Buddha

LA PORTA SENZA PORTA

Tratto da : Centro Nirvana
Nota: Questo testo è sotto copyright, ma la libera distribuzione tramite Internet è permessa.

L’autore è il Maestro Ch’an Cinese Wu-men Hui-hai (in giapponese Mumon Ekai, 1183-1260).Traduzione in Inglese del tardo maestro Zen Katsuki Sekida (Due Zen Classici, 26-137)

L’originale testo Cinese è stato preso dal seguente sito web giapponese: Mu Mon Kan Wo Yo Mu che lo ha ripreso in Giapponese dal libro Mumonkan, pubblicato in Giappone da Iwanami Bunkõ.

Sfortunatamente, alcuni caratteri Cinesi non furono trovati in questo sito. Tuttavia, essi sono meno del 1% del testo. Dove questi ideogrammi sono definiti, è stato usato il sistema Cinese con cui erano nati (Big 5). C’erano anche ideogrammi che sembravano semplici quadrati neri, senza chiarimenti. Questi sono stati sostituiti con caratteri fittizi (quadrati vuoti).

 

Chan Buddhism

Prefazione di Mumon

Il Buddismo fa della mente la sua base e della Non-Porta la sua Porta. Ora, come attraversare questa Non-Porta? Si dice che le cose che entrano attraverso la porta non potranno mai essere i vostri propri tesori. Tutto ciò che è ottenuto da circostanze esterne alla fine dovrà perire.

Tuttavia, un simile detto sta già sollevando onde benché non vi sia vento. Sta tagliando la pelle immacolata. Così, coloro che cercano di capire attraverso le parole di altre persone, sono come quelli che tentano di colpire la luna con un bastone; o si grattano la scarpa, mentre è il piede che prude. Che cosa hanno a che fare essi con la verità?

Nell’estate del primo anno di Jõtei, Ekai era nel Tempio di Ryûshõ, e lavorava coi monaci come capo-monaco, utilizzando i casi degli antichi maestri come mattoni per battere alla porta, e per farli avanzare a seconda delle loro rispettive capacità. Il testo fu scritto non seguendo alcun schema, ma solo per fare una raccolta di quarantotto casi.

Fu chiamato Wu-men-kuan (giap. Mumonkan), “La Porta Senza Porta”. Un uomo determinato si spingerà inflessibilmente avanti per la sua Via, nonostante tutti i pericoli. Ed allora, perfino il Nata (divinità) ad otto-braccia non potrà impedirglielo. Perfino i quattro sette dell’Ovest e i due tre dell’Est dovrebbero implorare per la loro vita. Se uno non ha determinazione, allora è come gettare uno sguardo su un cavallo che galoppa fuori della finestra: in un batter di ciglia, esso sarà andato.

Strofa – La Grande Via è senza porta, avvicinata in mille modi. Una volta oltrepassata la soglia, si volerà attraverso l’universo.

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Caso 1- Il “Mu” di Jõshû

Un monaco chiese a Jõshû, “Un cane ha la Natura di Buddha?” Jõshû rispose, “Mu” (No!).

Il Commento di Mumon – Per maestroggiare lo Zen, si deve oltrepassare la barriera dei patriarchi. Per ottenere questa sottile realizzazione, bisogna completamente modificare la Via di pensare.

Se non si oltrepassa la barriera, e non si elimina il vecchio modo di pensare, allora si sarà come un fantasma che si aggrappa ai cespugli ed alle erbacce.

Ora, io voglio chiedervi, qual’è la barriera dei patriarchi?

E’ questa sola parola, “Mu”(vacuità). Perché quella è la ante-porta per lo Zen.

E quindi essa è chiamata il “Mumonkan dello Zen.”

Se passate attraverso di essa, voi non solo vedrete Jõshû faccia a faccia, ma andrete anche di pari passo coi successivi patriarchi, arricciando le vostre sopracciglia con loro, vedendo con gli stessi occhi, sentendo con gli stessi orecchi. Non è una prospettiva deliziosa?

Non gradireste oltrepassare questa barriera?

Risvegliate il vostro intero corpo con le sue trecentosessanta ossa e giunture, ed i suoi ottanta-quattromila pori della pelle; fate appello ad uno spirito di grande dubbio e concentratevi su questa parola “Mu”. Portatela in mente continuamente, giorno e notte. Non formatevi una concezione nichilistica della vacuità, né una concezione relativa di “c’è” o “non-c’è”. Sarà proprio come se aveste ingoiato una palla di ferro incandescente, che non potete sputare fuori anche se ci provate.

Tutte le idee illusorie e i pensieri ingannevoli finora accumulati saranno sterminati, e quando sarà giunto il tempo, l’interno e l’esterno saranno spontaneamente riuniti. Voi lo conoscerete, ma solo per voi soli, come un muto che ha avuto un sogno e non può riferirlo a nessuno.

Poi all’improvviso, tutt’ad un tratto avverrà un’esplosiva conversione, e voi potrete stupire i cieli e scuotere la terra. Sarà come se portaste via la grande spada del coraggioso generale Kan’u e la teneste nella vostra mano. Quando incontrerete il Buddha, lo ucciderete; quando incontrerete i patriarchi, pure li ucciderete. Sull’orlo tra la vita e la morte, comanderete in perfetta libertà; tra i sei mondi ed i quattro modi di esistenza, voi godrete un dolce e piacevole samadhi.

Ora, voglio ancora chiedervi, “Come eseguirete tutto ciò?”

Impiegate ogni grammo della vostra energia per lavorare su questo “Mu!”. Se lo manterrete dentro senza interruzione, vedrete: una sola scintilla, e la santa candela è accesa!

La Strofa di Mumon – Il cane, la Natura di Buddha, la dichiarazione, perfetta e finale. Prima che possiate dire che ce l’ha o non ce l’ha, sarete belli che morti.

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Caso 2 – la Volpe di Hyakujõ

Quando Hyakujõ Oshõ declamava una certa serie di sermoni, un vecchio seguiva sempre i monaci nella sala principale e li ascoltava. Quando i monaci lasciavano la sala, anche il vecchio se ne andava. Tuttavia, un giorno lui rimase dentro, e Hyakujõ gli chiese “Chi sei tu, che te ne stai qui davanti a me?”

Il vecchio rispose: “Io non sono un essere umano. Nell’antichità, al tempo di Buddha Kashyapa, io ero un capo-monaco e vivevo qui su questa montagna. Un giorno uno studente mi chiese, ‘Può un uomo illuminato cadere sotto il giogo della causalità, o no?’

Io risposi, ‘No, lui non può’. Da allora in poi io fui condannato a subire cinquecento rinascite come volpe. Ora io ti imploro di darmi la parola giusta per liberarmi da questa mia vita da volpe. Così, dimmi, può un uomo illuminato cadere sotto il giogo della causalità, o no?”

Hyakujõ rispose, “Egli non può ignorare la causalità”.

Non appena il vecchio uomo ebbe sentito queste parole, lui fu illuminato. Prostrandoglisi, egli disse, “Io sono liberato da questa mia vita da volpe e me ne resterò su questa montagna. Ma io ho ancora un favore da chiederti: per favore, seppellisci questo mio corpo, come quello di un monaco morto.”

Hyakujõ fece battere il martelletto dal direttore dei monaci per informare ciascuno che dopo il pasto di mezzogiorno vi sarebbe stato un servizio funebre per un monaco morto. I monaci si chiesero il perché, dicendo, “Tutti siamo in buona salute; nessuno è ammalato. Che significa questo?”

Dopo il pasto Hyakujõ condusse i monaci ai piedi di una roccia sul lato esterno della montagna e col suo bastone toccò il corpo morto di una volpe ed effettuò la cerimonia di cremazione.

Quella sera, lui salì sul palco e rivelò ai monaci l’intera storia.

Allora Õbaku gli chiese, “Il vecchio diede la risposta sbagliata, e quindi fu condannato ad essere una volpe per cinquecento rinascite. Ora, supponi che lui avesse dato la risposta corretta, che cosa sarebbe accaduto poi?”

Hyakujõ disse, “Vieni qui da me, e te lo dirò”.

Õbaku salì da Hyakujõ e si circondò le orecchie con le mani.

Hyakujõ con una risata battè le sue mani ed esclamò, “Pensavo che il barbaro avesse una barba rossa, ma ora io vedo di fronte a me il vero barbaro rosso-barbuto stesso!”

Il Commento di Mumon – Non cadere sotto il giogo della causalità: come ha potuto ciò fare di un monaco una volpe? Non ignorare la causalità: come ha potuto ciò illuminare il vecchio?

Se riuscite a capire questo, comprenderete come il vecchio Hyakujõ avrebbe goduto cinque-cento rinascite come volpe.

La Strofa di Mumon – Non cadendo, non ignorando: due facce di una stessa medaglia. Non ignorando, non cadendo: Mille errori, un milione di errori.

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Caso 3 – Gutei solleva un Dito

Ogni qualvolta a Gutei Oshõ si chiedeva dello Zen, lui semplicemente sollevava il dito.

Una volta un visitatore chiese all’attendente di Gutei, “Cosa insegna il tuo maestro?”

Il ragazzo subito sollevò il suo dito. Sentendo ciò, Gutei tagliò con un coltello il dito del ragazzo.

Il ragazzo, gridando di dolore, cominciò a fuggire.

Gutei lo chiamò, e quando lui si voltò, Gutei sollevò il dito.

Il ragazzo fu improvvisamente illuminato.

Quando Gutei era prossimo a morire, egli disse ai suoi monaci assemblati, “io ricevetti un unico dito-Zen da Tenryû e lo usai per tutta la mia vita, ma ancora non l’ho esaurito”.

Appena ebbe finito di dire questo, lui entrò nell’eterno Nirvana.

Il Commento di Mumon – L’illuminazione di Gutei e del ragazzo non fu dipendente dal dito.

Se capite questo, Tenryû, Gutei, il ragazzo, e voi stessi state tutti correndo con uno spiedo.

La Strofa di Mumon – Gutei ha fatto diventare il vecchio Tenryû uno sciocco, Emancipando il ragazzo con un solo taglio, Proprio come Kyorei spaccò il Monte Kasan Per farvi passare attraverso il Fiume Giallo.

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Caso 4 – Il Barbaro Occidentale senza Barba

Wakuan disse, “Perché il Barbaro Occidentale non ha nessuna barba?”

Il Commento di Mumon – Lo Studio dovrebbe essere vero studio, l’Illuminazione dovrebbe essere vera illuminazione. Voi dovreste una volta incontrare direttamente questo barbaro per essere veramente intimi con lui. Ma dire che voi siete già veramente intimi con lui divide in due ognuno di voi.

La Strofa di Mumon – Non discutete del vostro sogno davanti ad uno sciocco. Un Barbaro senza barba oscura la chiarezza.

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Caso 5 – Lo “Stare su un Albero” di Kyõgen

Kyõgen Oshõ disse, “Vi è un uomo su un albero che pende da un ramo con la sua bocca; le sue mani non afferrano il ramo, i suoi piedi non poggiano sulla terra. Qualcuno appare sotto l’albero e gli chiede, ‘Qual’è il significato della venuta di Bodhidharma dall’Ovest?’ Se non risponde, egli rifiuta di rispondere alla domanda. Se lui risponde, perderà la sua vita. Cosa fareste voi in tale situazione?”

Il Commento di Mumon – Anche se la vostra eloquenza è fluente come un fiume, non è di alcun profitto. Anche se voi foste in grado di esporre tutta la letteratura Buddista, questo non servirebbe a niente. Se siete capaci di risolvere questo problema, avrete ridato vita alla Via che era morta fino a questo momento e avrete distrutto la via che finora era viva.

Altrimenti dovrete aspettare Maitreya Buddha e chiedere a lui.

La Strofa di Mumon – Kyõgen è davvero avventato; Il suo velenoso vizio è infinito. Egli chiude le bocche dei monaci, e occhi da diavolo sprizzano dai loro corpi.

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Caso 6 – Il Buddha solleva un Fiore

Quando Shakyamuni Buddha stava sul Monte Grdhrakuta, egli sollevò un fiore davanti ai suoi ascoltatori. Ognuno rimase in silenzio. Solamente Mahakashyapa irruppe in un ampio sorriso.

Il Buddha disse, “Io ho il Vero Occhio del Dharma, la Meravigliosa Mente del Nirvana, la Vera Forma del Senza-forma e la Sottile Porta del Dharma, indipendenti dalle parole e trasmessi al di là della dottrina. Questo è ciò che io ho affidato a Mahakashyapa.”

Il Commento di Mumon – Gautama dal volto dorato invero trascurò i suoi ascoltatori.

Egli trasformo la bellezza in male e vendette carne di cane spacciata come carne di montone.

Lui stesso pensò che era meraviglioso.

Tuttavia, se nel pubblico tutti avessero riso, come si poteva trasmettere il suo Vero Occhio?

E ancora, se Mahakashyapa non avesse sorriso, come l’avrebbe potuto trasmettere il Buddha?

Se dite che il Vero Occhio di Dharma può essere trasmesso, allora l’uomo dal volto dorato è come un viscido furbastro di città che inganna il goffo abitante di paese.

Se dite che non può essere trasmesso, allora perché il Buddha approvò Mahakashyapa?

La Strofa di Mumon – Sollevando un fiore, il Buddha tradì la sua coda arricciata. Al sorriso di Mahakashyapa, cielo e terra furono sconcertati.

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Caso 7 – Il “Lava la tua Ciotola” di Jõshû

Un monaco disse a Jõshû, “Io sono appena entrato in questo monastero. Per favore insegnami.”

“Hai mangiato la tua crema di farina e latte di riso?” chiese Jõshû.

“Sì, l’ho fatto”, rispose il monaco.

“Allora, adesso è meglio che lavi la tua ciotola”, disse Jõshû.

Con questo, il monaco ottenne l’intuizione.

Il Commento di Mumon – Non appena egli apre la bocca, Jõshû mostra la sua colecisti. Egli fa vedere il suo cuore e fegato. Mi chiedo se questo monaco abbia realmente sentito la verità. Io spero che lui non abbia sbagliato prendendo la campana per una giara.

La Strofa di Mumon – Sforzandosi di interpretare chiaramente, si ritarda il proprio conseguimento. Non sai che la fiamma è fuoco? Il vostro riso è stato da tempo cucinato.

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Caso 8 – Keichû, il Fabbricante di Ruote

Gettan Oshõ disse, “Keichû, il primo fabbricante di ruote fece un carro le cui ruote avevano cento raggi. Ora, supponete di prendere un carro e di rimuoverne sia le ruote che l’asse. Che cosa avreste?”

Il Commento di Mumon – Se qualcuno può direttamente padroneggiare questo argomento, il suo occhio sarà come una meteora, il suo spirito come un bagliore del fulmine.

La Strofa di Mumon – Quando si girano le ruote spirituali, Perfino il maestro non riesce a seguirle. Esse viaggiano in tutte le direzioni, di sopra e di sotto, a nord, sud, est, ed ovest.

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Caso 9 – Daitsû Chishõ Buddha

Un monaco chiese a Kõyõ Seijõ, “Daitsû Chishõ Buddha sedette in zazen per dieci kalpa e non poté raggiungere la Buddhità. Malgrado il nome, egli non divenne un Buddha. Com’è possibile?”

Seijõ disse, “La tua domanda è piuttosto ovvia”.

Il monaco chiese, “Egli meditò così a lungo; perché non poté raggiungere la Buddhità?”

Seijõ disse, “Perché lui non divenne un Buddha!”

Il Commento di Mumon – Ammettiamo la realizzazione del barbaro, ma non la sua compren-sione. Quando un uomo ignorante realizza questo, egli è un saggio.

Quando un saggio comprende ciò, egli è un ignorante.

La Strofa di Mumon – Meglio emancipare la vostra mente che il vostro corpo; Quando la mente è emancipata, il corpo è libero, Quando corpo e mente, sono entrambi emancipati, Anche dèi e spiriti ignorano il potere mondano.

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Caso 10 – Seizei è Improvvisamente Indigente

Seizei disse a Sõzan, “Seizei è improvvisamente diventato indigente. Lo sosterrai?”

Sõzan esclamò, “Seizei!”

Seizei rispose, “Sì, signore!”

Sõzan disse, “Hai bevuto tre coppe del vino più eccellente che c’è in Cina, eppure tu dici che non hai ancora inumidito le tue labbra!”

Il Commento di Mumon – Seizei finse di ritirarsi. Qual’era il suo schema? Sõzan aveva l’occhio di Buddha e vide le motivazioni del suo oppositore. Tuttavia, io voglio chiedervi, a che punto Seizei bevve il vino?

La Strofa di Mumon – Povero come Hantan, con una mente come (quella di) Kõu; Senza mezzi di sostentamento, egli osa rivaleggiare con il più ricco.

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Caso 11 – Jõshû Vede gli Eremiti

Jõshû andò al cottage di un eremita e chiese, “C’è il maestro? C’è il maestro?”

L’eremita alzò il suo pugno.

Jõshû disse, “L’acqua è troppo poco profonda per ancorare qui”, e andò via.

Arrivando al cottage di un altro eremita, lui chiese di nuovo, “C’è il maestro? C’è il maestro?”

Anche questo eremita alzò il suo pugno.

Jõshû disse, “Libero di dare, libero di prendere, libero di uccidere, libero di salvare”, e poi fece un profondo inchino.

Il Commento di Mumon – Entrambi gli eremiti alzarono i loro pugni; perché uno fu accettato e l’altro respinto? Ditemi, qual’è la difficoltà qui?

Se saprete dare una risposta per chiarire questo problema, capirete che la lingua di Jõshû non ha dentro l’osso, ora aiutando gli altri, ora buttandoli giù, con perfetta libertà.

Tuttavia, devo ricordarvi: i due eremiti potrebbero anche aver capito Jõshû.

Se dite che c’è da fare una scelta tra i due eremiti, voi non avete l’occhio di realizzazione.

Se dite che non c’è alcuna alternativa tra i due, voi non avete nessun occhio di realizzazione.

La Strofa di Mumon – L’occhio come una meteora, lo spirito come un’illuminazione; Una lama apportatrice di morte, una spada che dona la vita.

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Caso 12 – Zuigan Chiama il Suo Maestro

Zuigan Gen Oshõ chiamava se-stesso ogni giorno, “Maestro!” e rispondeva, “Sì, signore!”

Poi lui diceva, “Stai sempre sveglio!” e rispondeva, “Sì, signore!”

“D’ora in avanti, non essere mai ingannato dagli altri!” “No, io non lo sarò!”

Il Commento di Mumon – Il vecchio Zuigan compra e vende se-stesso. Egli prende diverse maschere da dio e maschere da demone le indossa e gioca con esse. Perché, eh?

Uno chiama e l’altro risponde; uno rimane sveglio, l’altro dice che lui non sarà mai ingannato.

Se vi fissate su ciascuno di essi, farete un grosso sbaglio.

Se volete imitare Zuigan, vi trasformerete in una volpe.

La Strofa di Mumon – Aggrappandosi all’illusorio stato di coscienza, Gli studenti della Via non realizzano la verità. Il seme di nascita e morte attraverso le infinite eternità: Lo stolto lo chiama come se fosse l’originale vero ‘sé’.

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Caso 13 – Tokusan solleva le Sue Ciotole

Un giorno Tokusan scendeva verso la sala da pranzo, tenendo le sue ciotole.

Seppõ lo incontrò e chiese, “Dove vai con le tue ciotole? La campana non ha preavvisato, ed il tamburo non ha suonato”. Tokusan si voltò e risalì nella sua stanza.

Seppõ raccontò questo fatto a Gantõ che rimarcò, “Tokusan è famoso, ma non conosce l’ultima parola”.

Tokusan sentì questo commento e mandò il suo attendente a dire a Gantõ: “Non mi approvi?” gli chiese. Gantõ sussurrò il significato del suo dire. Al momento Tokusan non disse niente, ma il giorno dopo lui salì sul podio, e si vide subito che era molto diverso dal solito!

Gantõ, andando verso il nord della sala, battè le sue mani e rise rumorosamente, dicendo, “Congratulazioni! Il nostro vecchio uomo ha imparato a dire l’ultima parola! D’ora in poi, in questo paese, nessuno potrà superarlo!”

Il Commento di Mumon – Quanto all’ultima parola, né Gantõ né Tokusan se l’erano mai sognata! Se guardate bene alla questione, scoprite che essi sono come burattini sulla mensola!

La Strofa di Mumon – Se realizzate il primo, voi dominerete anche l’ultimo. Il primo e l’ultimo, non sono una parola!.

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Caso 14 – Nansen Taglia il Gatto in Due

Nansen Oshõ vide i monaci delle sale Orientali e Occidentali che litigavano per un gatto.

Egli prese il gatto e disse, “Se saprete dare una risposta, salverete il gatto. Se no, io l’ucciderò”.

Nessuno seppe rispondere, e Nansen tagliò il gatto in due.

Jõshû ritornò quella sera, e Nansen gli raccontò dell’incidente.

Jõshû prese i suoi sandali, se li mise sulla testa, e se ne andò fuori.

“Se tu fossi stato qui, avresti salvato il gatto”, rimarcò Nansen.

Il Commento di Mumon – Ditemi, che cosa volle intendere Jõshû quando si mise i sandali in testa? Se saprete dare una risposta a questo, vedrete che quella frase di Nansen fu detta con buona ragione. Se no, “Pericolo!”

La Strofa di Mumon – Se Jõshû fosse stato presente, avrebbe fatto l’opposto; Quando la spada è sfoderata, perfino Nansen implora per la sua vita.

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Caso 15 – I Sessanta Colpi di Tõzan

Tõzan venne a studiare da Unmon. Unmon chiese, “Da dove vieni?” “Da Sato”, rispose Tõzan.

“Dove sei stato durante l’estate?”

“Beh, ero al monastero di Hõzu, a sud del lago”.

“Quando sei andato via da là?”, chiese Unmon.

“Il 25 Agosto” fu la replica di Tõzan. “Allora ti risparmio sessanta colpi”, disse Unmon.

Il giorno dopo Tõzan andò da Unmon e gli disse, “Ieri tu hai detto che mi risparmiavi sessanta colpi. Ora ti prego di dirmi, dove era la mia colpa?”

“Oh, tu, sacco di riso!” gridò Unmon. “Cosa vai in giro a vagare, ora ad ovest del fiume, ora a sud del lago?”. AlloraTõzan giunse ad una potente esperienza di illuminazione.

Il Commento di Mumon – Se Unmon avesse dato a Tõzan il vero cibo dello Zen e l’avesse incoraggiato a sviluppare un attivo spirito Zen, la sua scuola non sarebbe declinata come poi avvenne.

Tõzan ebbe una tormentosa lotta durante tutta la la notte, perso nel mare di giusto e sbagliato. Egli giunse ad un totale vicolo cieco. Dopo aver atteso l’alba, lui di nuovo andò da Unmon, ed Unmon gli costruì di nuovo un ritratto di Zen.

Anche se lui fu direttamente illuminato, Tõzan non poteva essere chiamato ‘brillante’.

Ora, voglio chiedervi, a Tõzan si sarebbe dovuto dare i sessanta colpi o no?

Se dite di sì, voi ammettete che tutto l’universo dovrebbe essere colpito.

Se dite di no, allora voi accusate Unmon di dire una bugia.

Se realmente comprendete il segreto, voi sarete in grado di respirare lo spirito dello Zen con la stessa bocca di Tõzan.

La Strofa di Mumon – Il leone aveva un segreto per confondere il suo cucciolo; Il cucciolo si acquattò, saltò su, e si gettò in avanti. La seconda volta, una mossa casuale condusse allo scacco matto. La prima freccia era leggera, ma la seconda andò in profondità.

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Caso 16 – Quando Suona la Campana

Unmon disse, “Il mondo è enorme e vasto. Perché quando suona la campana indossate il manto fatto con sette-pezzi?”

Il Commento di Mumon – Studiando lo Zen, voi non dovreste ondeggiare a causa di suoni e forme. Anche se riusciste a raggiungere l’intuizione profonda sentendo una voce o vedendo una forma, questo è semplicemente la Via ordinario delle cose.

Non sapete che il vero studente Zen comanda i suoni, controlla le forme, è chiaroveggente in ogni evento e libero in ogni occasione? Ammesso che voi siate liberi, ora ditemi: E’ il suono che arriva all’orecchio o è l’orecchio che va verso il suono?

Se il suono ed il silenzio muoiono entrambi, in una tale unione come si può parlare di Zen?

Mentre ascoltate con le vostre orecchie, non potete parlare. Ma quando sentirete con i vostri occhi, allora sarete veramente interiori.

La Strofa di Mumon – Con la realizzazione, le cose diventano una sola famiglia; Senza la realizzazione, le cose sono separate in mille forme. Senza la realizzazione, le cose sono un’unica famiglia; Con la realizzazione, le cose sono separate in mille modi.

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Caso 17 – Chû, l’Insegnante Nazionale fa Tre Chiamate

L’Insegnante Nazionale chiamò il suo attendente tre volte, e tre volte l’attendente rispose.

L’Insegnante Nazionale disse, “Io temevo che stavo per tradirti, ma in realtà eri tu che mi stavi tradendo”.

Il Commento di Mumon – L’Insegnante Nazionale chiamò tre volte, e la sua lingua precipitò in terra. L’attendente rispose tre volte, e lui diede la sua risposta con splendore.

L’Insegnante Nazionale era vecchio e solitario; egli aveva un capo mandriano e lo costringeva a mangiare erba. L’attendente non ne aveva nessuno. Il cibo delizioso ha poca attrazione per un uomo che è sazio. Ditemi, in quale punto vi fu il tradimento?

Quando il paese è fiorente, il talento è apprezzato. Quando la casa è ricca, i figli sono superbi.

La Strofa di Mumon – Egli portava un giogo di ferro senza buchi, E lasciò una maledizione per agitare i suoi discendenti. Se volete sollevare il cancello e le porte, Dovrete scalare una montagna di spade a piedi nudi.

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Caso 18 – Il “Masagin” di Tõzan

Un monaco chiese a Tõzan, “Cos’è il Buddha?”

Tõzan rispose, “Masagin!” [tre libbre di lino].

Il Commento di Mumon – Il vecchio Tõzan raggiunse lo Zen povero di un mollusco. Lui aprì un pò le due metà del guscio e mise in mostra tutto il fegato e gli intestini all’interno. Ma ditemi, voi come vedete Tõzan?

La Strofa di Mumon – “Tre libbre di lino” vengono a spazzare via tutto; Misteriose furono le parole, ma ancor più misterioso era il significato. Quelli che disputano tra giusto e sbagliato, e quelli schiavi del giusto e sbagliato.

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Caso 19 – “La Mente Ordinaria È la Via” di Nansen

Jõshû chiese a Nansen, “Qual’è la Via?”

Nansen rispose, “La mente ordinaria è la Via”.

“Come posso fare a trovarla?” chiese Jõshû.

“Se la cerchi, sarai separato da essa”, rispose Nansen.

“Come posso conoscere la Via se non la cerco?” insistette Jõshû.

Nansen disse, “La Via non è un fatto di conoscerla o non conoscerla. Conoscere è illusorio; non conoscere è confusione. Quando senza possibilità di dubbio sei realmente arrivato alla vera Via, la troverai tanto vasta ed illimitata come lo spazio esterno. Come si può parlare di essa a livello di giusto e sbagliato?”

A queste parole, Jõshû giunse ad una realizzazione improvvisa.

Il Commento di Mumon – Nansen si dissolse e si squagliò di fronte alla domanda di Jõshû, e non poté offrire un chiarimento plausibile. Anche se Jõshû giunse ad una realizzazione, egli dovrà scavare in se-stesso per altri trent’anni prima di poterlo pienamente comprendere.

La Strofa di Mumon – Fiori in primavera, la luna in autunno; Le brezze in estate, la neve d’ inverno. Se cose inutili non ingombrano la vostra mente, Voi avrete i migliori giorni della vostra vita.

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Caso 20 – L’Uomo di Grande Forza

Shõgen Oshõ chiese, “Perché un uomo di grande forza non solleva le sue gambe?”

E lui disse anche, “non è la lingua con la quale egli parla”.

Il Commento di Mumon – Bisogna dire che Shõgen ci mostra tutto il suo stomaco ed i suoi intestini. Ma ahimè, nessuno può apprezzarlo!

Ed anche se qualcuno potesse apprezzarlo, fatelo venire da me, ed io lo colpirò severamente.

Perché? Se volete trovare oro puro, dovete vederlo attraverso il fuoco.

La Strofa di Mumon – Alzando le sue gambe, lui scalcia il Profumato Oceano; Abbassando la sua testa, guarda in giù sul quarto cielo del Dhyana. Non c’è nessun spazio grande abbastanza per il suo corpo. Ora, qualcuno scriverà qui l’ultima riga.

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Caso 21 – Il “Kanshiketsu” di Unmon

Un monaco chiese ad Unmon, “Cos’ è il Buddha?”

Unmon rispose, “Kanshiketsu!” [Un bastone per il cesso].

Il Commento di Mumon – Unmon era troppo povero per preparare il cibo semplice, troppo occupato per parlare dalle note. Egli in modo troppo frettoloso nominò lo shiketsu per sostenere la Via. Così si prefigurò il declino del Buddismo.

La Strofa di Mumon – Lampi che balenano, scintille che sprizzano; Il momento che sta lampeggiando, è perso per sempre.

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Caso 22 – Il “Butta giù lo Stendardo” di Kashyapa

Ananda chiese a Kashyapa, “L’Onorato nel Mondo ti ha dato il mantello dorato; ti ha dato anche qualcos’altro?”

“Ananda!” gridò Kashyapa.

“Sì, signore!” rispose Ananda.

“Butta giù lo stendardo sulla porta”, disse Kashyapa.

Il Commento di Mumon – Se a questo punto sapete cosa dire, vedrete che l’assemblea sul Monte Grdhrakuta sta ancora continuando solennemente.

Se così non è, allora questo è ciò di cui Vipasyin Buddha si preoccupava dall’antichità; e fino ad ora egli non ha ancora acquisito l’essenza.

La Strofa di Mumon – Ditemi – domanda o risposta – chi era più interiore? Molti hanno aggrottato le loro sopracciglia su questo; Il fratello più vecchio chiama, il fratello più giovane risponde, e tradiscono il segreto di famiglia. Essi ebbero una sorgente speciale, non una di yin e yang.

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Caso 23 – Non Pensare né al Bene né al Male

Il sesto Patriarca fu inseguito dal monaco Myõ fino alla Montagna di Taiyu.

Il patriarca, vedendo arrivare Myõ, posò il manto e la ciotola su una roccia e disse, “Questo manto rappresenta la fede; non si dovrebbe lottare per averlo. Se vuoi portartelo via, prendilo ora”. Myõ tentò di portarselo via, ma esso era pesante come una montagna e non si spostava da lì. Esitante e tremante, lui gridò, “Io sono venuto per il Dharma, non per il mantello. Per favore, ti imploro, dammi la tua istruzione.”

Il patriarca disse, “Non pensare né al bene né al male. In questo stesso momento, qual’è il ‘sé’ originale del monaco Myõ?”

A queste parole, Myõ fu direttamente illuminato. Tutto il suo corpo era madido di sudore. Egli pianse e si prostrò, dicendo, “Oltre alle parole ed al significato segreto che tu mi hai appena rivelato, c’è ancora qualcos’altro, di più profondo?”

Il patriarca disse, “Ciò che io ti ho detto non è affatto segreto. Quando guardi nel tuo proprio vero sé, tutto quello che è più profondo, è trovato proprio là.”

Myõ disse, “Io fui per molti anni monaco sotto Õbai, ma io non potei realizzare il mio vero sé. Ma ora, ricevendo la tua istruzione, io so che è come un uomo che beve acqua e da solo sà se essa è fredda o calda. O mio fratello laico, tu ora sei il mio insegnante.”

Il patriarca disse, “Se dici così, entrambi chiameremo Õbai come nostro insegnante. Stai attento al tesoro e tieniti stretto ciò che hai raggiunto!”

Il Commento di Mumon – Il sesto Patriarca era, per così dire, interessato ad aiutare un uomo in emergenza, e dimostrò una gentilezza materna. È come se lui avesse sbucciato un fresco frutto e, rimossi i semi, ve li avesse messi in bocca, e chiesto a voi di ingoiarli.

La Strofa di Mumon – Non si può descriverlo; non si può dipingerlo; Non si può ammirarlo; non tentate di mangiarlo crudo. Il vostro vero ‘sé’ non ha nessun luogo per nascondersi; Quando il mondo è distrutto, esso non sarà distrutto.

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Caso 24 – Il Parlare ed il Silenzio di Fuketsu

Un monaco chiese a Fuketsu, “Sia il parlare che il silenzio, hanno il difetto di essere ri [azione interna della mente] o bi [azione esterna della mente]. Come possiamo evitare questi difetti?”

Fuketsu disse, “Io ricordo sempre la primavera in Kõnan,

Luogo in cui le pernici cantavano;

Com’erano fragranti gli innumerevoli fiori!”

Il Commento di Mumon – Lo spirito Zen di Fuketsu era come un lampo ed aprì un passaggio chiaro. Tuttavia, egli fu impigliato nelle parole del monaco e non poteva tagliarle.

Se voi potete realmente afferrare il problema, potrete trovare prontamente la via d’uscita.

Ora, mettendo da parte il linguaggio del samadhi, ditelo con le vostre proprie parole.

La Strofa di Mumon – Egli non usa una frase raffinata; Prima di parlare, egli l’ha già consegnata.

Se voi vi mettete a parlare a vanvera, Scoprirete di aver ormai perso la Via.

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Caso 25 – Il Sogno di Kyõzan

In un sogno, Kyõzan Oshõ sognò di andare al luogo di Maitreya e fu messo a sedere nel terzo posto. Un monaco anziano batté un martelletto e disse, “Oggi parlerà quello che sta nel terzo posto”. Kyõzan si alzò e, battendo il martelletto, disse, “La verità del Mahayana è aldilà dei quattro propositi e trascende le cento negazioni. Taichõ! Taichõ!” [Ascoltate la verità!]

Il Commento di Mumon – Ora ditemi, Kyõzan fece una predica, o non la fece? Se egli apre la bocca, è perso; se si sigilla la bocca, lui è perso. Ma anche se lui non apre né chiude la bocca, egli è a cento ed ottomila [miglia dalla verità].

La Strofa di Mumon – Nella vasta luce del giorno, sotto il cielo blu, Egli facendo credere che sia un sogno, Costruisce una storia mostruosa, E così tenta di ingannare l’intera folla.

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Caso 26 – Due Monaci arrotolano le Persiane

Quando i monaci si riunivano prima del pasto di mezzogiorno per ascoltare la sua conferenza, il grande Hõgen di Seiryõ indicò le persiane di bambù. Due monaci simultaneamente andarono e le arrotolarono su. Hõgen disse, “Uno guadagna, uno perde”.

Il Commento di Mumon – Ditemi, chi guadagnò e chi perse? Se avete l’occhio per penetrare il segreto, potrete vedere dove Seiryõ Kokushi sbagliò. Tuttavia, vi metto fortemente in guardia circa il discutere di guadagno e perdita.

La Strofa di Mumon – Arrotolando le persiane, il grande cielo è scoperto, Ma il grande cielo non arriva fino allo Zen. Perché non li gettate tutti giù dal cielo, E mantenete la vostra pratica così stretta che perfino l’aria non possa scappare?

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Caso 27 – Il “Non Mente, Non Buddha, Non Cose” di Nansen

Un monaco chiese a Nansen, “Vi è qualche Dharma che non sia stato predicato alle persone?”

Nansen rispose, “Si, c’è.”

“Quale è la verità che non è stata insegnata?” chiese il monaco.

Nansen disse, “Non c’è mente; non c’è Buddha; non ci sono le cose.”

Il Commento di Mumon – A questa domanda, Nansen usò tutto il suo tesoro e non fu affatto confuso.

La Strofa di Mumon – Discorrere troppo rovina la vostra virtù; Il Silenzio è davvero ineguagliabile. Lasciate che le montagne diventino il mare; Ed io non vi farò nessun commento.

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Caso 28 – Ryûtan Spegne la Candela

Tokusan chiese a Ryûtan di parlargli dello Zen, durante la notte.

Alla fine, Ryûtan disse, “Basta, adesso, è notte fonda. Perché non te ne vai a letto?”

Tokusan fece i suoi inchini ed alzò le tapparelle per controllare, ma lui fu colmato da oscurità. Rivolgendosi di nuovo a Ryûtan, egli disse, “Di fuori è scuro!”.

Ryûtan accese una candela di carta e gliela diede.

Tokusan stava quasi per prenderla quando Ryûtan la spense.

A quel punto, Tokusan ebbe all’improvviso una profonda esperienza e si inchinò.

Ryûtan disse, “Che genere di realizzazione hai avuto?”

“D’ora in poi”, disse Tokusan, “io non dubiterò più delle parole di un vecchio Oshõ che è famoso dappertutto sotto il sole.”

Il giorno dopo, Ryûtan salì sul podio e disse, “Io vedo un tipo fra di voi, le cui zanne sono come gli alberi di spade. La sua bocca è come una ciotola di sangue. Colpitelo con un bastone, ed egli non girerà nemmeno la testa per guardarvi. Un giorno o l’altro, lui scalerà la più alta delle vette e vi stabilirà la nostra Via!”.

Tokusan portò le sue note sul Sutra del Diamante in cima alla sala, le illuminò con una torcia e disse, “Anche se voi avete esaurito le dottrine più astruse, ciò è come mettere un capello in un enorme spazio. Anche se avete imparato tutti i segreti del mondo, è come una goccia d’acqua dispersa nel grande oceano”. Ed egli bruciò tutte le sue note.

Poi, facendo un inchino, prese commiato dal suo insegnante e se ne andò.

Il Commento di Mumon – Prima che Tokusan attraversasse la barriera dal suo luogo natio, la sua mente bruciava e la sua bocca emetteva amarezza. Egli andò verso sud, con l’intenzione di distruggere le dottrine della speciale trasmissione aldifuori dei sutra.

Quando arrivò sulla strada di Reishû, egli chiese ad una vecchia donna del cibo per “rinfrescarsi la mente”.

“O Egregio, che genere di letteratura porta nel Suo pacco?” chiese la vecchia donna.

“Commentari sul Sutra del Diamante”, rispose Tokusan.

La vecchia donna disse, “So che in quel sutra è detto, ‘La mente passata non può essere trattenuta, la mente presente non può essere trattenuta, la mente futura non può essere trattenuta’. Ora, gradirei chiederLe, quale mente sta cercando di rinfrescare?”

A questa domanda Tokusan fu stupito. Comunque, non rimase inerte alle sue parole ma chiese, “Conosce qualche buon insegnante qui?”

La vecchia donna disse, “A cinque miglia da qui Lei troverà Ryûtan Oshõ.”

Andando da Ryûtan, Tokusan portò il peggio di sé. Le sue prime parole furono incoerenti con quelle che poi disse in seguito. Quanto a Ryûtan, sembrò aver perso ogni senso della vergogna nella sua compassione verso il suo figlio. Trovando un po’ di cenere accesa nell’altro, sufficiente per avviare un fuoco, lui versò affrettatamente dell’acqua fangosa per annichilire subito tutto. Ma una riflessione un po’ più fresca ci dice che era tutta una farsa.

La Strofa di Mumon – Sentire il nome non può superare il vedere la faccia; Vedere la faccia non può superare di udirne il nome. Egli si è potuto salvare il naso, Ma ahimè! lui perse i suoi occhi.

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Caso 29 – “E’ la Vostra Mente che si Muove” del sesto Patriarca

Il vento stava agitando una bandiera del tempio, e due monaci avviarono un argomento. Uno diceva che la bandiera si muoveva, l’altro diceva che era il vento che si muoveva; Essi andarono avanti un bel pezzo a disputare ma non potevano giungere ad un’unica conclusione.

Allora il sesto Patriarca disse, “Non è il vento che si muove, non è la bandiera che si muove; è la vostra mente che si muove”. I due monaci furono colpiti da timore riverenziale e tacquero.

Il Commento di Mumon – Non è il vento che si muove; non è la bandiera che si muove; non è la mente che si muove. Come vedete voi il patriarca? Se arrivate a capire profondamente questa questione, potrete vedere che i due monaci cercando di comprare ferro, trovarono oro.

Il patriarca non poteva negare la sua compassione e corteggiare il disonore.

La Strofa di Mumon – Il vento, la bandiera, la mente, il muoversi; E’ tutto ugualmente da biasimare. Sapendo solamente come aprire la bocca, Sarete inconsapevoli della sua colpa nel parlare.

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Caso 30 – “Questa Stessa Mente È il Buddha” di Baso

Daibai chiese a Baso, “Che cos’è il Buddha?”

Baso rispose, “Questa stessa mente è il Buddha.”

Il Commento di Mumon – Se avete afferrato direttamente ciò che Baso intendeva dire, voi portate i vestiti del Buddha, mangiate il cibo del Buddha, parlate le parole del Buddha, fate le azioni stesse del Buddha, voi stessi siete un Buddha.

Tuttavia, ahimè! Daibai fece fuorviare non poche persone che presero il marchio sulla bilancia per il peso stesso. Come poteva egli comprendere che perfino il menzionare la parola “Buddha” dovrebbe farci sciacquare le nostre bocche per almeno tre giorni? Se un uomo di comprensione sente qualcuno dire “Questa stessa mente è il Buddha”, egli si turerà le orecchie e scapperà via.

La Strofa di Mumon – Il cielo blu ed il giorno luminoso, Non cercateli più all’intorno! “Che cos’è il Buddha?” vi chiedete: Col bottino in tasca, vi dichiarate innocenti.

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Caso 31 – Jõshû Investiga su una Vecchia Donna

Un monaco chiese ad una vecchia donna, “Qual è la Via per Taisan?”

La vecchia donna disse, “Proegui diritto”.

Quando il monaco era andato avanti alcuni passi, lei disse, “Un bravo e rispettabile monaco, ma anche lui va avanti così”.

In seguito, qualcuno parlò a Jõshû circa questo fatto.

Jõshû disse, “Aspettiamo un po’, poi andrò io ad investigare su quella vecchia donna per voi.”

Il giorno dopo, lui andò e fece la stessa domanda, e la vecchia donna diede la stessa risposta.

Al ritorno, Jõshû disse ai suoi discepoli, “Io ho investigato per voi la vecchia donna di Taisan.”

Il Commento di Mumon – La vecchia donna sapeva soltanto come sedere ancora nella sua tenda di campagna; lei non sapeva di esser stata adombrata come una spia. Sebbene il vecchio Jõshû si mostrava abba-stanza intelligente per prendere un campo e sommergere una fortezza, egli non dimostrò nessuna traccia di essere un grande comandante. Se guardiamo ad essi, entrambi hanno le loro colpe. Ma ditemi, cosa vide Jõshû nella vecchia donna?

La Strofa di Mumon – La domanda era come le altre, e la risposta fu la stessa. Sabbia nel riso, spine nel fango.

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Caso 32 – Un Filosofo Non-Buddista Interroga il Buddha

Un filosofo non-Buddista disse al Buddha, “Io non chiedo parole; Io non chiedo non-parole”.

Il Buddha si sedette soltanto, e il filosofo disse con ammirazione, “O Onorato dal Mondo, con la tua grande misericordia hai eliminato le nubi della mia illusione e mi hai reso abile per entrare nella Via”. E dopo aver fatto gli inchini, egli prese congedo.

Allora Ananda chiese al Buddha, “Cosa ha realizzato, per ammirarti così tanto?”

L’Onorato dal Mondo rispose, “Un cavallo eccellente corre anche all’ombra della frusta”.

Il Commento di Mumon – Ananda era il discepolo del Buddha, ma la sua comprensione non era simile a quella del devoto non-Buddista. Vorrei chiedervi, che differenza c’è tra il discepolo del Buddha e il filosofo non-Buddista?

La Strofa di Mumon – Sul filo della lama di una spada, Sulla cresta ghiacciata di un iceberg, Senza far i passi, e senza appigli, Ma scalando le rupi senza mani.

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Caso 33 – “Nessuna Mente, Nessun Buddha” di Baso

Un monaco chiese a Baso, “Cos’ è il Buddha?”

Baso rispose, “Nessuna mente, nessun Buddha!”

Il Commento di Mumon – Se voi capite questo, avete finito di studiare lo Zen.

La Strofa di Mumon – Mostrate una spada se incontrate uno spadaccino; Non offrite un poema finchè non incontrate un poeta. Quando state parlando, dite solo un terzo di quello; Non divulgate subito l’intero argomento.

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Caso 34 – “La Ragione Non È la Via” di Nansen

Nansen disse, “La mente non è il Buddha, la ragione non è la Via.”

Il Commento di Mumon – Nansen, diventato vecchio, non aveva vergogna. Solo aprendo la sua bocca maleodorante, lui fece scivolar via il segreto della famiglia. Però, assai pochi gli sono stati davvero grati per la sua gentilezza.

La Strofa di Mumon – Il cielo si schiarisce, il sole risplende brillante, Viene la pioggia, e la terra diventa bagnata. Lui apre il suo cuore ed espone l’intero segreto, Ma io temo che sia stato ben poco apprezzato.

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Caso 35 – “L’Anima Separata” di Seijõ

Goso disse ai suoi monaci, “L’anima di Seijõ si separò dal suo essere. Quale era il vero Seijõ?”

Il Commento di Mumon – Quando avrete realizzato ciò che è reale, potrete capire che noi passiamo da un involucro ad un altro, come viaggiatori che si fermano per una sola notte in un motel. Ma se voi ancora non l’avete realizzato, io sinceramente non vi consiglio di accostarvici in modo frettoloso e selvaggio.

Quando terra, acqua, fuoco, ed aria improvvisamente si separano, voi sarete come un granchio che si dibatte nell’acqua bollente con le sue sette od otto chele. Quando ciò accadrà, non dite che io non vi ho avvertiti!

La Strofa di Mumon – La luna aldisopra delle nubi è sempre la stessa; Valli e montagne sono separate l’una dall’altra. Tutti sono benedetti, tutti sono benedetti; Ma essi sono solo uno o invece sono due?

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Caso 36 – Quando Si Incontra un Uomo della Via

Goso disse, “Quando sul percorso si incontra un uomo della Via, non lo si incontri con parole o in silenzio. Ma ditemi, come lo si dovrà incontrare?”

Il Commento di Mumon – In un tale caso, se potete ottenere un incontro intimo con lui, esso certamente vi gratificherà. Ma se non potete, dovete essere attenti e guardinghi in ogni modo.

La Strofa di Mumon – Incontrando per strada un uomo della Via, Affrontatelo né con parole né col silenzio. Proprio come un pugno sulla mascella: Comprendetelo, se potete farlo direttamente.

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Caso 37 – “L’Albero di Quercia” di Jõshû

Un monaco chiese a Jõshû, “Qual è il significato della venuta in Cina di Bodhidharma?”

Jõshû disse, “L’albero di quercia nel giardino.”

Il Commento di Mumon – Se intimamente voi capite la risposta di Jõshû, non c’è nessun Shakya di fronte a voi, nessun Maitreya che debba venire.
La Strofa di Mumon – Le parole non possono esprimere le cose; Il mero parlare non converte lo spirito. Ondeggiando qui e là con le parole, si è persi; Bloccati dalle frasi, si è confusi e offuscati.

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Caso 38 – Un Bufalo Passa Davanti alla Finestra

Goso disse, “Un bufalo passa davanti alla finestra. La sua testa, le corna, e le quattro gambe sono passate. Ma perché non passa anche la coda?”

Il Commento di Mumon – Se fate un voltafaccia completo, aprite il vostro occhio, e date una risposta su questo punto, sarete in grado di ripagare i quattro tipi di amore che hanno favorito voi ed aiutato gli esseri senzienti nei tre reami che vi inseguono. Se però non siete in grado di far questo, ritornate a quella coda e riflettete su di essa, e allora per la prima volta forse realizzerete qualcosa.

La Strofa di Mumon – Passando davanti, si precipita in una fossa; Ritornando indietro, il che è peggio, ci si perde. Questa piccola coda, solo una piccola coda, Che razza di strana cosa, essa è!

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Caso 39 – Un Errore nel Parlare

Un monaco disse ad Unmon, “Lo splendore del Buddha silenziosamente illumina l’intero universo. . .”. Ma, prima che egli potesse finire il verso, Unmon disse, “Queste non sono forse le parole di Chõetsu il Genio?”

“Sì, lo sono”, rispose il monaco.

“Tu sei scivolato sul tuo parlare”, disse Unmon.

Successivamente, Shishin Zenji riprese la questione e disse, “Dimmi, a che punto il monaco errò nel suo parlare?”

Il Commento di Mumon – Se voi avete chiaramente capito ciò, e compreso quanto esigente fosse Unmon nel suo metodo, e ciò che fece errare il monaco nel suo parlare, siete qualificati per essere un insegnante del cielo e della terra. Se però non vi è ancora chiaro riguardo questo fatto, voi siete assai lontani dal salvarvi.

La Strofa di Mumon – Una riga cade nelle rapide, l’avido sarà preso. Prima che voii possiate aprire la bocca, la vostra vita è già persa!

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Caso 40 – Rovesciare una Bottiglia d’Acqua

Quando Isan Oshõ stava con Hyakujõ, lui era tenzo [capo-cuoco] del monastero.

Hyakujõ volle scegliere un maestro per Monte Tai-i, così lui chiamò a raccolta tutti i monaci e disse loro che chiunque avesse potuto rispondere alla sua domanda in modo notevole sarebbe stato scelto come maestro. Poi prese una bottiglia d’acqua, la posò in piedi sul pavimento, e disse, “Non si può chiamare questa una bottiglia di acqua. Come la chiamereste?”

Il capo-monaco disse, “Non si può chiamarla un ceppo”.

Hyakujõ chiese ad Isan la sua opinione. Isan rovesciò la bottiglia d’acqua coi suoi piedi e se ne andò. Hyakujõ rise e disse, “Il capo-monaco ha perso”.

Ed Isan fu nominato fondatore del nuovo monastero.

Il Commento di Mumon – Isan mostrò un grande spirito nella sua azione, ma non poté liberarsi dai lacci del grembiule di Hyakujõ. Egli preferì il compito più pesante a quello più facile.

Perché fu così, eh? Egli si tolse la benda dalla testa per sopportare il giogo di ferro.

La Strofa di Mumon – Lanciando in aria cestini di bambù e mestoli, Gli fece fare un glorioso tonfo e spazzò via tutto davanti a lui. La barriera di Hyakujõ non può fermare la sua avanzata; Migliaia di Buddha vennero fuori dalle punte dei suoi piedi.

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Caso 41 – “La pacificazione della Mente” di Bodhidharma

Bodhidharma era seduto di fronte al muro. Il Secondo Patriarca stava in piedi nella neve.

Quest’ultimo si tagliò il braccio e lo presentò a Bodhidharma, e piangendo disse, “La mia mente non è ancora in pace! Io ti imploro, maestro, per favore pacifica la mia mente!”

“Porta la tua mente qui ed io te la pacificherò”, rispose Bodhidharma.

“Io ho cercato la mia mente, ma non riesco a trattenerla”, disse il Secondo Patriarca.

“Vedi, ora la tua mente è pacificata”, disse Bodhidharma.

Il Commento di Mumon – Il vecchio Indù sdentato venne dal mare in modo così importante, facendo migliaia di miglia. E questo fu perchè sollevò le onde dove non c’era vento.

Nei suoi ultimi anni indusse l’illuminazione nel suo discepolo che, per peggiorare le cose, aveva difetti nelle sei radici. Perché, Shasan non conosceva gli ideogrammi.

La Strofa di Mumon – Venendo ad est, puntando direttamente, Vi affido il Dharma, e sorse il problema; Il clamore dei monasteri è tutto a causa vostra.

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Caso 42 – Una Ragazza Esce dal Samadhi

Al tempo dell’Onorato dal Mondo, una volta Manjusri andò all’assemblea degli antichi Buddha, e trovò che ognuno era partito verso il suo luogo di origine.

Solo una ragazza era rimasta, assisa in samadhi meditativo vicino al trono del Buddha.

Manjusri chiese a Buddha Shakyamuni, “Perché la ragazza può stare vicina al trono del Buddha, mentre io non posso?”

Buddha Shakyamuni disse, “Falla uscire dal suo samadhi e chiedilo a Lei.”

Manjusri girò tre volte intorno alla ragazza, schioccò una volta le sue dita, la portò su nel cielo di Brahma, ed esercitò tutti i suoi poteri miracolosi per farla uscire dalla sua meditazione, ma invano.

Allora, l’Onorato dal Mondo disse, “Perfino centomila Manjusri non potrebbero farla risvegliare. Ma sotto terra, passate mille e duecento milioni di terre innumerevoli come le sabbie del Gange, vi è il Bodhisattva Mõmyõ. Egli sarà in grado di farla uscire dal suo samadhi.”

Subito il Bodhisattva Mõmyõ emerse dalla terra e fece un inchino all’Onorato dal Mondo che gli diede il suo imperiale ordine. Il Bodhisattva andò verso la ragazza e schioccò una volta le sue dita. Immediatamente, lei uscì dal suo samadhi.

Il Commento di Mumon – Il buon Vecchio Shakyamuni preparò un piccolo dramma sul palcoscenico ma non riuscì ad illuminare le masse. Quindi, io vorrei chiedervi: Se Manjusri è il Maestro dei Sette Buddha, perché non poteva risvegliare la ragazza dal suo samadhi?

Come fu che Mõmyõ, un Bodhisattva al primo livello dei principianti poté farlo?

Se voi comprendete intimamente questo, potrete godere il grande samadhi di Nagya nell’attività più impegnata della coscienza.

La Strofa di Mumon – Uno ebbe successo, l’altro no; entrambi garantendo libertà di mente. Uno con la maschera da dio, l’altro con la maschera da dèmone; Tuttavia, anche nella sconfitta, un bello spettacolo.

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Caso 43 – Lo ‘Shippei’ di Shuzan

Shuzan Oshõ alzò il suo shippei [bastone di servizio] davanti ai suoi discepoli e disse, “Monaci! Se voi chiamate questo uno shippei, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate shippei, voi ignorate il fatto. Ditemi, o monaci, come lo chiamerete?”

Il Commento di Mumon – “Se lo chiamate ‘shippei’, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate ‘shippei’, voi ignorate il fatto”. Le parole non sono accettate; e neanche il silenzio è accettato. Ora, rapidamente ditemi, che cosa è?

La Strofa di Mumon – Sollevando lo shippei, egli prende la vita, egli dà la vita. L’opposizione e l’ignoranza si interrelano vicendevolmente. Perfino i Buddha e i patriarchi pregano per le loro vite.

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Caso 44 – Il Bastone di Bashõ

Bashõ Osho disse ai suoi discepoli, “Se voi avete un bastone, vi darò un bastone. Se non avete il bastone, io ve lo toglierò!”.

Il Commento di Mumon – Esso mi aiuta a guadare un fiume quando il ponte è chiuso. Esso mi accompagna al villaggio in una notte senza luna. Se voi lo chiamate un bastone, entrerete di corsa all’inferno rapidi come una freccia.

La Strofa di Mumon – Gli alti e bassi della vita nel mondo Sono tutti nella presa di un bastone. Esso sostiene il cielo e regge la terra. Dappertutto, esso valorizza la dottrina.

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Caso 45 – Il “Chi È?” di Hõen

Hõen di Tõzan disse, “Perfino Shakya e Maitreya sono servitori di un altro. Ora vi chiedo, chi è esso?”

Il Commento di Mumon – Se voi potete realmente vedere questo “altro”, con una perfetta chiarezza, è come incontrare il proprio padre ad un incrocio di strade. Perché dovreste chiedervi se lo riconoscete o no?

La Strofa di Mumon – Non inchinatevi mai ad un altro, Non cavalcate il cavallo di un altro, Non discutete sulle colpe di un altro, Non impicciatevi degli affari di un altro.

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Caso 46 – Andare Oltre la Cima del Palo

Sekisõ Oshõ chiese, “Come potete andar oltre la cima di palo alto cento piedi?”

Un altro antico eminente insegnante disse,”Tu, che siedi sulla cima di un palo alto cento-piedi, anche se sei entrato nella Via, non sei ancora genuino. Vai oltre la cima del palo, e mostrerai il tuo intero corpo in tutte le dieci direzioni.”

Il Commento di Mumon – Se voi proseguite avanti e girate il vostro corpo all’intorno, non esiste luogo in cui voi non siate il maestro. Ma perfino così, ditemi, come potreste andare oltre dalla cima di un palo alto cento piedi? Eh?”

La Strofa di Mumon – Egli oscura il terzo occhio dell’intuizione. E si aggrappa al primo marchio sulla scala. Anche se lui può sacrificare la sua vita, Egli è solamente un cieco che guida altri ciechi.

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Caso 47 – Le Tre Barriere di Tosotsu

Tosotsu Etsu Oshõ stabilì tre barriere per i suoi discepoli:

1. Non lasciare nessuna pietra non-capovolta per esplorare la profondità, semplicemente vedere nella propria vera natura.

Ora, voglio chiedervi, proprio in questo stesso momento dov’è la vostra vera natura?

2. Se realizzerete la vostra vera natura, sarete liberati da nascita e morte.

Ma, ditemi, quando all’ultimo momento la vostra vista vi abbandonerà, come potrete essere liberi da vita e morte?

3. Quando sarete liberati da vita e morte, voi dovreste conoscere la vostra ultima destinazione. Quindi, quando i quattro elementi si separeranno, dove andrete?

Il Commento di Mumon – Se siete in grado di rispondere a queste tre domande, dovunque vi troviate, voi siete il maestro e siete padroni dello Zen, in qualunque circostanza possiate trovarvi. Altrimenti, ascoltate: se ingoiate giù il vostro cibo di fretta, ciò vi riempirà facilmente, ma se lo masticate bene, ciò può sostenervi.

La Strofa di Mumon – I pensieri di questo momento vi fanno superare l’eternità; Il tempo eterno è proprio solo questo momento. Se voi comprendete il pensiero di questo momento, Voi capirete l’uomo che comprende questo momento.

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Caso 48 – L’Unica e Sola Strada di Kempõ

Un monaco chiese a Kempõ Oshõ, “E’ scritto, ‘Bhagavats (Beati) nelle dieci direzioni. Unica Via diretta al Nirvana’. Io però mi chiedo dove può stare la Via!”.

Kempõ alzò il suo bastone, disegnò una linea, e disse, “Eccola, è qui”.

Più tardi il monaco fece la stessa domanda ad Unmon, il quale sollevò il suo ventaglio e disse, “Questo ventaglio può salire su fino al trentatreesimo cielo e colpire il naso della divinità Sakra Devanam Indra. Quando tu colpirai la carpa del mare orientale, la pioggia scenderà a torrenti.”

Il Commento di Mumon – Uno, scendendo sul fondo del mare, alza in alto nubi di polvere; l’altro, sulla cima della più alta montagna, scatena torreggianti onde per lavare il cielo.

Uno, stando immobile, l’altro lasciandosi andare, ciascuno protende la sua mano per sostenere il profondo insegnamento. Essi sono proprio come due cavalieri che partono da opposti punti della corsa e si incontrano a metà strada. Ma sulla terra nessuno può essere totalmente diretto.

Quando esaminati con un vero occhio, nessuno di questi due grandi maestri conosce la strada.

La Strofa di Mumon – Prima che un passo sia preso, la meta è raggiunta; Prima che la lingua si sia mossa, il discorso è finito. Benché ciascuna mossa sia precedente alla successiva, Vi è ancora però, un trascendente segreto.

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Post Scriptum di Mumon

I detti e le azioni del Buddha e dei patriarchi sono stati scritti nella loro forma originale. Nulla di superfluo è stato aggiunto dall’autore, che si è tolto il coperchio dalla testa ed ha esposto i suoi bulbi oculari. E’ richiesta la vostra diretta realizzazione; non si dovrebbe cercarla tramite altri.

Se siete uomini realizzati, voi comprenderete immediatamente il punto alla minima menzione di esso. Per voi, non c’è alcuna Porta da attraversare; non ci sono gradini da salire, per voi.

Passate pure il posto di guardia, allargando le spalle, senza chiedere a permesso al guardiano.

Ricordate il detto di Gensho, “La Non-Porta è la Porta dell’emancipazione; il non-senso è il significato dell’uomo della Via”. E Hakuuin dice, “Ovviamente, voi sapete come parlare di essa, ma perché non potete superare questa specifica semplice cosa?”

Comunque, tutto questo discorso è come farcire una torta di fango con latte e burro.

Se avete superato il Mumonkan, potete prendervi gioco di Mumon. Se no, state prendendo in giro voi stessi. Conoscere la mente del Nirvana è facile, ma la saggezza della differenziazione è difficile da ottenere. Quando avrete compreso questa saggezza, la pace e l’ordine regneranno nella vostra mente e nel vostro ambiente.

Testo di Wu-wen Kuan (Mumonkan)

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Scritto rispettosamente da Mumon Ekai Bhikkhu, ottavo nella successione Yõgi, nel cambio di era Jõtei [1228], cinque giorni prima della fine della sessione estiva.

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Source: English translation by late Zen master Katsuki Sekida (Two Zen Classics 26-137)

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Chan (zen)

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Traduzione Italiana di Aliberth Mengoni (Centro Nirvana –Roma, 2006)

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22 gennaio 2011 Posted by | Aforismi, Arte, Ascoltare, Azioni, Guardare, pensieri, Vuoto | , , , , | Lascia un commento

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